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Genova, Paganini come Hendrix

Paganini Rockstar. Come e perché il violinista genovese fu l’anticipatore dell’ alone trasgressivo che ha sempre illuminato il rock. Una mostra a Genova

Missione Genova Pride. E’ l’orizzonte in cui viene ora fatalmente a declinarsi, anche se pensata in tempi non sospetti, una mostra come Paganini Rockstar, a Palazzo Ducale nel capoluogo ligure fino al prossimo 19 marzo.

Paganini visto da Patten

Tutta giocata sul parallelismo tra due figure leggendarie della musica come Nicolò Paganini e Jimi Hendrix, l’esposizione allestisce un percorso nel quale il primo diventa antesignano del secondo, come anche di ogni figura di popstar a venire. Nell’incadescenza scandalosa delle sue esecuzioni; negli eccessi della sua vita privata e pubblica (uno scandalo pubblico per corruzione di minore, per dirne una); nella sua abilità nel marketing di se stesso e della sua immagine pubblica; nel suo stesso “look”, che commentatori dell’epoca descrivono così: “Profilo d’aquila, occhi magnetici, mobilissimi: capelli neri, lunghi. Aveva qualcosa di spettrale e di fantastico, onde la sua sola apparizione alla ribalta destava nel pubblico un’impressione profonda”. In un’anticipazione di un alone trasgressivo e diabolico che ha sempre illuminato il rock, fino all’estremo di leggende metropolitane che parlavano di versi satanici ascoltabili suonando al contrario i vinili di alcuni gruppi metal, poi definitivamente archiviate dalla progressiva smaterializzazione dei supporti musicali.

 

Un’operazione culturale in cui la città trova nella figura del suo figlio più illustre – se si esclude quel Cristoforo Colombo la cui paternità rimane tuttavia contesa dalla Spagna – la cifra iconica per ribadire, a oltre due mesi dal crollo del ponte Morandi che l’ha spezzata in due, la sua capacità di produrre eventi di respiro nazionale e magari anche internazionale. E di reclamare, si, la dignità del diritto all’abitazione e all’occupazione per abitanti e lavoratori della zona rossa, ma anche l’ambizione e l’orgoglio di proporsi ancora, nella vetrina del turismo globale, come destinazione interessante, attrattiva, seducente. Pop e glamour, perfino e nonostante tutto.

Sette le sezioni che articolano l’esposizione organizzata da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, curata da Roberto Grisley, Raffaele Mellace e Ivano Fossati, affiancati da un comitato scientifico composto dagli stessi curatori e da Claudio Proietti, coordinatore, Roberto Iovino, Maria Amoretti Fontana, Pietro Leveratto. Dal talento al virtuosismo, dall’innovazione all’espressività, dal mito all’aspetto personale e intimo, fino finestra aperta su un moderno laboratorio di liuteria e al confronto con il contemporaneo in un soundlab nel quale è possibile scomporre elettronicamente la musica negli elementi strumentali che la costituiscono. Un percorso espositivo che farà forse storcere il naso a puristi e storici ortodossi, ma che riesce a vivacizzare nel sontuoso apparato mutimediale a cura dello studio Neo, Narrative Enviroments Operas di Milano, un patrimonio archivistico blasonato fatto di spartiti e taccuini, lettere autografe e perfino partite doppie dei fortunati tour internazionali di Paganini. E che riprende anche nella fisionomia delle teche espositive, incastonate nei bauli metallici che contengono le attrezzature al seguito dei live tour, il contesto pop dell’operazione. Sviluppato ulteriormente anche nel video di una star contemporanea come l’étoile della danza Roberto Bolle, gigante statuario che incombe, raddoppiato su due schermi, sul visitatore. O le interviste ad alcune vecchie glorie della recente scena musicale italiana come Ivano Fossati, che spiega il concept della mostra, Gianna Nannini che parla dell’esperienza di esibirsi sul palco e Morgan vestito da Oscar Wilde, che sproloquia sulla figura della rockstar come incarnazione dell’eroe romantico.

Chiude questa narrazione speculare tra l’una e l’altra star, l’ostensione del ”Cannone”, il celebre violino del Maestro e un frammento della chitarra elettrica che Hendrix bruciò e poi distrusse nella sua esibizione al Festival pop di Monterey. Chiuse in due teche distanti e trasparenti, davanti a loro devono sfilare i visitatori, come a reliquie sacre di quel culto pagano di genio e sregolatezza che attraversa indenne, con tutti i suoi bagliori di ambiguità, tutta la modernità.

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