lunedì 16 Settembre 2019

Ulderico Pesce: il mio teatro, dall’azione scenica alla reazione sociale

Ulderico Pesce: il mio teatro, dall’azione scenica alla reazione sociale

Teatro-verità per denunciare le devastazioni del capitalismo. Intervista con Ulderico Pesce, autore, tra l’altro di Petrolio e di A come Amianto

di Giorgio Coluccia

«Le persone comuni sentono il teatro come qualcosa di obsoleto e vecchio ed hanno perfettamente ragione perché è un teatro morto che fa ricerca su stesso e si parla addosso. Penso che il teatro “ufficiale” italiano sia quantomeno moribondo: è frequentato soprattutto da abbonati, pubblico specializzato e persone che si ammantano della sapienza di critici teatrali e/o che si parlano su se stessi. Un teatro chiuso su se stesso che si autocelebra. Le persone comuni, le ragazze ed i ragazzi delle scuole non vanno più a teatro». Intervistiamo Ulderico Pesce dopo aver assistito al suo “Petrolio” per approfondire la conoscenza su teatro-verità e teatro-inchiesta.

Non hai pensato di lavorare nel mondo del teatro classico?

E’ un teatro che a me non piace e non è mai piaciuto; è lontano dalle persone e produce un’estetica morta. Io vivo lontano dal quel modo di intendere il teatro e tutte le nostre produzioni non hanno nulla a che fare con quel teatro. Il nostro teatro prende contenuti e forme dalla verità cioè dalla realtà che si ascolta, è un teatro vivo e vicino alla gente; è un teatro che dal punto di vista estetico sia in termini di contenuto che di forma, prende spunto dalla realtà. Il nostro modo di concepire il teatro mira a coordinare ciò che realmente accade. Il nostro è un teatro che ascolta la drammaturgia della gente comune, degli operai, degli ammalati dei diseredati; una drammaturgia che certamente va coordinata, va tagliata, va messa assieme, gli va data una struttura narrativa e di racconto, ma la realtà e ricca di drammaturgia ed il nostro teatro ha aperto le porte a questa drammaturgia da circa 25 – 30 anni. Noi siamo attenti a ciò che succede nella realtà e procediamo attraverso interviste. Se, per esempio decidiamo di parlare di petrolio andiamo nei siti dove il petrolio viene estratto o raffinato, parliamo con le persone, cerchiamo di capire quali sono le tecniche estrattive, quale regole vengono seguite, quali sono le tecniche di ricerca e chi le fa, con quali guadagni. Cerchiamo di capire i ricavi delle multinazionali e cosa resta nei territori, quanta povertà in realtà resta alla popolazione del luogo. Sono tecniche che sono antiche, probabilmente affondano le radici nell’antica Grecia. In pratica prima si cerca di capire il problema e poi ne parla a teatro. Indaghiamo problematiche che interessano la comunità e poi mettiamo in scena la realtà conosciuta, a volte anche in maniera ludica, i nostri spettacoli non sono solo tragedie. Per meglio dire, ci sono momenti ludici e momenti drammatici, proprio come è il normale incedere della vita. Questo è il teatro che a noi piace fare.

Teatro di denuncia e di coinvolgimento delle persone, dunque?

Certo si, possiamo dire che il nostro lavoro può essere definito anche un po’ “sindacale” nel senso che dall’azione scenica si deve passare alla reazione sociale. Perché un teatro che non produce reazione sociale nellle persone è anche esso morto. Anche il teatro di denuncia, se è fatto in termini estetizzanti che non produce rabbia, dissenso, commozione, emozione, negli spettatori è anche esso un teatro morto. Quindi, raccontando una storia cerchiamo in qualche modo di produrre emozioni e nel contempo reazioni sociali affinché quei problemi vengano risolti o quantomeno vengano posti all’osservazione di molte persone.

Petrolio parla dell’invasività dell’industria degli idrocarburi nella tua regione, la Basilicata, qual è la relazione della popolazione con l’oro nero?

La reazione della popolazione interessata è multiforme. Una parte è totalmente indifferente, non sente il problema perché non è informata; c’è, invece, un’altra parte della popolazione che pur sentendo il problema fa un calcolo razionale e deduce che quel problema conviene in quanto produce un minimo di, non dico ricchezza, ma sussistenza. Pertanto è una parte di popolazione che sa benissimo di cosa parliamo, ma evita di esporsi e di parlare perchè fa prevalere quel briciolo di convenienza. Inoltre c’è una terza fascia che si è fatta comprare dalle multinazionali, dalle ditte, dai governi, è assoldata come i mercenari nell’antichità. Tu mi dai qualcosa ed acquisti la mia opera, la mia azione ed in questo caso il mio silenzio. Per cui vi è una buona parte della popolazione anche nella mia terra che è vittima della clientela e non parla perché è assoldata. Infine ce n’è una parte, anch’essa consistente, che non è informata e che vede il nostro spettacolo ed è una sorta di illuminazione. Una parte del pubblico che già sa è cosciente e consapevole e non vede l’ora di allearsi con persone che hanno le stesse conoscenze e la stessa consapevolezza per cambiare radicalmente il presente ed il futuro. Quindi come sempre accade non c’è una realtà assoluta ma soltanto relativismi. In questi relativismi bisogna lottare affinché quella fetta di popolazione che fa parte del relativismo ed è soggetta a clientele ed acquistabilità dai poteri forti invece diventi culturalmente più forte, prenda coscienza e sia più audace ed autonoma. Bisogna muoversi affinché questa fetta di persone sia culturalmente talmente forte da alzare la testa e non lasciarsi acquistare da niente e da nessuno.

C’è una sequenza di Pemtrolio in cui reciti così: “Giovanni cosa aspetti? Cosa ti devono fare di più?”. Parliamo ancora delle royalties, che benefici portano in regione?

No, da ciò che io vedo, ed ho visto, il petrolio non ha portato nulla di positivo, ha creato solo devastazione e morte perché le royalties del petrolio non hanno stimolato in nessun modo la permanenza nel territorio di giovani. Se ne sono andati, le scuole stanno chiudendo una appresso all’altra, i comuni nei pressi delle zone di estrattive sono quasi tutti spopolati. Nei comuni del giacimento petrolifero più grande dell’Europa continentale, siamo arrivati al punto che non c’è il barbiere, non c’è il macellaio, chiudono le scuole, rimangono gli inquinanti, ma che è ricchezza questa? E’ ricchezza per chi estrae, per chi rimane restano solo le malattie e la morte. Pertanto non vedo l’ora che questi signori del petrolio vadano via e ci lascino la natura; portino tutte le loro cose (tubature, condotte, serbatoi e quant’altro) da un’altra parte, custodite perbene perchè è materiale altamente contaminato e contaminante e la nostra terra possa rimanere di nuovo vergine e libera selvaggia e arcaica per come l’anno conosciuta Pasolini, Calvino, Bassani, Bresson, De Martino, e tanti altri.

Anche sul palco parli del prima dell’arrivo dell’era petrolifero, è stato uno sconvolgimento…

Certo è vero, ma non di tutta la realtà lucana. La Lucania si espande per 10mila chilometri quadrati, da Maratea sino a Scansano Ionico, da Matera sino a San Mauro Forti, eccetera, c’è una parte che è la Val d’Agri, che si estende per 1400 chilometri quadrati e l’area petrolizzata non supera i 500 chilometri quadrati. Quindi l’area interessata al petrolio è molto piccola, ma il destino di quest’area è totalmente cambiato. Quando uno arriva vede un grande centro oli, il più grande dell’Europa continentale, pozzi petroliferi, condotte. Un Val d’Agri che sembra il Texas; sembra quello che è l’industria del petrolio europea. Prima non era così, era un territorio vergine, la campagna era pulita, addirittura è arrivata l’Università di Napoli per insegnare ai contadini come zappare la terra in termini moderni già a fine ‘800 e ciò indica che il destino della nostra terra era un altro; anche quella parte di Basilicata aveva un destino contadino, pastorale ed oggi, ringraziando dio, la Basilicata è ancora integra, in tutto il materano, nel lago di Grinse, nella Val Sarmento, nel sinisese, nel metapontino, ci sono intere aree che ancora sono arcaiche, vergini, non hanno avuto nessun tipo di contaminazione e di problema. Questa Basilicata di un tempo dobbiamo riuscire a metterla a sistema ed a trarne i vantaggi che oggi sono visibili in tutto il mondo. I vantaggi di Matera, questo essere arcaici, contadini e pastori ha creato delle cose che sono difese dall’Unesco, che sono patrimonio dell’umanità. La stessa cosa dicasi per il Pollino, il parco nazionale più grande d’Italia, 200mila ettari, dove ci sono le aquile reali, i lupi, i caprioli, fiori in estinzione come la “baggiona”, alberi in estinzione come il pino loricato, eccetera. Bene noi dobbiamo riappropriarci delle nostre radici e contare su di esse. Il petrolio finirà a breve, 10-15 anni, invece la natura sarà eterna se ce la restituiscono, il prima possibile, incontaminata-

Matera, hai detto, come vedi la sua investitura a Capitale europea per la cultura 2019? E’ un modo di riconoscere la dimensione natura-cultura della Basilicata o una sorta di compensazione per i disagi delle trivellazioni?

Io la vedo più come un contentino. Matera è sicuramente una delle città più belle al mondo, abitata da circa ottomila anni, quindi è una città meravigliosa, magnifica, emozionante; chi non ci è mai stato deve vederla è emozionante, è una pugnalata al cuore; quindi era già capitale della cultura europea, già era stata definita capitale della cultura contadina; oggi è semplicemente capitale europea, io preferisco ribadire e ricordare quando hanno denominato Matera capitale della cultura contadina. Un progetto che era di Carlo Levi, Rocco Scodellaro, Adriano Olivetti, Bresson e tanti altri. Purtroppo non è stata capitale del mondo contadino come era nel periodo 1945-1950, si è snaturata, ma l’occasione di vederla Capitale Europea della Cultura è molto ghiotta, ma io non credo molto in queste cose altisonanti, credo nelle cose più piccole. Quando ci sono molti soldi è difficile fare un buon lavoro. Credo che i benefici reali per Matera siano molto pochi anche perché ad oggi non si lavora a far capire l’identità culturale di Matera. Si lavora non tanto al racconto di Matera e della Basilicata, ma al racconto da Matera e dalla Basilicata; pertanto credo che i benefici siano relativamente pochi. A me è piaciuto il racconto di Matera e della Basilicata, nel bene e nel male, in modo da far comprendere la nostra identità culturale e storica e dietro quei buchi neri delle grotte del paleolitico c’è una verità storica straordinaria che difficilmente può venir fuori. Spero molto nella grazia e nella determinazione di chi arriva a Matera che se ha voglia di sapere ha spazi dove trovare questi racconti.

Quindi non la vedi come una possibilità di contrasto alla trasformazione industriale della regione?

No nessun antagonismo. Sarà una grande vetrina, ma nella vetrina la merce sicuramente è quella sbagliata.

Hai scritto anche un lavoro sull’amianto.

Sì, è meno rappresentato perché è molto più complesso. Però è andato in scena a Roma, a Milano ed in altre grandi città italiane. E’ un bel lavoro e ci tornerò perché ho scoperto un’altra cosa sull’amianto che è ancora più bella e più ghiotta da narrare. L’amianto è un argomento da affrontare e raccontare nella maniera più assoluta. Ci sono seimila persone che muoiono in Italia a causa dell’amianto, è una strage e nessuno se ne occupa. Ci sono seimila morti di amianto all’anno in Italia, e non lo dico io ma le statistiche dell’Istat, ed è facile saperlo perchè di amianto si muore quando si muore di mesotelioma pleurico che è un tumore che sopravviene soltanto quando si respira l’amianto.

Perché hai scelto il teatro, e non la televisione, come strumento per prendere coscienza delle problematiche connesse con lo sviluppo capitalistico?

Credo che il teatro sia il luogo di libertà per eccellenza, perché il teatro non ha padroni. Se tu ti accordi con altre 4 o 5 persone, scrivi un testo, lo adatti alla scena, chiami qualcuno che organizza una semplice illuminazione, ci metti un po’ di musica, qualche video, avendo così costi ridotti e senza puntare a vendere grandi cose; quindi non c’è una grande economia che gira intorno al teatro. Il teatro è come le sedie impagliate, quattro legni, prendi la paglia e la tendi per bene per le sedute ed hai costruito la sedia, è semplice e facile e non ci sono grandi costi. Il teatro è molto semplice, non ha padroni, è un codice che arriva con molta facilità. Per fare una rappresentazione teatrale non hai neanche bisogno del luogo chiamato teatro, puoi andare in una fabbrica, in una sala per le assemblee condominiali, puoi andare in una scuola; basta che porti tu due oggetti e la tua volontà di trasformazione e fai teatro e veicoli delle cose. La televisione, i giornali, il cinema sono industrie, sono industrie costose e quando c’è un’industria costosa i margini di libertà di una persona sono molto molto risicati e ristretti. Non credo poi che avremmo briciolo di spazio in televisione per parlare di petrolio, di amianto e di tante altre cose. La televisione si occupa della mercificazione della donna, degli oggetti, degli alberi, dei cibi, di tutto, è un grande supermercato che serve per vendere e non per far pensare le persone. Uno che guarda la televisione la guarda non certamente con il cervello ed i sentimenti, la guarda con il portafoglio, qua comprare il materasso, qua il pantalone, qua la matita per trucco, qua la mutanda. La televisione, i giornali, non tutti, ma una buona parte di essi, sono strumenti del capitalismo. Quei giornali, quelle televisioni che dietro hanno i padroni sono tutti figli del capitalismo. Il teatro non è figlio del capitalismo e non interessa manco ai capitalisti altrimenti avrebbero inserito altre cose perchè sanno che il teatro è un codice adatto al racconto della verità e nient’altro. E la verità piace a pochi.

Chiaramente questo vale per il teatro-verità mentro per quel teatro che è solo forma non vale.

Beh, quello è frutto anche quello del capitale. C’è tutta una parte di teatro italiano in cui si fa a gara a chi spoglia più attori, maschi nudi in scena, donne nude, in pratica vai a vedere spettacoli dove non si capisce un cazzo; tu guardi lo spettacolo e ti chiedi: ma sono io un imbecille? Cioè ci si diverte a rompere i coglioni al prossimo.

Purtroppo il teatro è confezionato e vissuto come strumento a misura di un’elite saccente e ciò non contribuisce alla sua diffusione e al suo sviluppo…

Aggiungerei soltanto che chi è curioso della mia attività oltre a venire a teatro può andare sul sito internet www.uldericopesce.it oppure seguire la pagina ufficiale facebook di Ulderico Pesce che è divenuta una vetrina di combattimento oltre che la vetrina del teatro-verità. Non ci perdiamo di vista e speriamo di creare una società ed un Paese pieno di giustizia, di meritocrazia e credo che ci possiamo riuscire se tutti ci sforziamo di camminare sullo stesso binario.

 

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