Le identità sono cangianti, qualcuno lo dica a Galli della Loggia

Le identità sono cangianti, qualcuno lo dica a Galli della Loggia

Perché Galli della Loggia non ama la cucina bengalese. Una lettera agli antropologi sul concetto di culture

Ernesto Galli della Loggia, maschio, bianco, benestante e liberale non ama l’atteggiamento dei Nigeriani (con la “n” maiuscola, attenzione, che qui si parla di una intera nazionalità), la cucina dei bengalesi (puzza!) o i vicini Rom (figuriamoci), anche se è difficile pensare che egli possa avere avuto un rapporto più che episodico con una qualunque di queste categorie di persone.

E però, nonostante frequenti altri ambienti dai loro, GdL sente che potrebbero non piacergli e – in astratto – prova una naturale antipatia per loro, che fa pendant con la simpatia che al contrario sente – sempre in astratto, perché qui la puzza non manca – nei confronti dei suoi connazionali che inveiscono contro lo straniero.

Ma siccome è un intellettuale benpensante non può semplicemente dire che gli immigrati gli danno fastidio. Deve giustificare la sua xenofobia con una lunga elucubrazione apparsa lo scorso 10 gennaio sul Corriere della Sera, una sapida giaculatoria per giustificare sé stesso e – approfittando dell’occasione – tutta la Cultura Occidentale in preda a sussulti razzisti che hanno ormai sorpassato il livello di guardia.

L’espediente retorico ha almeno il pregio di essere trasparente: siamo tutti colpevoli, dunque nessuno lo è. Il razzismo e la xenofobia crescono ma Ernesto ci assolve: se si è tutti peccatori allora inutile vergognarsi del peccato commesso.

Alla base del ragionamento – se così si può chiamare – c’è una definizione delle culture umane vecchia di trent’anni, messa a punto da un uomo entrato – come l’editorialista del Corriere – nella fase calante della sua parabola intellettuale: Claude Lévi-Strauss. Antropologo francese, strutturalista, i suoi lavori etnografici sono una pietra miliare per tutti coloro che si sono cimentati nello studio delle culture “altre”. A fine carriera si era però adagiato in una visione retrograda e conservatrice delle culture umane, che GdL riprende nel suo articolo:

“che delle culture, pur rispettandosi possano sentire maggiori o minori affinità le une per le altre, questa è una situazione di fatto che è sempre esistita. È un dato normale dei comportamenti umani”.

Nel teatrino mentale di GdL le “culture” non solo sono viste come omogenee e monolitiche, separate le une dalle altre da confini di filo spinato, ma hanno addirittura dei sentimenti: “Buongiorno – dice la cultura X alla cultura Y stringendole la mano – la rispetto, ma non provo grandi affinità nei suoi confronti.”

Usando ancora le parole dell’antropologo francese GdL scrive:

“se in metropolitana gli [Lévi-Strauss] capita d’incontrare dei giapponesi, verso la cui cultura egli è attratto, gli viene naturale un moto di simpatia e d’interesse, e il fatto si produce, ammette senza problemi, sulla base della loro semplice apparenza fisica, del loro puro modo di comportarsi nonché della conoscenza della loro lingua.”

La conclusione a cui giunge questo fine esploratore dell’animo umano è semplice quanto scontata:

“Non volere avere troppo a che fare con i nigeriani, dico per dire, a causa del loro modo di fare, o sentirsi infastiditi dall’odore del cibo cucinato dai bengalesi, o trovare sgradevole l’idea di avere dei vicini di casa rom, non ha niente a che fare con il razzismo.”

Liberi tutti, quindi. Liberi anche di dare credito a una delle peggiori baggianate che il razzismo si sia inventato negli ultimi anni, la teoria della sostituzione etnica:

“Così come è un’altra cosa preoccuparsi del fatto che la presenza di una cultura diversa dalla propria raggiunga proporzioni tali da rendere la nostra minoritaria.”

Meno Ernesto Galli della Loggia? Dove devo firmare?

Per evitare il fastidio che potrebbe provocare al nostro eroe borghese una eccessiva vicinanza a queste “culture”, rumorose e puzzolenti, si diano allora da fare i poteri pubblici per “porre dei limiti all’immigrazione”. E guai a chiamarlo razzismo.

Il velenoso compitino di Galli della Loggia sarebbe finito nella pattumiera degli editoriali di Galli della Loggia, se non fosse che qualcuno ha deciso di utilizzarlo come monito, come spunto per sollevare un problema.

Si tratta di un antropologo, si chiama Piero Vereni e lavora all’Università di Roma Tor Vergata, dove dirige il Laboratorio di Pratiche Etnografiche.

Dopo aver letto il testo in questione ha deciso di prendere carta e penna virtuali e dalle colonne del suo blog ha scritto a colleghe e colleghi antropologi, dissezionando l’editoriale di GdL come si fa in laboratorio con i cadaveri per studiare l’estensione della malattia.

La cancrena è in stato avanzato e il focolaio si concentra nella testa: il concetto di cultura preso in prestito da Claude Lévi-Strauss:

“Le culture – scrive Vereni – non sono fatte solo da intellettuali maschi, colti, borghesi e raffinati come sono L-S e GdL (quella è semmai la vecchia nozione di cultura come sapere delle élites), e sono composte dal sapere di diverse classi, di diverse estrazioni, di diverse tradizioni […]. Le culture non sono internamente omogene, come non sono nettamente distinte le une dalle altre.”

Siamo all’ABC di un qualsiasi corso di antropologia culturale degno di questo nome: nella concezione monistica della cultura che l’editorialista del Corriere fa propria non potrebbero esistere che so, un italiano musulmano o un Rom inglese. Eppure – ecco una notizia per il Corriere! – esistono, eccome, sono intorno a noi, sono Noi. Le identità di ciascuno, come hanno mostrato gli ultimi 30 anni di ricerca socio-psico-antropologica, sono cangianti, fatte di mille sfaccettature, mille culture con la “c” minuscola, mille incontri e relazioni. E se Galli della Loggia – scrive Vereni nella sua letterea – può preoccuparsi che “la presenza di una cultura diversa dalla propria raggiunga proporzioni tali da rendere la nostra minoritaria” ciò è possibile solo a patto di pensare “la propria” come un blocco uniforme quantificabile e passibile di “invasione”.

La posizione espressa nell’editoriale del Corriere è uno dei tanti esempi dell’incapacità da parte della borghesia liberale del nostro paese e dei suoi intellettuali di riferimento nell’analizzare la complessità della realtà nella quale ci troviamo a vivere. I tanti Galli della Loggia che provano fastidio per la presenza di immigrati nel nostro Paese sono il prodotto almeno quanto sono responsabili di questa débacle. La loro colpa è quella di aver aperto la strada allo sdoganamento della xenofobia e del razzismo attraverso un pensiero frusto e claudicante, di cui l’editoriale di Galli della Loggia è un perfetto esempio. Un pensiero disarmato di fronte alla spinta della destra radicale e che ne è insieme il brodo di coltura. Nessuna assoluzione per loro.

La forma epistolare scelta da Vereni per il suo testo di critica non è casuale: i destinatari della missiva sono colleghe e colleghi dell’antropologo:

“dobbiamo ammettere che se perfino intellettuali raffinati usano così male il concetto di cultura ciò è prima di tutto una nostra responsabilità: non siamo ancora in grado di comunicare all’opinione pubblica la rilevanza della prospettiva antropologica per una vera costruzione della cittadinanza nel mondo complesso in cui siamo immersi.”

Una chiamata di correo che denota una grande onestà intellettuale e che guarda criticamente a una disciplina, l’antropologia, che porta in seno la colpa originaria di una nascita nell’alveo del colonialismo ottocentesco. E che purtroppo può ben poco contro l’appiccicosa pervasività del pensiero selvaggio di un Ernesto Galli della Loggia.

un esempio di “pensiero selvaggio” che risale all’ottobre del 2018

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