La zona rossa dentro di noi

La zona rossa dentro di noi

Quando sarà finita questa storia potremo forse tornare a parlare di come  trasformare questo mondo, come nel 2001, nella “nostra” prima zona rossa

da Codogno, Francesco “baro” Barilli e Lele Corvi

Rileggevo l’altro giorno cosa ti ho scritto fin qui. Il primo pezzo era del 23 febbraio. Neanche tanti giorni fa, eppure sembra passata una vita e tante cose sono cambiate. Innanzitutto, ora anche tu sei in zona rossa. Cioè, tutta l’Italia è messa allo stesso modo, ora. In un certo senso, penso che persino questo pezzo ora sia meno interessante, e io mi sento meno “speciale” (concedimi questa punta di volgare narcisismo, è solo un attimo e poi passa).

Però, se ci pensi, è a causa di una zona rossa che adesso ci parliamo a distanza, ed è a causa di una zona rossa che ci siamo conosciuti, tanti anni fa. Non sembrano tanti gli anni, fa strano a pensarci, invece lo sono. E al di là di quella che potrebbe essere solo una curiosità semantica (da “zona rossa” a “zona rossa”), in entrambi i casi si trattava di qualcosa che avrebbe riscritto la grammatica della democrazia come la conosciamo. Meglio, avrebbe riscritto e sta riscrivendo il rapporto fra diritti e sicurezza. Nel 2001 successe in un modo che mi fa ancora incazzare se ci penso, oggi è una cosa più subdola e per certi versi persino comprensibile: intendo che le restrizioni alle libertà ci possono stare, in nome della salute.

Sì, ci possono stare… Però, però…

Però, ecco, finirà questa brutta storia, e di materiale su cui riflettere ne avremo. Su sanità pubblica e privata, certo (mi sa che te l’ho già scritto, in questi giorni). Su chi evade le tasse e, ben più che indirettamente, ha contribuito a ridurla così, la sanità pubblica. Potremo chiamarli criminali, dopo aver curato (anche) loro?

Sul fatto che la gente è tornata a capire il valore della solidarietà, ad apprezzare il gesto di chi ti dà una mano, mentre il capitalismo (lo abbiamo visto quando ha parlato Lagarde) della propria mano ci ha mostrato solo il dito medio.

Sai, dal 2018 mia mamma non c’è più. Aspetta, c’entra anche se non sembra.

Aveva la seconda elementare, ma era persona estremamente buona e sensibile. Nata nel 1929, spesso mi aveva parlato dei suoi ricordi di ragazza, durante la guerra. Ti confesso: a volte sbuffavo davanti a certa sua retorica sui “bei tempi andati” (ma come, mi dicevo, bei tempi durante la guerra??!!). Però su una cosa aveva ragione. “Vedi – mi diceva – in tutte le famiglie c’era chi aveva perso qualcuno, o conosceva qualcuno che aveva perso qualcuno, oppure non aveva perso nessuno ma aveva bisogno di qualcosa e tu sapevi che un giorno pure te potevi avere bisogno di qualcosa, e allora ci si parlava in un altro modo, ci si aiutava…”.

Ecco, con questo ricordo credo di averti dato un’idea del paragone (che faccio con prudenza e rispetto: non mi sfuggono le drammatiche differenze) fra questo periodo e quello della guerra: un diverso approccio fra le persone rendeva la solidarietà più spontanea e comune. Come sta succedendo ora, almeno mi sembra, almeno voglio credere.

Comunque, torniamo alle cose di cui dovremo parlare, dopo.

Io resto a casa, sia chiaro. Lo trovo gesto responsabile e bene fanno quegli artisti che ti spingono a obbedire e condividono appelli. L’hashtag #Milanononsiferma è finito nello stesso spazio limbico ove si ricordano i Jalisse e i Tamagotchi.

Però è un appello per privilegiati. Privilegiati di cui faccio parte, lo so. Tempi tristi, quelli in cui alcuni non possono permettersi neppure l’obbedienza.

Insomma, stiamo ridisegnando le priorità all’interno di concetti che credevamo fissi e immutabili, come civiltà ed evoluzione. Anche in futuro, quando torneranno i casini del nostro vivere quotidiano, dovremo ricordarcene. Quando sarà finita questa brutta storia potremo forse tornare a parlare di come  trasformare questo mondo in qualcosa di migliore. Proprio come facevamo nel 2001, nella “nostra” prima zona rossa.

Che tra l’altro mi fa venire in mente un’altra cosa. Non so quando pubblicherai questo mio nuovo “appunto ai tempi del Coronavirus”. Io lo sto scrivendo ora, 14 marzo: Carlo oggi compirebbe 42 anni.

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