domenica 29 Novembre 2020

Il partito che si fece giornale

Il partito che si fece giornale

“Il giornale-partito” di Massimiliano Di Giorgio per Odradek. Tre appuntamenti a Roma per presentare il libro

E’ appena uscito per i tipi di Odradek, “Il giornale-partito”, un libro di Massimiliano Di Giorgio, giornalista e scrittore romano con una lunga storia a l’Unità e all’Agenzia Reuters. E’ la vicenda delle origini del quotidiano più amato (e più detestato) a sinistra. E comunque l’unico sopravvissuto nelle edicole dopo l’abolizione del diritto soggettivo ai fondi per l’editoria e i ripetuti tagli dei finanziamenti nella matrioska di crisi globale, della carta stampata, della stampa di sinistra e dei soggetti organizzati della sinistra cosiddetta radicale. Una crisi che non sembra attenuarsi tanto che è passato quasi sotto silenzio il mezzo secolo compiuto dall’impresa politico-editoriale che tuttavia resiste. Di Giorgio – che oggi collabora col Venerdì e ha ripubblicato in e-book il suo unico (per ora) romanzo Nessun compromesso – lo definisce un giornale «povero ma bello (…) nonostante le mille difficoltà economiche e la scomparsa dei comunisti dallo scenario politico. «Oggi, di quel “gruppo di avventurieri” – definizione salgariana usata da Valentino Parlato – sono ancora in vita due donne che sono state punto di riferimento per generazioni di militanti di sinistra: Rossanda e Luciana Castellina». Tutto ha avuto inizio nel giugno del 1969, con quella testata che non è mai stata ritoccata, sopra un fascicolo di 80 pagine stampate fitte, con poca pubblicità e soltanto di libri. «Ne seguirono – ricorda l’autore – le accuse di essere filocinesi (vero) e “frazionisti”, la radiazione a novembre dello stesso anno, poi la nascita del quotidiano (nel 1971), la partecipazione fallimentare alle elezioni politiche del 1972, la breve unificazione con il Pdup».

 

E poi la rottura («anzi, le rotture, perché di scontri interni “il manifesto” ne ha sempre vissuti parecchi») tra i fondatori; e tra i fondatori e le nuove leve, nel ’90, sullo scioglimento del Pci, il “rischio” di diventare l’organo di Rifondazione Comunista che venne obliterato assegnando a uno dei più destri della redazione il compito della narrazione di quella esperienza che vedeva insieme chi resisteva all’idea di buttare il bambino con l’acqua sporca e i pezzi della nuova sinistra – così si chiamava allora – intorno all’idea di rifondare un pensiero e una pratica di un partito comunista e di massa. Quel giornalista sarebbe diventato il direttore del quotidiano della Margherita, in pratica del pezzo di dc che era rimasto nel centrosinistra e che condivide con le mutazioni genetiche del Pci, la responsabilità dell’imposizione del liberismo in questo paese. Ma questa è, in parte, un’altra storia.

Per il manifesto, fondato da Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Lucio Magri, Rina Gagliardi e un gruppo di intellettuali e dirigenti del Pci che contestavano da sinistra la linea di Botteghe Oscure, ci sarebbero state anche stagioni buone per ruolo e diffusione al punto da sfiorare l’idea di quotarsi in borsa. Infatti, se negli anni 70 doveva condividere lo spazio a sinistra del Pci con Lotta Continua e il Quotidiano dei Lavoratori, negli anni 80, quando quelle esperienze furono inghiottite dal riflusso, il manifesto restò in piedi diventando un punto di riferimento per gran parte della sinistra politica, sociale e sindacale. Una cosa “succedeva” a sinistra solo se la trovavi nero su bianco sul manifesto, negli articoli o nelle rubriche delle lettere, degli editoriali, sui tamburini degli eventi. Viceversa, se non riuscivi ad approdare a quelle colonne era l’invisibilità. Lo stesso Di Giorgio, allievo di Spriano a Lettere della Sapienza, ha esordito come collaboratore volontario di quel giornale. La miopia nei confronti del Prc, liquidato sbrigativamente come residuo del passato peggiore, gli sarebbe costato la perdita di quel primato e avrebbe dato l’input alla trasformazione, a metà degli anni 90, del settimanale Liberazione in quotidiano. Tutto ciò non ha fatto venir meno la vivacità della proposta editoriale – chi scrive questa nota ha amato l’esperienza del “settimanal-quotidiano” ovvero l’edizione domenicale dei primi anni 90 e il settimanale Extra –  con le operazioni collaterali di produzione musicale, la casa editrice, gli inserti come la Talpa e la Talpa-libri, Le Monde Diplomatique, Arancia blu ec… Fino ad arrivare a oggi, in tempi di M5s e Lega e Pd, con una geografia politica completamente sconvolta, in cui il piccolo “manifesto” cerca di occupare lo spazio che fu dell’Unità prima di Renzi inseguendo l’atavica nostalgia per l’idea di influenzare il Pci, anche se oggi è il Pd.

 

«Ho scritto molto – spiega Di Giorgio – sulla storia de Il Manifesto, soprattutto riguardo gli anni tra il 1969 e il 1972, tracciando il percorso del gruppo degli ex discepoli e sostenitori di Pietro Ingrao – a lungo leader della sinistra interna – sin dai primissimi anni Sessanta, perché è lì che nascono le ragioni del gruppo. E, riassumendo anche i decenni successivi, ho cercato di tirare qualche conclusione su quel che “il manifesto” ha rappresentato politicamente, la sua “ideologia”. Sono probabilmente in pochi a sapere che quella rivista si sarebbe dovuta chiamare, nelle intenzioni di Magri, “Il principe”, in omaggio ad Antonio Gramsci e alla sua lettura “di sinistra” di Machiavelli. E chissà che impressione avrebbe fatto oggi un quotidiano così intitolato con il sottotitolo, mai rinnegato, “quotidiano comunista”. Forse non è molto noto anche che “il manifesto” fu una delle prime cooperative editoriali e una delle prime testate a usare la teletrasmissione (e poi ad andare su Internet); che per anni ha ricevuto un premio come “giornale più libero d’Italia” e che sulle sue pagine hanno scritto in tanti, famosi o che sono lo sono diventati, a partire da Umberto Eco. E oggi, nonostante le difficoltà, aggravate dalla decisione del governo gialloverde di tagliare il fondo per l’editoria, “il manifesto” resta, almeno per me, un giornale “povero ma bello”».

Più in generale, lo schema su cui Di Giorgio ha lavorato prevede quattro fasi distinte. Un primo periodo di formazione all’interno del Pci fino al 1969, la fase teorica, che si conclude con la pubblicazione della rivista “il manifesto’’, da cui il nome del gruppo dei dissidenti. Segue la fase eroica, che passa attraverso il lancio del quotidiano e termina con la presentazione elettorale autonoma nel 1972. «Questa fase – si legge nel volume – può essere suddivisa a sua volta in quattro periodi: la formazione di un gruppo di pressione nel Pci; la costituzione di una semi-organizzazione – dopo la radiazione dal partito – composta da ‘fuoriusciti comunisti’; la fondazione del giornale e infine la stagione della vera e propria organizzazione, che viene per così dire ratificata alla fine del 1971». La terza è la fase storica – dal ’72 al ’78 – si riferisce alla vita politica della componente del Manifesto all’interno del nuovo Partito di Unità Proletaria per il comunismo (Pdup pc). Nell’ultima fase, quella critica, al gruppo politico sopravvive soltanto il quotidiano, che ha avuto un peso consistente nella vita politica della sinistra, vecchia e nuova, prima e dopo lo scioglimento del Pci. «Questa fase inizia nel 1978 e dura tutt’ora».

IL GIORNALE-PARTITO. PER UNA STORIA DEL MANIFESTO ODRADEK EDIZIONI, COLLANA BLU, PAGINE 288, 22 EURO

Il Manifesto è stato negli anni della Repubblica molte cose. Dapprima un’area culturale eterodossa all’interno del Partito comunista italiano all’epoca del «centralismo democratico». Poi un collettivo di politici e intellettuali che scelse di «farsi partito» dopo la radiazione dal Pci del novembre 1969. Erano gli anni della contestazione giovanile e dell’autunno caldo operaio, dell’invasione sovietica di Praga e della crisi del mondo comunista. Poche settimane dopo, avrebbe preso avvio con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, la «strategia della tensione» che comunicava esplicitamente alle nuove generazioni di operai e studenti che avevano fatto la loro entrata nell’agone pubblica, il carattere della «democrazia bloccata» italiana.

Figlio del «lungo ‘68», il manifesto oggi è un giornale libero e per questo sempre in lotta per la difesa della sua identità e della stessa sua sopravvivenza. Questo libro racconta la sua storia. Dalle origini del gruppo di Rossanda, Pintor, Magri, Parlato e Natoli al transito nei movimenti degli anni Settanta, fino all’approdo nell’era post-ideologica successiva alla caduta del muro di Berlino.

A cinquant’anni dalla sua nascita (il primo numero della rivista “il manifesto” uscì nel giugno 1969), attraverso documenti, testimonianze e scritti dell’epoca, rievocare le ragioni che portarono al formarsi di quella che è stata la riconosciuta coscienza critica della sinistra richiama la necessità di interrogarsi sulla centralità dell’esercizio della libertà di pensiero e azione nella politica e sul significato che ciò assume nella società contemporanea.

La storia del Manifesto non si riduce quindi alla vicenda di un gruppo «frazionista», raccoglitore di esigui consensi elettorali, ma finisce per rappresentare uno spaccato della vita pubblica e politica del Paese. Un punto di osservazione originale e mai scontato della vicenda dell’Italia repubblicana.

(Dalla presentazione di Davide Conti)

Venerdì 7 febbraio, ore 18.30, Libreria RED FELTRINELLI, via Tomacelli 23, nella strada della storica redazione del quotidiano. Modera Marco Di Fonzo – Sky TG 24, presidente dell’Associazione Stampa Parlamentare; partecipano: Massimiliano Di Giorgio, Tommaso Di Francesco e Aldo Garzia (Il Manifesto)

Giovedì 13 febbraio, ore 18, TEATRO DEL LIDO (Ostia), Via delle Sirene 22. Discutono con l’autore Andrea Capocci (Il Manifesto) e Giansandro Merli (Il Manifesto – Dinamo Press)

Martedì 18 febbraio, ore 18.30, Libreria ODRADEK, via dei Banchi Vecchi 57. Discutono con l’autore Luciana Castellina, cofondatrice del Manifesto, e lo storico Davide Conti.

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