Ancora a Genova, in Piazza Carlo Giuliani

Ancora a Genova, in Piazza Carlo Giuliani

20 luglio 2001, un carabiniere uccideva Carlo Giuliani dopo ore di cariche illegittime. 17 anni dopo il ricordo e le ragioni di quei movimenti in un percorso di letture

Eccoci di nuovo a Genova, per il diciassettesimo anno a stringerci attorno ad Haidi, Giuliano, Elena in Piazza Alimonda. Carlo fu ucciso, dopo due ore di cariche illegittime di un plotone di carabinieri “impazzito”, dalla pistolettata di uno di quei militari. Suo padre Giuliano (leggete anche il suo contributo su Left) ha ricostruito minuziosamente la vicenda ma più volte è stata ribadita l’ostinata volontà della politica e della magistratura di impedire un processo pubblico che rendesse verità e giustizia per tutti i lati oscuri di quell’omicidio e delle vicende che ne hanno preparato le condizioni e poi ne hanno definito il depistaggio e l’insabbiamento. Eccoci in Alimonda, “Piazza Carlo Giuliani Ragazzo” a riconoscerci nell’orrore per quella morte e in tutte le ragioni che ci spinsero verso Genova nel 2001 e poi in giro per il mondo o nelle rispettive città finché quella convergenza, quell’alleanza di reti del Nord e marce del Sud del mondo, non s’è diradata, per ora almeno. A quelle ragioni il settimanale Left dedica il numero appena arrivato in edicola, dal titolo suggestivo di Meravigliosamente internazionalisti.  

«Un altro mondo è possibile», da Seattle a Genova e Firenze i “no global” chiedevano giustizia sociale. Oggi i sovranisti falsificano quelle idee. Rilanciamo un’opposizione senza frontiere alle destre. La sinistra riparta da una critica seria alla globalizzazione liberista» recita il sommario del numero in edicola scritto, tra gli altri, da Marco Rovelli, Giuliano Giuliani, Checchino Antonini, Stefano Galieni, Tommaso Fattorii, Leonardo Filippi, Vittorio Agnoletto, Steven Forti, Raul Zibechi, Dino Buonaiuto, Lorenzo Guadagnucci, Massimo Lauria, Chiara Cruciati, Orlando Trinchi, Noemi Ghetti, Adrian Bravi, Clara Santini, Claudio Meloni, Francesco Fargnoli,Armando Punzo, Sergio Lo Gatto, Simona Maggiorelli, Matteo Fago, Vauro, Alessio Melandri, Valentina De Pietro, Monica Di Brigida, Fabio Magnasciutti, Donatella Coccoli, Federico Tulli, Filippo La Porta, Daniela Ceselli, Alessandra Grimaldii, Stefano Frollano

Da parte sua lo scrittore Roberto Ferrucci propone nel suo blog, un video mai visto costruito su un suo romanzo dedicato a quei giorni, Cosa cambia, pubblicato da Marsilio.  Raul Zibechi (anche lui intervistato sull’ultimo Left), nel suo  Il «mondo altro» in movimento. Movimenti sociali in America Latina appena uscito per NovaDelphi, racconta di come «popoli organizzati hanno riconquistato spazi in cui si sono territorializzati, aprendo le porte alla creazione di un mondo nuovo, diverso dal capitalismo, il ‘nostro mondo’, un mondo dal quale parliamo/sentiamo/scriviamo, che è cresciuto e si è ampliato in modo evidente. Diventa necessario renderlo visibile per comprendere da dove operiamo e da quali luoghi sta prendendo avvio questa trasformazione».

Popoff anticipa un inedito, il capitolo di un romanzo, proprio nel senso di fiction, non ancora uscito perché ancora nel cassetto di Checchino Antonini (firma di Left, oltre che di Popoff). Titolo: Nulla come allora, perché è quello che accade ai movimenti, in bilico tra flusso e riflusso, in affanno a restituire la memoria storica anche quando, è questo il caso, avevano ragione.

Buone letture.

Nel corridoio della facoltà che una volta era stata un’agenzia simulata di una banca, a ridosso del centro di Roma, Marisol riconobbe Donatella Della Porta, un po’ più grande di lei, docente a Firenze. La salutò per nome e cognome.

– Proprio così, ma diamoci del tu. Ad Atene avevamo cominciato a farlo.

Atene, maggio 2006. Marisol era partita per la Grecia sulle orme dei no global. Sempre più studiosa, sempre meno militante. E la cosa non la faceva stare bene. Dopo le stagioni di Genova, le piazze per la difesa dell’articolo 18, le giornate di Firenze, i blocchi dei treni di guerra, gli smontaggi dei Centri di detenzione per stranieri, i sanzionamenti delle banche “armate” (si inceppavano i bancomat e si coprivano di scritte le vetrine), dopo una manifestazione di tre milioni a Roma di cui non si capiva chi fosse la testa e chi fosse la coda, dopo aver visto suore marciare contro la guera assieme agli ultras degli stadi, dopo aver preso parte alla rivolta di Scanzano Jonico contro il deposito di scorie nucleari e dopo le marce sul Gran Sasso contro l’inutile, devastante, Terzo traforo. Dopo che era comunque scoppiata un’altra guerra sull’Iraq e dopo la sconfitta di Berlusconi alle elezioni di poche settimane prima, Marisol si sentiva strana tra gli italiani dell’ex aeroporto di Atene, a Hellenikon, sede del social forum europeo. Il quarto, dopo Firenze, Parigi, Londra. Ce n’erano tanti di italiani ma lei si sentiva fuori posto. Li trovava “zapaturisti”, turisti in luogi di sommovimenti sociali. Specialmente quelli del partito in cui militava anche il suo amico giornalista (una volta o l’altra dovrà fare i conti con quel pezzo del suo passato in cui il politico divenne accademico e l’accademico personale). Tra i tanti italiani loro erano la parte più consistente, molti di loro erano stipendiati e sembravano tutti – alti papaveri, funzionari intermedi e “soldati semplici” – impiegati in gita premio. E questo la faceva incazzare. Sembrava che nessuno ricordasse più la rabbia che li aveva portati a Genova, né le ragioni per le quali qualcuno li avesse eletti.

La professoressa sembrava aver intuito i ricordi di Marisol. Le mise una mano sulla spalla e tirò fuori una sigaretta dal pacchetto. Si diressero verso la scala antincendio dove si poteva fumare. Tra le due donne c’era una stima reciproca e una simpatia istintiva. La prima era stata ben contenta, tempo prima, di cenare con Marisol in una spaghetteria vicino all’università e di sentirsi raccontare le strade genovesi dove lei, per un caso fortuito, non era riuscita ad andare. Ma i suoi colleghi c’erano stati e Marisol, da parte sua, aveva bisogno dell’esperienza della sua collega che da oltre dieci anni era sulle tracce dei movimenti sociali – anzi della sua maestra visto che le decine di libri che Donatella aveva scritto erano stati il suo pane quotidiano per tutti gli anni della formazione.

-Senti Dona, ti va di raccontarmi com’è iniziata la vostra ricerca.

– A patto che mi riporti in quel locale dove cucinano gli spaghetti “abruzzesi”.

Spaghetti alla chitarra, pecorino, guanciale, borlotti e pomodoro. Il posto si chiamava “A casa di Alice” e Marisol ci capitava spesso con il suo amico giornalista e con lo storico che riteneva che tutto avessero scoperto i Sabini, dalla bussola all’America. Parlavano delle rispettive storie d’amore, sognavano di fondare riviste, bevevano – alla fine della serata – grappa di nosiola e d’estate c’era un tiramisù speciale, all’amalfitana: limone al posto del caffè, più o meno. Era un rito che si ripeteva spesso, un rito accogliente, inclusivo. Lo zoccolo duro, senz’altro erano loro tre ma spesso invitavano altri personaggi. Questo finché Marisol non aveva preso la decisione di partire per Genova, scegliere l’altrove, rischiare. E a Genova, sempre più spesso, immaginava di accogliere i suoi due amici, cercava di capire in che posto li avrebbe potuti stupire ricostruendo quella loro complicità.

Quella sera il menu aveva una variante, gli spaghetti “anciovu” che a Marisol glieli aveva insegnati la sua amica Barbara – psichiatra e chef – ma lei non abitando più a Roma non le poteva cucinare.

– Nel 2001 – esordì Della Porta – ci chiedevamo chi fossero questi manifestanti che sembravano spuntare dal nulla ma che noi sapevamo essersi coordinati per molto tempp. Erano solo giovani? A quale sinistra appartenevano? C’era stata, prima di loro, un’immagine di movimenti sempre più istituzionalizzati…

-Con chi ce l’hai, di preciso?

-Mah, con le grandi associazioni ambientaliste, ad esempio, che hanno fabbricato un monte di assessori, di consiglieri di amministrazione. Allora noi ci chiedevamo chi fossero tutti questi che tornavano in piazza. Da un punto di vista metodologico, decidemmo di fare il maggior numero di interviste per sapere delle forme di organizzazione. Chiedevamo loro quando avessero deciso di partire per Genova, da chi l’avevano saputo del social forum. Poi cercavamo dati sociografici, elementi delle biografie. Approntammo un questionario senza sapere che tipo di ricezione avrebbe avuto, se gli attivisti lo avrebbero accettato, era un’esperimento…

-Invece?

-Invece è andato molto bene, trovammo una grande disponibilità e pochissimi rifiuti. Chi arrivò a Genova trovava che il questionario fosse un modo per dire la propria. Ricordo che con gli Elfi…

-Ma chi, quelli che vivono senza luce nelle case sperdute sull’appennino pistoiese?

-Proprio loro: bene, con loro combinammo uno scambio in natura. Cibo biologico in cambio di questionari.

-Poteva succedere solo a Genova in quei giorni! –

In sottofondo, le canzoni di Fabrizio De André, la padrona della “Casa di Alice” nutriva una vera predilezione per il cantautore genovese e certo ignorava di fornire una colonna sonora quanto mai azzeccata all’incontro di quelle due clienti che parlavano fitto ed erano restate sole nella sala. Una l’aveva riconosciuta perché, non molto tempo prima era stata una cliente abituale. Con un sorriso complice, si avvicinò e lasciò un posacenere sul tavolo delle due donne.

-Avevamo considerato che Genova era divisa tra i gruppi di affinità – riprese il racconto Donatella Della Porta – i disobbedienti stavano allo stadio Carlini, a piazza Manin s’erano dati appuntamento quelli della Rete Lilliput, Arci e Attac erano a Piazza Dante e i Cobas e i contadini con José Bové stavano a Piazza Da Novi.

-E’ da lì che sono partiti i cosiddetti black bloc, io stavo lì.

– E a Piazzale Kennedy, accanto alla Fiera del Mare, c’era l’accoglienza dei manifestanti.

-Ma siete stati anche alla Diaz, al media center?

-No, lì non andammo a distribuire i questionari.

Marisol aveva rollato una sigaretta ciascuno. Chiesero un’altra grappa. Donatella aveva voglia di ricordare. E Marisol Paci avrebbe voluto portare il discorso sugli accadimenti genovesi più recenti ma prese al volo l’occasione per quel confronto diacronico con la sua “maestra”.

-Sapevamo che i cortei del 20 luglio sarebbero stati belli tesi – continuò Donatella, tirando fuori una nuvola di fumo che saliva verso i quadri esposti nel locale – così scegliemmo situazioni più “statiche” per distribuire e poi raccogliere i nostri questionari.

– In quanti vi siete mossi? Ricordo che ad Atene eravate almeno cinque.

-C’era una decina di ricercatori, il questionario comprendeva una ventina di domande e siamo stati attenti a concentrarci su un numero ridotto di temi scelti: cosa si intendeva per globalizzazione, chi poteva intervenire sul tema, a quali e quanti movimenti ci si sentiva di appartenere.

-Pure io feci caso che, rispetto agli anni ’70 era mutato il senso di appartenenza. All’epoca il partito era la priorità, poi c’erano le cosidette organizzazioni di massa e l’appartenenza sindacale. A Genova era chiaro che ciascuno rimodulava le proprie appartenze multiple.

-Vero Marisol, questo erché nel passato le identità erano forti e uniche, invece dai questionari genovesi veniva fuori che gli attivisti tendevano a identificarsi con più movimenti e ad avere diverse esperienze di partecipazione. I nostri questionari smentivano lo stereotipo del no global armato che era stato dipinto dai mass-media e ne rivelavano le forme d’espressione prevalentemente pacifiche.

-Quanti questionari riusciste a distribuire?

-Un migliaio.

-E lo trovaste un campione significativo?

-Guarda fu così positiva l’esperienza che la ricerca proseguì alla marcia Perugia-Assisi, tre mesi dopo, e attraversò tutti gli appuntamenti di quella stagione. Fino all’Euromayday di qualche giorno fa. In dieci anni almeno diecimila questionari sono ritornati e siamo diventati un punto di riferimento per altri progetti: c’è un gruppo di docenti belgi che lavora su manifestazioni diverse da quelle sindacali, ad esempio quelle dei separatisti fiamminghi o quelle contro la pedofilia che lì hanno dimensioni importanti. Ora, pensa, c’è una rete, un consorzio di otto università che lavora su 80 manifestazioni.

-Ne ho sentito parlare. Senti, perché non facciamo due passi, credo che qui non vedano l’ora di chiudere.

Marisol era contenta di passeggiare per Roma senza l’assedio dei ricordi. Nell’aria c’erano gli odori dei glicini, delle acacie e notò che anche i tigli stavano per unirsi al cocktail. In fin dei conti, si disse, lei non era fuggita da Roma. Era solo partita, senza addii strazianti. Partita per Genova. «C’è le viuzze e le vie grandi, c’è il chiaroscuro, il colpo di scena». Mentre procedevano verso San Lorenzo le vennero in mente queste parole che il giovane Filippo Turati, turista milanese, studente di legge di belle speranze, scriveva all’amico e compagno Bissolati. Marisol era dell’idea che centouno anni e dieci mesi prima che lei nascesse, il futuro capo dei socialisti italiani le avesse rubato le parole di bocca. Un successore di quel turista avrebbe compiuto furti ben più gravi un secolo e passa più tardi.

La voce di Donatella Della Porta la riportò al presente.

-Insomma, a Genova cercavamo di capire gli attori anziché concentrarci, come altri studi, sul numero delle azioni e su quello delle organizzazioni. Capimmo che gli attori individuali diventavano sempre più importanti. Però c’eravamo ripromessi di capire se davvero a protestare fossero sempre i soliti super-attivisti. In reatà sceseo in piazza tante generazioni padri e figli, madri e figli, ambientalisti e femministe che avevano avuto il problema di non saper reclutare tra i giovani, la novità della riapparizione dei giovani.

-Ma si può fare un identikit del no global?

-Impossibile: dal punto di vista dei profili registrammo tante esperienze di partecipazione che erano proseguite dagli anni ’80 e ’90. Come le ex tute bianche, divenute disobbedienti, o i sindacati di base, i pacifisti nati contro la guerra alla Jugoslavia, i gruppi cattolici. Trovammo che su certi temi si incrociavano attività prima più sotterranee. E che le relazioni diventavano più intensificate verso e dopo Genova.

-Già i social forum locali. – Una punta d’amarezza affiorava dal tono di voce di Marisol.

La professoressa proseguì la spiegazione. Forse anche per lei era importante rimettere in ordine le idee dieci anni dopo quando erano in avanzato stato di preparazione gli eventi del decennale. Forse anche lei si interrogava sul senso di quel voler ricordare.

-Soprattutto volevamo capiere se ci trovavamo di fronte all’ennesima reincarnazione della sinistra. Beh, senza dubbio era un popolo di sinistra ma non era più la tradizione. C’era una concenzione della politica diversa, c’erano anche fratture con pezzi della sinistra istituzionale, come i Ds. Il movimento si esprimeva con forme di rivendicazione di una politicità autonoma, metteva un’enfasi sui colori. In passato le manifestazioni della sinistra erano più monocromatiche. Coglievamo aspetti di innovazione dell’agire politico.

-Ma che incidenza ebbe davvero sull’opinione pubblica?

-Empiricamente è difficile rispondere, il movimento viene filtrato da una parte dell’opinione pubblica a cui arriva dopo una serie di intermediazioni. Pensa che ancora si discute oggi se il ‘68 è riuscito a cambiare qualcosa o se solo rifletteva cambiamenti già in atto! Dopo Genova, su alcuni temi immediati, su temi come la repressione poliziesca, ci sono state mobilitazioni ampie che mostrarono la capacità di sfuggire all’immagine che gli cuciva addosso il governo. Il movimento fu capace di condensare il sostegno di un settore di opinione pubblica.

-E’ stato possibile quantificare quel consenso? Penso allo scarso successo delle liste no global ma anche alla stragrande maggioranza schierata contro la guerra in Iraq?

-Furono realizzati sondaggi tra il 2000 e il 2005 in cui il tema della globalizzazione veniva tematizzato in maniera più problematica. Si chiedeva: pensate che il movimento abbia buone ragioni? Bene, una maggioranza consistente era d’accordo.

-Quanto?

-Il 60-70%

Marisol ebbe un brivido. Le giungeva dal ricordo vivido di quel passato così recente, così remoto.

Donatella Della Porta si confermava il pozzo di scienza che lasciava intravedere la sua ricchissima bibliografia.

-Il movimento, in qualche modo, è riuscito a penetrare istituzioni e partiti: senz’altro ha fatto breccia nell’associazionismo cattolico, in sigle tradizionalmente più caute. Tant’è che destò preoccupazione nelle gerarchie vaticane.

-Se è per questo una cosa simile, diffidenze dei piani alti comprese, è successa anche nella Cgil che a Genova non c’era ma poi venne a Firenze.

-E’ vero, in quella fase i gruppi disponibili a farsi coinvlogere sono cresciuti. L’effetto è stato che una sensibilità no global, in quella fase, è cresciuta, nonostante Genova sia stata molto rischiosa perché l’immagine del movimento rischiava di trovarsi appiattita su quella del blocco nero.

-Ma com’era stato possibile l’accumulo di quelle energie?

-Era stato lento. Si trattava di una forza accumulata a poco a poco. I gruppi c’erano anche prima di Genova ma non nelle forme della protesta, sarebbe servito un accumulo di volontariato e di lavoro culturale e forme meno visibili di protesta come quelle dei controvertici a livello transnazionale. Genova è stata una svolta e l’intensificazione dei rapporti tra le anime del movimento ha catalizzato l’attenzione anche di chi non c’era. Nacquero ovunque i forum locali.

-Sì ma ebbero vita breve. Iniziò, credo, una sorta di slittamento semantico: chiamavamo assemblee le conferenze e chiamavamo social forum quelli che non erano altro che inter-gruppi.

-Attraverso l’osservazione partecipante di diversi gruppi, durata un anno, abbiamo notato che i social forum erano fatti di cose molto diverse. C’erano le assemblee e anche momenti simbolici ritualizzati. Se poi si tornava a livello locale quello che restava era il metodo e il rispetto della differenza era un valore interiorizzato.

-Ma non credi, Donatella, che a un certo punto il rapporto tra movimento e burocrazia si sia ribaltato? Insomma che dopo la fase di contaminazione da parte del movimento, non sia successo il contrario?

-Questo è stato sempre uno dei problemi del movimento ma stavolta era difficile perché i partiti erano (e sono) molto più personalistici e verticisti. Prima accadeva che le doppie militanze alla base favorissero la contaminazione da parte di istanze sociali. Questi partiti non hanno base quindi erano difficili contaminazione, comunicazione, collaborazione.

-Ma ci sono stati evidenti casi di cooptazione!

-Guarda Marisol che erano più cooptati i movimenti del passato quando gli attivisti finivano nei partiti dopo il riflusso. Oggi i partiti sono molto meno attraenti. Invece nella formula dei social forum internazionali s’è visto spesso che quelli che restano più organizzati sono i soggetti tradizionali come era evidente ad Atene e a Malmoe, il social forum del 2008. Ma in Italia i partiti non hanno occupato i movimenti. Qui tra chi si mobilita a livello globale, nel commercio equosolidale, nei centrisociali, tra No Tav, No Dal Molin, ci sono facce che vengono da Genova. –

Marisol era persuasa, però, che una sorta di sindrome da governo amico avesse disinnescato la carica coinvolgente e rivoluzionaria del popolo di Genova negli anni in cui il governo Prodi, il primo in cui le spese militari avevano surclassato le spese sociali, aveva gelato tutte le speranze di pace, lavoro, diritti, conoscenza.

-E’ vero, nulla è come allora, Marisol, ma i movimenti vanno a cicli. Ci sono ricerche che cercano di spiegare la loro relazione con i cicli economici e con i cicli di vita, è sempre andato a cicli, non si fa l’attivista a vita! Ma credo che non siamo tornati a come prima di Genova. Le reti, in qualche modo, funzionano. Se pensi all’assenza di mobilitazione che c’è stata negli anni ’80, io me li ricordo, oggi hai – invece – una sorta di mobilitazione carsica ma continua. Questi movimenti che si creano in occasione di manifestazioni, pensa a quella delle donne del 13 febbraio, vengono da Genova. Lo vedi dal metodo: non sono convocate da organizzazioni ma da un reticolo di gruppi. E’ vero che i momenti di intensità politica sono brevi: già alla fine del ‘68 si parlava di riflusso. Ma pensa alla Mayday, alla sua forte dimensione utopica, al suo carattere sperimentale, alla forte attenzione all’aspetto più controculturale e al suo forte pragmatismo, alla capacità di articolare soluzioni e alleanze. Non è come negli anni 70 che sopravvivevano gruppi settari, chiusi in se stessi. La mia impressione – non voglio fare il becchino degli anni 70 – è che i gruppi informali crescono e si trasformano in movimento sempre più reticolare.

Quando le due donne si salutarono era quasi l’alba. Come aveva fatto spesso nella sua vita precedente Marisol rientrava a casa mescolata alle prime persone che andavano a lavorare. Una volta sola ripescò il cellulare dalla capiente borsa. Sullo schermo lampeggiava una busta da lettera gialla, l’icona di messaggini ancora da leggere. L’aveva cercata Dantrassi. [continua?]

 

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