Parigi, troppi lacrimogeni. Il commissario sviene

Parigi, troppi lacrimogeni. Il commissario sviene

Parigi, carica selvaggia agli ambientalisti che occupavano un ponte. Il comandante delle operazioni sviene. Macron ha «disinibito certi poliziotti che si comportano da sceriffi»

 

Parigi, l’equivalente della celere spruzza lacrimogeni a pochi centimetri dalla faccia dei manifestanti ma l’effetto collaterale è tragicomico: il comandante del Crs, incaricato delle operazioni, è svenuto per soffocamento. Più di cinque litri di gas sono stati spruzzati in meno di 30 minuti. E’ accaduto il 28 giugno ma il rapporto di polizia che inchioda il Crs, Compagnie Républicaine de Sécurité, è appena stato rivelato dal sito d’inchiesta Mediapart proprio nel giorno in cui alla parata del 14 luglio i gilet jaunes sono riapparsi per fischiare sonoramente Macron alla parata (scontri e arresti). Si tratta dell’evacuazione violenta di ecologisti pacifici di XR, Extinction rebellion, dal ponte Sully, nel quinto distretto di Parigi. Le immagini hanno rapidamente fatto il giro dei media e hanno innescato l’apertura di un’indagine preliminare affidata all’IGPN, gli affari interni della polizia, dall’ufficio del procuratore di Parigi per “violenza volontaria da parte di un responsabile dell’autorità pubblica”.

Nel rapporto degli agenti di polizia presenti durante gli eventi e di cui Mediapart pubblica un estratto, si scrive che l’uso massiccio di questi gas ha causato “un disagio per la perdita di coscienza del comandante” responsabile delle operazioni. Ha dovuto essere temporaneamente sostituito da un tenente. I manifestanti volevano occupare il ponte in modo non violento facendo laboratori creativi per aumentare la consapevolezza sull’emergenza climatica ma non hanno avuto il tempo di installare le loro attrezzature. Il verbale della polizia, scritto lo stesso giorno, indica la velocità dell’intervento, una volta ordinati gli ordini del prefetto: “13 h 06: prima intimazione da parte del TI [tecnico d’intervento] .13: 13: reiterazione dell’intimazioni. 13,14: uso in quattro riprese di contenitori di gas lacrimogeni”.

E’ proprio da ambienti di polizia che viene criticata questa repentina gasazione ravvicinata di manifestanti seduti, tutt’altro che minacciosi. «Questo naturalmente non dovrebbe accadere – ammette il funzionario sentito da Mediapart – la gerarchia CRS non ha dato prova di discernimento Da cinque metri di distanza, il tuo obiettivo è già molto infastidito. Così è abnorme, non etico e sproporzionato».

In pochi minuti, tra le 13:14 e le 13:39, sono stati utilizzati dieci contenitori, cinque litri di gas.

«È violento, è particolarmente suicida in termini di immagine che si dà – stima lo stesso funzionario – ma non dobbiamo dimenticare una cosa: rispondiamo agli ordini: se il prefetto o il suo vice fanno pressioni per evacuare, può dare questo tipo di risultato caotico con un comandante che perde conoscenza. Siamo vicini al ridicolo, annaffiato dall’irrigatore».

«Quando la forza è sproporzionata, anche i più esperti non resistono», ride un delegato sindacale di polizia, prima di deplorare che «questo uso sproporzionato della forza è stato [legittimato] sin dalle proteste contro la loi travail e specialmente sulle manifestazioni di” giubbotti gialli “».

Secondo il sindacalista in divisa, i discorsi di Castaner, cattivissimo ministro dell’Interno di Macron, hanno «disinibito alcuni poliziotti che si comportano da sceriffi».

Questo massiccio uso di gas lacrimogeni ricorda il modus operandi del prefetto di Parigi Didier Lallement, quando era di stanza a Bordeaux. Un rapporto dell’Osservatorio delle libertà civili della Gironda, pubblicato in aprile sempre dal medesimo sito, ha denunciato questa politica di intimidazione, «simbolo dell’indurimento desiderato» dal governo.

Sebbene le violenze sul ponte Sully non avessero lo stesso livello di gravità di quelle contro i giubbotti gialli, hanno comunque fatto il giro dei media e causato l’apertura lo stesso giorno, un’inchiesta preliminare da parte del pubblico ministero di Parigi. Xavier Renou, fondatore del collettivo Les Désobéissants, ricorda a Mediapart una scena simile di gasazione. Nel 2011, per protestare contro la fusione della comunità di comuni con l’agglomerato di Ales, decine di persone avevano impedito il movimento di un treno. Attivisti pacifici seduti su un binario ferroviario sono stati gassati da un poliziotto. Giudicato nel 2017, è stato condannato a quattro mesi.

«Gli abusi della polizia non sono nuovi, c’è un’impunità molto forte che li rende tanto più possibili, ma stiamo assistendo a un cambiamento di dottrina che fa paura e, per spaventare, ci facciamo del male». Tradizionalmente riservata ai quartieri poveri, la violenza «da novembre ha colpito i giubbotti gialli, bianchi ma delle classi popolari. Per l’opinione pubblica, era ancora lecito credere alle parole dello Stato che diceva: “Se la sono cercata”. Qui le immagini del Ponte Sully mostrano giovani bianchi, borghesi e pacifici: le immagini mostrano che sono seduti ed è difficile per Castaner criminalizzarli per giustificare la violenza della polizia».

Gli avvocati del movimento di disobbedienza civile, Extinction Rebellion, Vincent Brengarth e William Bourdon, hanno fatto appello al Defenseur des droits per indagare sull’uso dei lacrimogeni da parte del CRS. In un rapporto pubblicato nel dicembre 2018, il Defenseur des droits, il difensore civico, ha osservato che «l’uso di gas lacrimogeni potrebbe essere […] talvolta inappropriato o non necessario».

Gli avvocati hanno anche reclamato con due relatori speciali delle Nazioni Unite, dicendo che il diritto a riunirsi e a manifestare è minacciato. Nel loro appello, ricordano che questa «repressione fa anche parte di un’ondata senza precedenti di violenza poliziesca che si è verificata durante il movimento di giubbotti gialli: la sistematizzazione nell’uso della violenza per reprimere i movimenti pacifici e cittadini è particolarmente preoccupante».

Due recenti casi di violenza da parte della polizia sono particolarmente rivelatori del clima repressivo: brutalità omicida della polizia, menzogne ​​di stato, impunità garantita dai cosiddetti organismi investigativi. Il primo di questi casi, in ordine cronologico, è il caso di Zineb Redouane. La donna di 80 anni, che è stata colpita dai gas lacrimogeni a Marsiglia il 1 ° dicembre mentre era alla finestra del suo appartamento, ed è morta in seguito all’ospedale. E nonostante le iniziali smentite dell’accusa, che avevano affermato che era morta «per arresto cardiaco sul tavolo operatorio» e che lo “shock facciale” era “non la causa della morte”, è ormai stabilito, come i parenti di Zineb Redouane continuano a ripetere, che è la granata è responsabile della morte dell’ottuagenario.

Il rapporto dell’autopsia fatto in Algeria e le foto di Zineb Redouane prese sul suo letto d’ospedale danno conto dell’entità delle sue ferite, tra cui una grave frattura della mascella, negando la tesi ufficiale di “tiro a campana”. Ciò è confermato dall’autopsia, che, a differenza di quella condotta in Francia, trova un “significativo trauma facciale attribuibile all’impatto di un proiettile non penetrante […] che può corrispondere a una granata lacrimogeno”.

Altre rivelazioni sull’indagine dell’IGPN confermano la tesi della menzogna di stato: del capitano della CRS, innanzitutto, che ancora rifiuta di consegnare le armi utilizzate il 1 ° dicembre all’IGPN. L’ufficiale sostiene che la telecamera di sorveglianza della polizia più vicina a chi ha sparato la granata fosse fuori uso, nulla è stato risparmiato. L’ultimo punto, Denis Robert del sito Le Media sostiene che «secondo le sue fonti, uno o più poliziotti, presumibilmente CRS, sarebbero saliti nell’appartamento della signora Redouane e l’avrebbero pulito con acqua abbondante, rimuovendo gli oggetti rotti e i segni degli spari e della granata».

Tutti questi elementi che non possono non far pensare a un secondo caso, quello della scomparsa del giovane Steve a Nantes, Popoff ne ha scritto qui, a seguito di violentissime cariche durante il festival della musica. Quasi tre settimane dopo, il corpo di Steve non è stato ancora trovato, e tutto sembra essere organizzato per scagionare le autorità da ogni responsabilità. Come ha spiegato Libération il 27 giugno, «facendo la scelta di incaricare solo l’ispettorato generale della Polizia nazionale (IGPN) di un’indagine amministrativa, il Ministero ha in effetti bloccato le indagini».

«”Dov’è Steve?”: quasi tre settimane dopo la sua morte e nella scandalosa assenza di qualsiasi comunicazione ufficiale, la domanda continua a essere posta, così come la domanda “Chi ha ucciso Zineb?”. Domande che continueremo a chiedere con le loro famiglie, i loro cari, così come con tutti coloro che combattono, spesso per anni, contro la violenza della polizia, specialmente nei quartieri popolari, e contro le menzogne ​​dello Stato. Con i prossimi importanti incontri, la marcia del 20 luglio a Beaumont-sur-Oise, in memoria di Adama Traoré e contro l’autoritarismo», annuncia Julien Salingue dal sito dell’Npa, una delle organizzazioni più attente alla denuncia della repressione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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