giovedì 15 novembre 2018

Braccianti e migranti, vite al buio, lavoro al nero

Braccianti e migranti, vite al buio, lavoro al nero

Ricattabili, sfruttati, senza contratto: le vite sottocosto dei braccianti stranieri

Più di un quinto vive in sistemazioni di fortuna, in baracche o veri e propri ghetti, senza elettricità o servizi igienici. Solo un terzo è sotto contratto, ma nel 44 per cento dei casi non ne ha copia. La fotografia del lavoro agricolo nel monitoraggio del progetto Presidio di Caritas Italiana.

ROMA – Più di un quinto vive in sistemazioni di fortuna, in baracche o veri e propri ghetti, senza elettricità o servizi igienici. Solo un terzo è sotto contratto, ma nel 44 per cento dei casi non ne ha  copia in mano, così da essere più facilmente ricattabile. Sono questi soltanto alcuni dei dati di Vite sottocosto, la seconda edizione del Rapporto su Presidio, il progetto di Caritas Italiana attivo in oltre 10 Caritas diocesane, distribuite in tutta Italia, da Nord a Sud. Dal 2014 al 2018 i lavoratori assistiti sono stati circa 5.000: un dato più che triplicato dall’avvio delle attività. Il maggior numero di utenti sono stati registrati dal Presidio di Ragusa (20 per cento del totale), seguito da Foggia (18 per cento), Acerenza (10,3 per cento), Caserta (9,9 per cento), Nardò–Gallipoli (9,7 per cento), Saluzzo (7,8 per cento).

Giovani, uomini, in Italia già da qualche anno: l’identikit dei lavoratori. La compagine dei lavoratori intercettati dai Presidi è prevalentemente maschile: gli uomini rappresentano l’87 per cento del totale, mentre le donne il 13 per cento (anche se rispetto al passato sono in aumento e concentrate prevalentemente nel territorio di Ragusa  dove raggiungono il 62 per cento del totale). S tratta in maggioranza di lavoratori giovani con un’età media pari a 34 anni. Il 3,6% degli utenti è addirittura costituito da minori, presenti soprattutto dove è maggiore il numero di donne. Le nazionalità registrate sono complessivamente 47, con prevalenza di persone provenienti da Paesi africani come Burkina Faso, Mali, Gambia, Tunisia. Oltre a questi c’è una quota significativa di lavoratori comunitari, provenienti da Romania e Bulgaria ( 17% del totale). La maggior parte dei lavoratori è arrivata in Italia fra il 2008 e dopo il 2015, ma rispetto al precedente monitoraggio, Caritas evidenzia dei neoarrivati. Il livello di scolarizzazione è particolarmente basso: circa l’85 per cento ha frequentato la scuola primaria e secondaria di primo grado (elementari e medie); mentre il restante 15% (soprattutto costituito da marocchini e tunisini) presenta un livello paragonabile alle nostre scuole superiori e universitarie. Al di là del titolo di studio formale, solo l’11 per cento dei soggetti dichiara di conoscere la lingua italiana. La gran parte delle persone assistite lavora nel settore agricolo, ma non è l’unico: l’altro ambito prevalente è quello dell’edilizia (7,4% degli utenti), seguito dal settore domestico (1,6%) e dal commercio (1,5%).

Più di 1/5 degli utenti abita in sistemazioni di fortuna.  C’è chi sta in strutture di accoglienza per richiedenti protezione, chi in casa con amici e parenti. Ci sono persone che vivono in auto, roulotte, baracche, tende, casolari diroccati, garage, fabbriche abbandonate, oppure sono senza dimora e vivono in stazione o in strada. La sistemazione in qualche caso è esplicitamente “mediata” dai caporali – sia nelle scelte che nel pagamento (non a caso il numero di persone che si rifiuta di fornire informazioni di dettaglio – anche per timore – non è trascurabile). Uno su tre non dispone né di elettricità né di servizi igienici e una quota addirittura superiore (più del 36 per cento) di acqua potabile. Non sono rari i casi in cui l’affitto riguarda solo il posto letto in strutture di fatto adibite a dormitori, con cifre ampiamente oscillanti, fino a 120 euro/mese per casolari non raramente privi di allacci (acqua, luce, gas). In qualche caso si riscontra il rifiuto di inserimento nei campi di accoglienza organizzati, motivato da questioni di lavoro (vicinanza dei campi informali e di altre abitazioni precarie al luogo di lavoro; minori costi e tempi di viaggio): l’accoglienza organizzata viene inoltre certamente disincentivata da datori di lavoro e caporali, per evitare “intrusioni”.

Tra i lavoratori intercettati una quota consistente è formata da regolari. Inoltre sono in aumento quanti possiedono un contratto (30%). Questo dipende da diversi fattori: il maggior coinvolgimento dei richiedenti protezione e rifugiati; la pur lieve riduzione del lavoro nero a favore del grigio a seguito di aumentati controlli e di cambiamenti normativi; un miglioramento della consapevolezza dei lavoratori dettata anche dall’operatività del Progetto Presidio. Nel 44 per cento dei casi, però, i lavoratori non hanno copia del contratto (37 per cento nel settore agricolo, 96 per cento nell’edilizia). Per quanto riguarda la tipologia e sulle caratteristiche del compenso, fra i dati dichiarati prevale il pagamento a giornata (71,5% dei casi). Il compenso “a ore”, invece, viene percepito dal 10 per cento dei lavoratori, mentre il 9 per cento risulta retribuito “a cottimo”, il 6 per cento “a mese” e il 3 per cento “a settimana”. L’iscrizione anagrafica è presente in meno del 29% dei casi: un problema significativo, che limita ulteriormente l’accesso ai diritti sociali. Tra le altre criticità rilevate, c’è il fatto che si paga per tutto. Per lavorare c’è una tariffa “di ingresso” (dai 200 ai 500 euro), e/o una quota dei compensi giornalieri o di cottimo (fra il 10 e il 50% della paga). Si paga per il trasporto da/per i campi, per gli alloggi fatiscenti; per il rinnovo del permesso di soggiorno, quando c’è.  È difficile distinguere fra rete di supporto e rete di sfruttamento: sono soggetti deboli tanto quelli “senza rete” quanto quelli con “troppa rete”. I primi sono isolati e sottoposti a rapporti non “ammorbiditi” da legami sociali; i secondi sono troppo immersi in reti dense e totalizzanti per poter persino pensare alternative. Anche l’estrema precarietà delle condizioni di salute è un’evidenza diffusa: in più di 2.000 casi individuali è stata compilata una scheda sanitaria in cui sono riportate medicazioni, accessi ospedalieri e ambulatoriali, ricoveri.Gli interventi realizzati dai Presidi riguardano soprattutto la fornitura di beni e servizi di prima necessità e l’assistenza sanitaria, ma anche l’assistenza di tipo amministrativo e legale, quest’ultima legata alle necessità di tutela lavorativa, civile e penale. Esiste un certo grado di assistenza legale, pur limitata nei casi, fornita nella denuncia di situazioni di sfruttamento.

Barberis: “Caporalato ultima ruota del carro, bisogna intervenire sulla grande distribuzione”. “Si tratta di lavoratori estremamenti fragili, solo un terzo ha un contratto registrato. Di quelli che hanno un contratto,poi, quasi la metà non ne ha copia e questo li mette in una situazione di estrema ricattabilità- commenta Eduardo Barberis ricercatore dell’Università di Urbino, tra gli autori della ricerca -. Inoltre almeno un quinto vive in condizioni di estrema precarietà abitativa, in veri e propri ghetti, all’addiaccio. Tra i soggetti intercettati si sono i neo arrivati, che sono inseriti nel circuito accoglienza, ci sono gli espulsi dal circuito di accoglienza e abbiamo poi i lungo residenti che sono in una traiettoria discendente: avevano occupazioni industriali nel Nord Italia ma con la crisi hanno perso il lavoro e fanno la stagione al Sud. Con il progetto Presidio – aggiunge – abbiamo registrato la mobilità nel circuito: alcuni fanno prima la raccolta del pomodoro in una zona, poi quella delle arance da un’altra”. Il rapporto cerca di tracciare anche le linee di un possibile intervento per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e contrastare il loro sfruttamento. “Non serve una repressione poliziesca che rischia di colpire solo i lavoratori, ma un’attività ispettiva efficace, che invece oggi è estremamente carente – aggiunge Barberis -. abbiamo pochissimi ispettori del lavoro. Ma la questione non è solo numerica, riguarda anche la tipologia di lavoro:  in territori estremamente complessi, dove c’è per esempio l’infiltrazione della criminalità organizzata, gli ispettori devono essere protetti”. A livello macro, di sistema, secondo il ricercatore dell’Università di Urbino la “questione caporalato rischia di essere l’ultima goccia di un vaso molto grande: bisogna guardare a tutta la filiera, con interventi sistematici, compreso il coinvolgimento e la responsabilizzazione della grande distribuzione organizzata. Il caporale o il piccolo produttore che usa il caporalato sono loro stessi dentro un ingranaggio molto grosso che li schiaccia, un po’ per incapacità di fare sistema produttivo e un po’ per come funziona il mercato. Infine un ruolo può averlo anche il consumatore scegliendo di comprare o non comprare alcuni prodotti”. Tra le altre richieste contenute nel rapporto c’è la necessità di avvalersi del contributo del terzo settore in quadro di sussidiarietà. (ec)

 

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