-1.7 C
Rome
venerdì 21 Gennaio 2022
-1.7 C
Rome
venerdì 21 Gennaio 2022
si fa di carta grazie a te! Arriva
Libro-rivista di racconti, inchieste, riflessioni

Il primo numero, ottimo anche come idea regalo, è già pronto e si intitola Cocktail partigiani. Parole in fondo al bicchiere, un volume di Gabriele Brundo, scrittore-barman genovese corredato da illustrazioni di una dozzina di disegnatori, da un ricettario di cocktail a base di Amaro Partigiano e da alcune riflessioni su produzione e consumo di alcol e letteratura.

OLTREPOP

E SAI COSA BEVI!!!
HomeculturePrima di andare in paradiso i crumiri si pentivano

Prima di andare in paradiso i crumiri si pentivano

In scena a Genova La classe operaia va in paradiso, versione teatrale del film di Elio Petri. Lino Guanciale nei panni che furono di Gian Maria Volontè

da Genova, Claudio Marradi

C’era una volta in Italia. E tutto quel che c’era scorre in un time laps, accelerato alla rovescia,  sullo schermo dietro il palco del Teatro delle Corte di Genova. Dalle immagini di naufragi dei barconi nel Mediterraneo, passando per il G8 del 2001, Berlusconi e poi giù giù, la motonave Vlora delle sbarco  degli albanesi, Craxi,  Pertini, il caso Moro, il 1977…  e sempre più giù in un contatore che parte azzerando il (quasi ormai)  primo ventennio del  terzo millennio e si ferma solo una cinquantina d’anni prima, sui titoli di coda di “La classe operaia va in paradiso”, il film di Elio Petri di cui l’omonimo spettacolo teatrale diretto da Claudio Longhi è un libero adattamento.    Con Lino Guanciale  – Premio Ubu come migliore attore – nel ruolo che fu di Gian Maria Volontè e che, nella drammaturgia dello scrittore Paolo Di Paolo,  conferisce corpo alla storia di Lulù Massa, irriducibile operaio stakanovista che scopre la coscienza di classe dopo avere perso un dito in un incidente.   Lo spettacolo prodotto da Emilia Romagna Teatro è costruito attorno alla sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro, che diventano a loro volta personaggi, interpretati rispettivamente da Nicola Bortolotti e Michele Dell’Utri. Al loro fianco vivono tutti i personaggi del film: come l’Adalgisa (Donatella Allegro), il cronometrista (Simone Francia), Lidia (Diana Manea), lo Studente (Eugenio Papalia), Militina (nel film era Salvo Randone, qui è invece interpretato da una donna, Franca Penone), mentre Simone Tangolo e Filippo Zattini danno vita agli intermezzi musicali, con canzoni dolci e amare dell’Italia alla fine del boom. E tutti entrano in scena trasportati dal nastro della catena di montaggio, come quando ancora le cose ci raggiungevano una alla volta e non tutte assieme da ogni lato contemporaneamente come oggi, in una scrittura che si intreccia alle vicende che hanno accompagnato la genesi e la controversa ricezione del film. Che quando nel 1971 arrivò nelle sale suscitò le critiche di industriali, sindacalisti, studenti e dei critici cinematografici più impegnati dell’epoca, nonostante la Palma d’Oro a Cannes e il Nastro d’argento alla protagonista femminile, Mariangela Melato.

Muovendosi fuori e dentro il palco, fuori e dentro la pellicola,  fuori e dentro il testo, lo spettacolo ricostruisce, tra spot televisivi in bianco e nero  che ancora si chiamavano réclame e copertine di fotoromanzi, il contesto di quegli anni dai quali sembra separarci ormai un secolo intero. Il Novecento. Perché è vero che la fabbrica metalmeccanica è scomparsa – assieme a quella classe operaia di cui Lulù  Massa, con quel cognome che sembra esprimere il suo stesso  destino,  era un eroe involontario – dall’orizzonte dei luoghi che abitiamo. Ma solo perché è migrata dall’altra parte del mondo,  in cerca di forza lavoro più docile e a buon mercato. Eppure espandendosi all’infinito, lasciando dietro di sé  tempi e luoghi di nuovi stakanovismi, dai capannoni della logistica  di Amazon alla produzione diffusa di materiali di comunicazione e marketing. Vive ora tra le pieghe delle retoriche dell’autovalorizzazione di una forza lavoro sempre più precaria, ma che non ha più orari di lavoro solo perché tutta la vita è ormai lavoro, nelle chat tra colleghi accese h24. E tutta la vita è ormai prodotto, nel cicaleccio continuo dei social media tradotto in biga data. In una fabbrica grande come il mondo.

 

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento, prego!
Inserisci il tuo nome qui, prego

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Ultimi articoli

I nazisti ucraini nei giochi di guerra tra Putin e Biden

La CIA sta segretamente addestrando gruppi nazisti anti-russi in Ucraina dal 2015 [Branko Marcetic]

A #BlackLivesMatter serve un programma economico

In un paese che ha sempre usato la razza per giustificare la disuguaglianza, porre fine alla brutalità della polizia è solo l'inizio

Violenze di gruppo a Milano, i 3 cerchi dell’orrore dei Taharrush JamaR...

La pratica dei Taharrush Jama'i viene dall'Egitto. L'obiettivo è scoraggiare donne e attiviste a partecipare a raduni ed eventi pubblici

Il virus della disuguaglianza

Il rapporto Oxfam: cresce in Italia e nel mondo la concentrazione delle ricchezze, aumenta il numero dei poveri 

Scuola al freddo, linea dura della preside: sospesi in 66

Sospesi in 66 in un liceo artistico di Milano per aver rivendicato un diritto. Una storia in apparenza d'altri tempi