mercoledì 21 novembre 2018

Quando il lavoro è un far west da pochi euro

Quando il lavoro è un far west da pochi euro

Frida Nacinovich torna in libreria: ecco un assaggio di Con parole loro. L’amore per il lavoro nella tempesta del postfordismo

Con parole loro è un diario, che racconta cinque anni di viaggio nel lavoro all’epoca della crisi (2013 – 2018), cento voci originali raccolte settimana dopo settimana, città dopo città.

Il lavoro negli anni della crisi è l’ingegnere neolaureato che ringrazia la sua buona stella per essere stato assunto come commesso in un supermercato e che fa il suo vero mestiere quando si rompe l’impianto di aria condizionata del punto vendita. È la ragazza trentenne, con laurea e master, che finisce per lavorare in una catena di abbigliamento come finta imprenditrice di se stessa. Poi ci sono gli operai, quelli come ce li immaginiamo, con la tuta da lavoro e i turni alle catene di montaggio. Più tecnologiche di una volta, ma con tempi di produzione sempre più stretti. Aziende in salute e aziende quasi decotte, fabbriche che viaggiano a pieno regime e fabbriche occupate per impedire il trasloco dei macchinari.
«Un mondo che è stato un piacere e un onore raccontare – spiega Frida Nacinovich – attraverso la lente di ingrandimento di chi non è solo lavoratore ma anche delegato sindacale, sempre in produzione. Nel segno di quella antica massima, l’unione fa la forza, che è alla base del movimento operaio fin dalla rivoluzione industriale». 

Frida Nacinovich, giornalista, per molti anni notista politica e inviata parlamentare del quotidiano Liberazione, nonché vincitrice del premio Sulmona nel 2000, è stata coautrice del libro Ditelo a Sparta (Graphos) sulla guerra nei Balcani; di Una finestra al quarto piano (Ediesse), con Franco Garufi e Andrea Montagni; e di Cinque bandiere – 1967-2013 (Punto Rosso), ancora con Montagni. È notista politica del mensile telematico Reds della FILCAMS CGIL; sul bisettimanale della sinistra sindacale CGIL continua a raccontare il lavoro nell’epoca della crisi.

 

Operai agricoli, l’Italia torna all’Ottocento [Bari, 15 ottobre 2015]

Ci sono storie che arrivano dritte dall’ottocento. Due secoli fa. Lo spaccato di un paese che ti sembra di non aver mai conosciuto. Eppure ci sei nata e cresciuta. Se le lotte operaie hanno portato alla giornata lavorativa di otto ore, nelle campagne pugliesi siamo ancora al Medioevo. “Inizi alle sei del mattino, alle sette di sera sei ancora nei campi a tagliare uva. Sei un animale, non una persona”. Francesca Marziliano è un’operaia agricola come non ce ne sono tante altre. Lei racconta, senza peli sulla lingua, la piaga del caporalato. E una cosa è leggere una breve su un giornale, ben altro stare ad ascoltare dalla voce di una testimone diretta. Lei ti porta per mano dentro una sorta di girone dantesco. “Si lavora dodici ore di fila, anche più. Cinque minuti di pausa verso le nove per una piccola merenda, altri cinque nel pomeriggio. E per ogni interruzione tolgono mezz’ora dal conteggio delle ore lavorate”. Diciamocelo, sono le imprese a creare il caporalato, dal Piemonte alla Puglia…”La gestione del lavoro è affidata a incompetenti, tirapiedi, guardiani pronti ad urlare come giri la testa. Gli spostamenti da un campo all’altro vengono scalati dall’orario di lavoro – spiega Francesca – Stai fuori tredici ore e ne conteggiano nove”. Francesca ha iniziato a lavorare in campo agricolo nel 2006, è stata anche un’addetta ai magazzini. Ma la musica non cambia. Ore e ore in piedi, mentre i caporioni passano fra i banchi per gridarti di fare più in fretta. “Cinque minuti per andare in bagno. Mi è capitato di impiegarne sette, avevo mal di pancia. Mi hanno subito richiamata: ‘la prossima volta facciamo il verbale”.

In estate lavoratori agricoli sono morti. Li fanno passare per incidenti o malori, ma non è così. E non sono solo gli immigrati ad essere vittime del caporalato. “Per noi e gli immigrati le condizioni sono identiche. Ti ammazzi di fatica”.

L’azienda dove lavora Francesca ha avuto recentemente un controllo della finanza. “Ci avevano avvisato in anticipo – precisa – Dovevamo dire che lavoravamo sei ore e quaranta, che ogni norma di sicurezza è rispettata. Mentre il padrone ascolta, pronto a cacciarti”. Come schiavi moderni gli operai agricoli subiscono vessazioni di ogni tipo. “Se hai bisogno del bagno hai a disposizione cinque minuti anche in campagna – spiega Francesca – devi allontanarti di corsa in mezzo ai campi e tornare di corsa. E ci sono guardoni che ti seguono e sbirciano”.

Un’arma ben affilata quella del ricatto del lavoro, usata da un capo all’altro della penisola. Orchidea frutta, Puglia fruit di Giuliano, Tarulli, fra Turi e Casamassima, cambiano i nomi delle aziende, i posti ma non le condizioni di lavoro. “Ho lavorato per la più importante ditta pugliese – racconta ancora Francesca – non mi hanno rinnovato il contratto per ‘difficoltà produttive’. Eppure avevano appena fatto nuove assunzioni”. L’agricoltura è un pianeta a parte, piccole e grandi ditte private, dove il sindacato fa fatica ad entrare. “O accetti le loro condizioni o vieni sbattuta fuori. Hai lavorato 56 ore? Ne risultano 36. Lo straordinario è pagato 5 euro l’ora”. Cartoline dal’Italia reale, quella che non va in televisione. Se non quando ci scappa il morto. I contratti del comparto agricolo, manco a dirlo, sono rigorosamente stagionali. “A prescindere dal numero di volte che ti richiamano”. È un far west da pochi euro l’ora, con tanto di turni di notte. Perché ci sono lavoratori, in fuga dalla miseria, disposti ad accettare tutto.

Quest’anno la bolla di aria africana che ha investito l’Italia ha reso ancor più pesante il lavoro nei campi. “Ma non c’è solo il caldo. Pensa che stavo sfrascando, quando è arrivato il trattore con le pompe per dare l’insetticida. Ha preso anche noi, come fossimo pidocchi”.

Nel secolo scorso Giuseppe Di Vittorio avviò la battaglia civile contro le condizioni semischiavistiche in agricoltura. Sono passati sessant’anni dalla sua morte e non è cambiato nulla. “Se piove devi comunque stare sotto i filari – chiarisce Francesca – L’uva viene ricoperta da tendoni, conta più dei lavoratori agricoli, che si massacrano sollevando cassette, bilance, pedane rimaste nel fango”.

L’Italia 2015 è anche quella dove una donna di sessant’anni è costretta a lavorare ancora nei campi. “Lo Stato ha deciso che non posso andare in pensione. Non ho scelta”. “Sei un animale a cui non regalano una carezza. Piuttosto arrivano anche proposte oscene. C’è chi pensa che le operaie agricole siano né più né meno che donne di strada”. Eppure Francesca Marziliano non ha paura di dire le cose come stanno, “altrimenti perdiamo tutti, italiani e stranieri”.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.