Genova, le macerie del Ponte Morandi, una storia di rimozioni

Genova, le macerie del Ponte Morandi, una storia di rimozioni

Dopo i morti, gli sfollati, le esplosioni, le polveri, le incazzature per il traffico e i disagi, la situazione dal “quadrante Valpolcevera” è questa. La “società civile” annaspa

Ecco, l’enorme “memento mori”, la prova che il calcestruzzo non è eterno come la pietra (che pure i suoi limiti li ha), non c’è più. Salutato da uno spettacolare innalzarsi di colonne d’acqua (l’acqua è l’elemento simbolico che lava il peccato) a benedire l’umile genuflessione del gigante che ha cercato l’amicizia degli uomini, ma ne ha avuto solo indifferenza.

Quel gigante che, disperato, un mattino d’agosto si è preso la sua vendetta. Una vendetta terribile, biblica. Ingiusta, come tutte le vendette, che nulla hanno a che fare con la giustizia.

Sì, ha cercato di essere amico, quando si stringeva in un timido abbraccio con le case… ma trascurare gli amici, anche i più disinteressati (anzi…no, maggiormente loro), è nefandezza tale da trasformare i migliori sentimenti in desiderio di vendetta. In odio sincero. Che alla fine si è manifestato.

Ma  l’unica assoluta certezza che il mondo degli uomini ha, è il tempo. La cui inesorabilità sembra anch’essa quasi una vendetta.

E allora si può andare solo avanti. Il viadotto Polcevera non c’è più.  Il 14 agosto ha tentato un suicidio spettacolare, ma non è riuscito ad andare fino in fondo. I suoi amici umani, pietosi, gli hanno riservato però, dieci mesi dopo, il migliore “kaishaku” possibile.

In favor di telecamere.

Segno dei tempi, nulla da obiettare.

Ora restano le macerie. Le macerie figlie, o sorelle, di quelle del 14 agosto. Che riposano quiete a poche migliaia di metri da questo “ground zero” ormai elevato al quadrato.

Ecco, le macerie; inutile diffondersi sul significato simbolico della loro rimozione, che prelude alla rinascita, come è inutile spendere parole sulla loro non rimozione e riutilizzo in loco, utilitaristicamente funzionale alla ricostruzione.

Proviamo però, con un po’ di fantasia, a immaginarle come pietre di qualcosa di antico che è crollato.

A livello simbolico le pietre rimandano a forza e a durata nel tempo, ma anche a immutabilità, resistenza al cambiamento o a rudezza d’animo. Questi sono i tre sentimenti che i genovesi stanno letteralmente vomitando su quella tribuna popolata che sono i “social” in questi giorni.

E ci vanno pesante, che se fossimo al “Roxy bar, come le star” minimo minimo sarebbe rissa tutte le sere, con occhi pesti, nasi sanguinanti, bottiglie rotte, ragazze che scappano… poliziotti… E un baretto carino mandato in malora.

Per ora, dopo i morti, gli sfollati, le esplosioni, le polveri, le incazzature per il traffico e i disagi, la situazione dal “quadrante Valpolcevera – Genova” è questa. La “società civile” annaspa.

*curatore di MOM – Morandi Obiettivo Memoria www.memoriamorandi.it

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