giovedì 21 Novembre 2019

Adios Podemos, Iglesias perde pezzi. Addio allo spirito del 15M

Adios Podemos, Iglesias perde pezzi. Addio allo spirito del 15M

Spagna, Pablo Iglesias vs. Iñigo Errejón: tra risveglio dell’eurocomunismo e il neopopulismo di centro

di Manolo Garì e Jaime Pastor/Viento Sur*

Pochi giorni dopo l’annuncio pubblico dell’accordo Carmena-Errejón sulla piattaforma Mas Madrid e la risposta ad esso da parte di Pablo Iglesias (per non parlare di quello del suo segretario organizzativo), sembra già evidente che Podemos, per come l’abbiamo conosciuto nei suoi cinque anni di vita è finito. Sarà un altro Podemos che impareremo a conoscere da ora, probabilmente condannato a rappresentare solo una corrente politica strettamente associata con il pablismo (quello di Iglesias, ndr), mentre allo stesso tempo emerge un neopopulismo di centro, forse vicino a quello che i verdi tedeschi o gli italiani del movimento 5 stelle rappresentano che, inoltre, non cesserà di rivendicare il brevetto originale di Podemos. Pertanto, per quelli di noi che non si riconoscono in nessuno di questi progetti, è necessario aprire uno spazio alla sinistra di entrambi, che, si spera, offra un percorso diverso ed è disposto a mettere in testa un orizzonte rupturista e costituente. Un’alternativa democratica, pluralista e anti-neoliberale, femminista, antirazzista e ecosocialista che permetta il lavoro congiunto e la collaborazione di uno spettro molto vario di attivisti e sia in grado di attrarre il sostegno elettorale di una larga parte di settori popolari antagonista all’austerità e alla deriva autoritaria.

Ovviamente, i risultati elettorali in Andalusia e la svolta reazionaria che i sondaggi predicono per il prossimo 26 maggio hanno fatto precipitare la decisione di Iñigo Errejón, lo hanno convinto definitivamente che era necessario fare il passo dello strappo con Pablo Iglesias e la sua squadra e che poteva contare sul sostegno di Manuela Carmena per dare credibilità al suo progetto come unico modo per fermare il blocco reazionario.

Aumento e declino di un modello fallito

Perché siamo arrivati così lontano se negli ultimi tempi la politica sviluppata dall’attuale segretario generale di Podemos aveva effettivamente assunto una tattica riguardante il PSOE praticamente simile a quella proposta da Errejón in Vistalegre II, e ha persino accettato che il nemico non è più il regime, nemmeno l’IBEX 35 (un indice della Borsa di Madrid, comprendente i 35 titoli a maggiore capitalizzazione, ed è il segmento più importante di tale borsa, ndr), ma solo il blocco reazionario? In effetti, è stato così, ma permangono differenze tra le due correnti nelle storie che supportano per raggiungere nuovi settori e, soprattutto, nella valutazione dell’usura subita dal marchio Podemos negli ultimi tempi.

Iniziamo con il pablismo. Se, ad esempio, ci atteniamo a discorsi, documenti e pratiche una volta che il loro ciclo ascendente si è esaurito, potremmo concludere che questo rappresenta un progetto politico che ha come riferimento l’eurocomunismo degli ultimi anni ’70 del secolo scorso. Un buon esempio di ciò è la rettifica che il suo leader ha fatto delle critiche che ha fatto in passato per la Transizione (dal franchismo, ndr) – e il ruolo di Santiago Carrillo in quel processo – per chiarire che «hanno fatto quello che potevano» e che hanno mostrato un senso dello stato. Da questa riconsiderazione e da quella della fine del ciclo aperto dal 15M segue la volontà di dare priorità al “partito di governo”, non nascondendo la propria “ossessione di governare”, come riconosciuto da Pablo Iglesias nel suo colloquio con Enric Juliana in un libro recente (Nudo España, p. 321). La disponibilità a governare con il PSOE, dentro questo regime, sostituisce il progetto rupturista con cui è nato Podemos, che s’era voluto rappresentare come portatore nelle istituzioni dello spirito di quel 15M e poi, dopo le europee, mise in piedi una macchina da guerra elettorale pronta per una guerra lampo, finalmente fallita.

Dalla frustrazione di quelle aspettative di “assalto al cielo”, con un progetto populista basato su un modello di partito basato su una leadership carismatica e una democrazia plebiscitaria, è passato, specialmente da Vista Alegre II, all’adattamento crescente all’asse convenzionale sinistra-destra, considerando il PSOE come l’alleato principale da “sedurre”. La fine di questo viaggio, fino ad ora, è stata evidente nel ruolo che Pablo Iglesias ha interpretato nella negoziazione dei Presupuestos Generales del Estado (la legge di bilancio) con l’indipendentismo catalano … per conto di Pedro Sánchez.

Questa “ossessione governista” è evidente in quel libro, perché, anche se Pablo Iglesias ribadisce il suo rifiuto di consentire, dopo le elezioni del dicembre 2015, a Pedro Sanchez di formare un governo appoggiandosi sul patto con Ciudadanos (a differenza di quanto pensasse e continui a pensare Errejón), l’unica autocritica che si precepisce nel suo bilancio è di non essere entrato nei governi regionali del Pais Valencia o di Aragona, pur esprimendo soddisfazione che il suo partito sia entrato nel governo di Castilla-La Mancha, governo, a proposito, presieduto da un barone del PSOE che non ha remore a mostrare la sua simpatia per Ciudadanos o la volontà di mettere fuori legge il movimento indipendentista catalano.

Né rispetto al modello di partito ultracentralizado, gerarchizzato e castigatore di ogni dissenso, o per la tentata manipolazione di alcune mobilitazioni sociali o, infine, per invenzioni come Vamos, abbiamo letto o sentito una autocritica meritata da parte del leader del Podemos.

Per giustificare la sua ossessione per il governo, Pablo Iglesias non ha avuto remore a rivendicare l’esempio portoghese presentandolo come ciò che non è. In effetti, sostiene di aspirare a “normalizzare una forma di governo attraverso la formula della coalizione nei municipi e nelle comunità autonome che assomigliano allo stile portoghese”. Tuttavia, come ben sa, ciò che esiste nel paese vicino è un patto di investitura che ha permesso a forze come il Bloco de Esquerda di preservare la sua autonomia e la sua libertà di critica contro il Partito Socialista.

Se questo cambiamento strategico, che implica, come insiste il leader di Podemos, mostra “pragmatismo a molti livelli” si aggiungono il crescente deterioramento della leadership di Pablo Iglesias e le crisi interne profonde in diverse regioni, pochi dubbi rimangono di aver perso la centralità e la capacità di essere il motore delle confluenze. A tutto ciò si aggiunge la definitiva burocratizzazione di un partito con una base militante che viene progressivamente ridotta e associata sempre di più a una nuova classe politica, ora timorosa del proprio futuro. Ecco perché sembra cinico leggere nel libro che “i circoli sono un chiaro segnale che non vogliamo costruire un partito tradizionale degli affiliati” (op.cit., 149) quando tutti sanno che l’attuale realtà dei circoli è quello di una crescente decomposizione (quando non sono praticamente scomparsi) nella maggior parte dei territori. Una storia, per inciso, che ricorda la crisi interna alla PCE negli anni 80-82 prima che lo spazio politico ampio fu occupato dal PSOE a scapito di quello che è stato il principale partito antifranchista, e potrebbe ora essere esteso al tandem Carmena-Errejón se otterrà buoni risultati elettorali.

Tuttavia, nella storia di Pablo Iglesias nella nuova fase ci sono assi secondari per nulla secondari del discorso che lo distinguono da ciò che hanno rappresentato l’eurocomunismo di Santiago Carrillo e anche, come vedremo, la storia di Errejón. Uno è il posto occupato nel suo discorso dalla difesa, per quanto ambigua, dell’idea di una Spagna plurinazionale e della necessità di un referendum concordato in Catalogna. Questo è senza dubbio, assieme al suo rifiuto di applicazione dell’articolo 155 e delle accuse di ribellione e sedizione per i separatisti catalani, una domanda rilevante perché punta a una spaccatura fondamentale del regime e dello Stato e su cui non sembra che ci saranno dei passi indietro. Anche se non ci illudiamo, è molto probabile che in futuro appaia sempre più come una difesa retorica che non supporrebbe alcuna “linea rossa” prima di un’ipotetica negoziazione di un accordo governativo con il PSOE.

Un altro asse di differenziazione è legato alla decisione presa di recente di introdurre nel suo discorso la critica del ruolo di Filippo VI, in particolare dal suo discorso del 3 ottobre 2017, usando la debole argomentazione che la monarchia sarebbe servita a fermare il 23F (si allude al tentato golpe di Anton Tejero del del 23 febbraio 1981), ma ora non sarebbe più utile … Quindi, in vista anche dell’emergere di un nuovo repubblicanesimo popolare, la difesa dell’opzione repubblicana si è contrapposta a un primo piano relativo che contrasta con il silenzio su questo argomento – come pure quello della memoria storica – mantenuto in passato dal gruppo dirigente di Podemos e che ora continua a mantenere Errejón.

Questi assi discorsivi, in combinazione con la vocazione bonapartista che il leader vuole continuare a praticare nelle pressioni istituzionali e che potrebbero provenire dalla mobilitazione in un contesto di polarizzazione politica (come abbiamo appena visto nella votazione in contrasto con il decreto sui canoni d’affitto), spiegano che Podemos non può ancora essere visto come un partito integrabile nel regime. Non sorprende, quindi, che nonostante l’evoluzione sofferta, persista la diffidenza dell’IBEX35, e con essa quella della maggior parte dei media, in contrapposizione al partito di Iglesias. Il loro obiettivo, condiviso con il PSOE, è di lasciarlo ridotto a una rappresentazione simile a quella in passato aveva IU, riducendo così le sue possibilità di governare in una condizione diversa da quella di essere una stampella del partito di Pedro Sánchez.

E’ quindi comprensibile che, se le contraddizioni di parti del suo racconto con la sua volontà di essere “partito di governo” con il PSOE si somma il desiderio mostrato da Pablo Iglesias di garantirsi il controllo diretto di Unidos Podemos e del discorso ufficiale (anche se non sempre gli riesce, come abbiamo visto in Andalusia), non c’è da stupirsi della decisione di Iñigo Errejón di liberarsi da quel peso e volare insieme a Manuela Carmena per fornire una “lezione salutare” contro quello che è successo in Andalusia con un progetto per “rinnovare illusione e fiducia”.

Questioni di marchio

Ora, contro il logorio del marchio Podemos, Iñigo Errejón ci offre Mas Madrid come l’unica alternativa in grado di aggiungere più gente in tutto un discorso che, ancora una volta, va oltre l’asse sinistra-destra per aspirare ad una trasversalità senza linee rosse che permetta loro di arrivare a governare nella Comunità e nella città di Madrid … con il PSOE. Se, come ci viene detto nella lettera di Carmena e Errejón, il programma sarà basato su “continuare il governo del cambiamento nell’ufficio del sindaco e di estendere il suo vantaggio alla Comunità di Madrid”, c’è poco da illudersi su un progetto che va a giustificare operazioni come Madrid-Chamartín 1 / e pratiche autoritarie all’interno del gruppo Ahora Madrid. E’ vero che si promette “un programma comune e partecipativo”, ma l’esperienza nella città di Madrid genera il fondato timore che questa volta è quello di chiedere agli elettori un assegno in bianco per due leadership personalistiche che antepongono il mero buon goerno a programmi e processi partecipativi reamente efficaci come quelli che hanno portato Carmena al Consiglio comunale di Madrid ma che ha abbandonato, nei punti fondamentali, in tutti questi anni.

Per questo motivo, molto lontano ci sembra il progetto dai propositi recentemente formulati da Santiago Alba 2, quando avverte che “il carisma intergenerazionale non sarà sufficiente; avremo anche bisogno di un programma alla sinistra del PSOE e uno stile negli antipodi di Podemos”. Questo non è ciò che ha interessato Manuela Carmena finora né Íñigo Errejón, né per ciò che si riferisce al programma né al riconoscimento della pluralità interna. Ricordiamo che in passato Errejón era disposto a lasciare governare il PSOE attorno ad un programma concordato con Ciudadanos e non si prevede di escludere un accordo con quello stesso partito se fosse la condizione per arrivare a governare con il PSOE nella Comunità di Madrid, come anticipano alcuni sondaggi. Per quanto riguarda il loro rapporto con le altre forze, ciò che viene chiesto è l’adesione in condizioni di subalternità a un progetto con un disegno e una squadra leader che non ammettono domande perché è l’unico che considerano vincitore.

Un progetto che inoltre può anche proiettarsi nel futuro a livello statale con formule (Más España?) che abbiamo già cominciato a vedere, che tendono ad adattarsi alla cornice, e anche con elementi simbolici del nazionalismo spagnolo dominante contrapposti al riconoscimento della realtà plurinazionale e del diritto all’autodeterminazione dei nostri popoli.

Alla ricerca di soluzioni

Già esaurito Podemos come motore di cambiamento e senza speranza per per parte nostra che Mas Madrid, nonostante le sue grandi aspettative elettorali, prenda il sopravvento, data la sua deriva verso un blocco indefinito “democratico progressista”, ai settori che continuano a richiamarsi alllo spirito del 15M e al manifesto dal quale è sorto Podemos, ci spetta, con il sangue nuovo dell’attivismo sociale emergente, optare per un altro percorso, quello della deliberazione collettiva, il rispetto della pluralità e della proporzionalità, di empowerment popolare per essere in grado di scommettere su modelli di città e comunità che non cedono alle pressioni del blocco finanziario-immobiliare.

Di certo si sa che questa strada sarà più difficile in un contesto radicalmente diverso ma è molto più necessario se vogliamo evitare rassegnazione o delusione prima che la nuova politica del male minore come un modo per affrontare la minaccia reazionaria finirà per portare a maggiori frustrazioni, come sta accadendo in altri paesi.

In effetti, abbiamo già verificato abbastanza che il ricorso a leader carismatici, che presto sarebbero presto diventati autoritari, nel corso di questi cinque anni ha continuato ad allontanarci dal 15M e ci ha portato a praticare le peggiori forme della vecchia politica. Dobbiamo convincerci che, come il nostro caro amico Miguel Romero ci ha avvertito nell’agosto 2013 contro questa “deviazione”, “nessun leader può sostituire un programma in cui la maggioranza sociale riconosce e condivide la diversità delle richieste insoddisfatte che rendono possibile la costituzione di un campo sociale antagonistico di fronte al potere stabilito. Un campo sociale che nello Stato spagnolo, vale la pena ripeterlo, deve essere articolato in modo uguale tra le diverse realtà nazionali”.

*Manuel Garí è un economista e membro del Consiglio editoriale di Viento Sur e Jaime Pastor è un politologo e redattore di Viento Sur. Traduzione Ahq-catz

 

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