mercoledì 3 Giugno 2020

Ricciardi: «Dopo una vita di galera sono tornato nelle piazze»

Ricciardi: «Dopo una vita di galera sono tornato nelle piazze»

E’ morto a Roma, Salvatore Ricciardi, uno dei protagonisti degli anni ’70 a Roma. Lo ricordiamo con le sue stesse parole

 

di Salvatore Ricciardi

Dopo una vita di galera sono tornato nelle strade, davanti ai posti di lavoro, nelle occupazioni di case e di scuole, nelle sedi di collettivi e di radio, nelle assemblee di movimento. Oltre raccontare lo scontro di ieri, provo -insieme a altre e altri- a ragionare e attivarmi nello scontro di oggi; che, comunque la si pensi, è figlio dello scontro di 30, 40 anni fa.

Il mio nome è Salvatore Ricciardi e sono nato a Roma nel 1940. Ho frequentato l’istituto tecnico Galileo Galilei (a Roma Via Conte Verde). Appena diplomato ho trovato lavoro in un cantiere edile: dopo qualche anno ho vinto un concorso alle ferrovie dello stato come tecnico. Ho svolto intensa attività sindacale nella Cgil e, nel 1965 attività politica nel Partito socialista di unità proletaria (Psiup) nella sezione Garbatella.

Nel 1966, con alcuni compagni e compagne, iniziamo lavoro politico nelle fabbriche di Pomezia, un territorio che  rappresentava, nei voleri dei governi, il polo industriale di Roma e offriva notevoli facilitazioni agli imprenditori. Nel 1967 incontriamo davanti ai cancelli di queste fabbriche le compagne e i compagni del Potere Operaio di Pomezia (di cui si è persa memoria, eppure era frequentato da compagni/e molto capaci, in rapporto con Quaderni Rossi). Agli inizi dei movimenti del ’68 studentesco e operaio, proponiamo al Psiup di “sciogliersi nel movimento” per ridefinire le proposte politiche e anche gli assetti organizzativi; ritenevamo quel partito “vecchio” come gli altri e volevamo esplorare e moltiplicare i percorsi dell’autorganizzazione. Perdemmo il congresso provinciale su questa proposta (dicembre ’68), per pochissimi voti a causa dei “funzionari” che non volevano perdere il “posto di lavoro”.  

Usciamo dal Psiup e proponiamo alle assemblee del movimento di gettarsi nella costruzione degli organismi autorganizzati moltiplicando una tendenza che dilagava non solo in questo paese e di cui il Cub dei lavoratori della Pirelli Bicocca era il punto di riferimento. La Fatme, la Sacet, la CocaCola, e tante altre realtà lavorative. Nel 1971 con altri ferrovieri diamo vita al Cub dei ferrovieri di Roma, che blocca il traffico ferroviario nei primi giorni di agosto 1971 e apre la sua sede nel quartiere di San Lorenzo (storico insediamento di ferrovieri) in Via dei Volsci 2, 4. Che ospiterà, di lì a poco, gli aggregati di lavoratori che si muovono sul terreno dell’autorganizzazione, per primi l’assemblea lavoratori/trici del Policlinico e il Comitato politico Enel; poi, via via, tutti gli altri.

Queste dinamiche, questi percorsi e i successivi, ho cercato di raccontarli nel libro: Maelstrom DeriveApprodi 2011, (ma anche in questo blog) dove troverete anche le scelte successive, quello della lotta armata e l’arresto nel maggio 1980 e la lunga permanenza nelle carceri speciali, con annesse rivolte e tentativi di evasione.

Salvatore Ricciardi è morto a Roma il 9 aprile 2020. Popoffquotidiano lo ricorda con le sue stesse parole, le note biografiche che aprono il suo blog

Dopo aver militato dell’area dell’autonomia operaia nel ’77 entra a far parte della Brigate rosse. Viene arrestato nell’80. Alla fine di quell’anno con altri prigionieri organizza la rivolta nel carcere speciale di Trani. Condannato all’ergastolo, alla fine degli anni Novanta usufruisce della semilibertà. Dopo trent’anni di detenzione, da pochi mesi mesi ha riacquistato la libertà.

Questo è il ricordo di Fabrizio Burattini, militante e dirigente di Sinistra Anticapitalista:

Ho conosciuto Salvatore in quella lunga deliziosa tempesta che furono gli ultimi anni Sessanta e i primi Settanta. Più precisamente durante quel mio tormentato peregrinare politico che mi ha condotto in qualche mese da giovane frastornato del movimento a fare poi la scelta di militanza che poi ha guidato tutto il resto della mia vita.
Era il 1969 e sedevo vicino a lui in una lunga tavolata in una trattoria di San Lorenzo a Roma. Una trattoria che poi improvvisamente, una quindicina di anni dopo, sarebbe sparita, come tante altre cose che oggi non sono più quelle di allora. Ogni tanto, Salvatore ed io, ci estraniavamo dalla convulsa discussione politica che coinvolgeva tutti i commensali e parlavamo, sottovoce, tra di noi. Ricordo ancora come mi disse: “Ci sono momenti in cui tutto questo chiacchierare mi esaspera e preferisco chiudere l’audio. Tu che fai?”
E così, per qualche minuto ogni tanto, parlammo di noi. Naturalmente la conversazione era sempre politica, ma più umana.
Poi, nel corso degli anni successivi, lo rividi spesso, sempre presente in tutti gli innumerevoli appuntamenti che punteggiavano le settimane e i mesi. Sempre mi salutava, anche da lontano, con quel sorriso dolce e quell’occhiata profonda che lo ha sempre caratterizzato. Qualche altra volta ci sedemmo vicini e io ebbi modo di apprezzare ancora quella sua ferma determinazione politica, ovattata dalla tenerezza che lo ha sempre contraddistinto.
A metà febbraio 1977, quel sorriso m’ha salvato da una brutta fine che potevo fare durante una discussione che si accese, ricordo come fosse ora, subito fuori dai cancelli della Sapienza (in quel piazzale che poi sarebbe stato intitolato ad Aldo Moro), appena spentitisi gli scontri che si erano accesi attorno al comizio provocatorio di Lama. Lui si frappose tra me e tre quattro esponenti dell’Autonomia che, ancora agitati da quanto era appena avvenuto, volevano mettere in riga, anche fisicamente, chi non la pensava come loro.
Poi le nostre strade si sono drammaticamente separate.
L’ho reincontrato qualche anno fa, certo, segnato dagli anni come tutti, e lui di più degli altri per come e dove aveva passato tanti, troppi anni della sua vita, sempre con il sorriso che mi rivolgeva. Entrambi, lui ed io, ancora e per sempre da quella stessa parte, con il sorriso silenzioso che ci faceva sentire fratelli, a dirci con gli occhi: “A volte, tutto questo chiacchierare ci esaspera proprio”.

 

 

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