mercoledì 3 Giugno 2020

Salta il festival? E allora chiacchiero con i fumettisti

Salta il festival? E allora chiacchiero con i fumettisti

L’ideatore dello Smack! di Genova intervista Marco Santucci, «nato per disegnare fumetti» (Enrico Testino)

Un piacere chiacchierare con Marco Santucci. Uno degli ospiti delle prime edizioni di SMACK! nel 2012!!!  Fumettista completo che ha sviluppato un’arte e una carriera che lo ha portato a disegnare personaggi Bonelli, Marvel, DC. Casa, quest’ultima, per cui sta disegnando ora, muovendosi tra Acquaman e Swamp Thing. Invitiamo tutti a leggere questa intervista considerando anche il mondo dell’editoria a fumetti negli anni fine ‘80 inizio ‘90 e di come, allora, ci si poteva muovere per cercare la propria strada.

Quale è stato l’episodio che ha dato inizio … a tutto e che ti ha fatto innamorare del fumetto?
Come dicono molti disegnatori si fa questo lavoro per una propensione naturale. La mia propensione, più che disegnare, è raccontare con il disegno e, andando ancora di più nello specifico, mi piace raccontare per sequenze (infatti mi piace anche il cinema) e…sulle sequenze il fumetto è il mio mezzo preferito.

Fino ad un certo punto della mia vita non avrei mai pensato di trasformarlo in un lavoro, poi, verso i 16 anni (allora studiavo come perito elettronico informatico) mi cadde l’occhio su un autore Marvel che tutti ricorderete: Todd McFarlane. Insieme ad altri come Jim Lee era un autore che aveva colpito l’immaginario di tutti.
Iniziai ad avere voglia di copiare i disegni, poi a farne di miei, ma, come dicevo, crebbe anche la voglia di iniziare a scrivere, raccontare. Fin da piccolo avevo questa passione, conservo ancora disegni da piccolissimo di mie piccole storie.
Da quel momento, dalla visione di McFarlane, fu un infinito susseguirsi di eventi che mi hanno portato ad approfondire sempre di più la mia arte, cosa che faccio tutt’ora. Una serie di percorsi, episodi, occasioni attraverso le quali mi sono formato.
Iniziai, quindi, in maniera continuativa e determinata a disegnare, i miei genitori mi portarono a Prato Comics, una manifestazione che all’epoca andava forte. Lì vidi anche Jim Steranko e John Buscema (ndr alla faccia degli ospiti!). Comprai anche una delle bibbie del fumetto, scritta da Stan lee e John Buscema: “Come fare fumetti nel modo Marvel” che fu uno dei miei primi “insegnanti”, oggi si direbbe tutorial. Grazie a quel libro decisi addirittura di disegnare la mia prima storia a fumetti. Lo feci e la inchiostrai pure!
E qui Marco inizia a raccontare una serie, affascinante, di episodi, lavori, aneddoti che, per chi vuole, sta raccogliendo sul suo profilo FB dove racconta il suo, personale, percorso di disegnatore (è all’episodio 32….). Ci soffermeremo su alcuni.
Uno dei talenti di Marco Santucci sembra la sua determinazione nel riuscire, unita alla capacità di cercare, naturalmente e istintivamente, insegnamenti e sproni in ogni episodio. Ogni episodio per lui è utile per imparare qualcosa sul proprio percorso professionale ed artistico, per cercare l’occasione per il passo successivo sempre e al di là di ogni, apparente, ostacolo.
Questo suo meraviglioso e umile ottimismo, ci pare, accompagni ancora oggi le sue giornate di disegnatore affermato e alla costante ricerca del prossimo “disegno perfetto”.
C’era la rivista, per nerd, Marvel Magazine – continua Marco – che pubblicava i disegni degli autori. Gli mandai un disegno (addirittura gli mandai l’originale), uno Spiderman. Ricordo molto bene, era l’agosto del 91, era l’una di notte, leggevo la rivista, “la rubrica del mutante X” e vedo sul trafiletto della sottorubrica “il muro del pianto” il mio nome riportato tra i disegni pubblicati! Vado a vedere e il mio disegno era classificato come terribile, stroncato al massimo.
Non ci crederete ma la mia emozione di adolescente entusiasta era di assoluta felicità…perché mi avevano pubblicato!!!

Questo episodio mi innescò la voglia di migliorare, una ulteriore scintilla del fuoco sacro per il fumetto che già vivevo. (ndr…figuratevi se invece di stroncarlo lo avessero elogiato. Tenetevi presente questo episodio perché poi c’è l’inaspettato seguito)
Mi misi a disegnare ancora di più, volevo far vedere i miei disegni a qualcuno, andai alla casa editrice più vicina, la Star Comics, a Perugia. Mi ricevette Luca Loletti, gentilissimo, che era il grafico. Mi disse che nella mia zona vivevano 5 fumettisti e, forse, avrei potuto chiedere a loro.
La lista dei 5 disegnatori conteneva una squadra di bonelliani: Fabio Civitelli (Tex), Marco Bianchini (Mister No, Dylan Dog), Fabio Valdambrini (Mister No), Luca dell’Uomo (Dylan Dog, Mister No) e Rossano Rossi (Mister No, Zona X, Jonathan Steele, Nick Raider, Tex).
Presi il primo della lista, cercai il numero sull’ elenco telefono (ndr. altro strumento ormai appartenente a un altro mondo) e con faccia tosta lo chiamai. “Pronto Fabio Civitelli, il disegnatore di fumetti” … e iniziai a spiegargli.
Andai a casa sua a portare le mie decine e decine di tavole di fumetti. In quel periodo studiavo per il diploma e la sera disegnavo tantissimo. Ero convinto d’aver fatto cose d’impatto, fighe.

Un’altra mazzata?
Esatto… un’altra mazzata. Dopo aver bofonchiato un po’ di cose Civitelli mi chiese che scuola facevo…e poi mi chiese: “ma tu, sei proprio sicuro di voler fare il disegnatore di fumetti?”
(ndr uno dei superpoteri di Santucci sembra essere quello del nefasto Sebastian Shaw del mondo Marvel, del Club Infernale, quello di trasformare le mazzate che gli danno in energia cinetica…)
Civitelli mi dice, allora, che se voglio farlo devo smettere di guardare quei disegnatori a fumetti (es. McFarlane e simili) e iniziare a guardare gli autori classici, per imparare. Lì ho capito che ogni disegnatore è un filtro per la realtà. Se tu ti ispiri a un disegnatore rimani influenzato dal suo stile e, per imparare, non è un buon percorso. Bisogna, all’inizio, guardare gli autori “eterni”, come John Buscema, Neal Adams, per poter assimilare le basi. Autori che, da giovane entusiasta, trovavo noiosi, ma per Civitelli erano i giusti maestri per imparare l’anatomia il chiaroscuro, la prospettiva, insomma…le basi.
Spinto dal nuovo entusiasmo (ndr e dalla nuova mazzata 😊) inizio a disegnare e, ogni 20 giorni, a portare a Civitelli, e non solo a lui, i prodotti prendendo consigli, sempre. Civitelli ha avuto una pazienza e una gentilezza infinita. Andavo anche da Bianchini ma Civitelli era più severo.
Marco, però il tuo racconto non ci convince, l’episodio iniziale non è la visione di McFarlane a 16 anni… già da piccolo disegnavi, raccontavi, hai sempre avuto questo fuoco sacro. Forse i primi episodi sono successi prima…
Già, devo essere grato a mio padre. Da piccolissimo, a 3 anni, nel ’77 mi portò a guardate Star Wars. Ricordo ancora oggi quelle immagini e le emozioni che provai (ndr effettivamente la prima visione di Star Wars è un evento fondante per tutti quelli che nel ’77 avevano una manciata di anni di vita. Un momento fondante per una generazione)
Le immagini di quel film mi piacquero così tanto che da lì nacque la passione per il raccontare per sequenze una storia. Quando leggo una sceneggiatura, automaticamente, nella mia testa, si crea la sequenza di immagini.
La cinematografia anni 80 mi ha influenzato tantissimo Lucas, Spielberg con il suo Indiana Jones e tutti i suoi film.
In quegli anni c’era lo stile Bonelli e lo stile Marvel. In Italia ed Europa si iniziò a sviluppare uno stile più realistico ma che tendeva verso lo stile supereroistico Marvel. Claudio Castellini uno splendido esempio di questa tendenza (ndr. Castellini passò da Nathan Never a Silver Surfer in una maniera che ancora tutti ricordiamo e che ha influenzato la scena internazionale del fumetto supereroistico e seriale). Se vogliamo descrivere il mio percorso di quel periodo mi stavo orientando verso lo stile del grande Castellini.
Comunque continuavo a disegnare, esercitarmi, fare storie e girare le convention. La Bonelli sembrava una meta irraggiungibile.
Ad un certo punto la svolta: ad Arezzo facevano una convention piccola e interessante. Trovo lì Giuseppe Palumbo e Daniele Brolli (ndr. Grandissimi esploratori del fumetto e delle avventure editoriali made in Italy). Fu la mia fortuna. Cercavano quello stile. Avevano lanciato la serie “Nembo”, il primo episodio era stato disegnato da Simone Bianchi e Brolli chiese a me di fare il secondo.
Inutile descrivere le conseguenze. In quel periodo facevo il servizio militare e avevo il compito di stare spesso in ufficio. Portai lì la maggior parte delle mie attrezzature da disegno e dalle 16,30, quando finivo il lavoro, rimanevo in ufficio a disegnare.
La cosa buffa e spettacolare è che scoprii, per una soffiata di Palumbo, che Daniele Brolli era il “mutante X” della rubrica che mi stroncò all’inizio!
Fu protagonista dell’episodio iniziale e di quelli “finale” della mia parte pre-professionale…
Apro una parentesi. In quegli anni ho avuto diversi confronti. C’era chi mi diceva “il tuo stile manca di atmosfera” lasciandomi senza risposte, e chi mi criticava, anche fortemente, dandomi indicazioni specifiche e spiegazioni. Ho imparato che chi critica senza spiegazioni è poco interessante, non è un interlocutore valido per migliorare. Addirittura ci fu un colloquio in cui un editor mi disse che i miei disegni non avevano l’atmosfera giusta e, dopo pochi minuti, presentati di nuovo gli stessi miei disegni ma dicendo che erano già stati pubblicati, mi disse “Ecco, questa è l’atmosfera che cercavo!”
Seconda domanda
Quale è stata la storia alla quale hai lavorato che ti ha divertito di più (non la più bella)?
Più soddisfazione in assoluto mi diede la prima storia che ho disegnato per la Marvel dell’Uomo Ragno, che era il mio sogno.
Terza domanda
Parlaci di un personaggio che hai disegnato, cosa ti piace, cosa rappresenta per te e nell’immaginario collettivo.
Spiderman è quello che mi ha colpito di più. La migliore rappresentazione del “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” o del “super eroi con super problemi”, il motto che ha guidato Stan lee nella creazione del suo, e nostro, universo Marvel.
Sotto quella maschera può esserci chiunque, c’è qualcuno che ha gli stessi problemi della gente comune. Spider Man, forse, è il personaggio che più facilita una immedesimazione con il lettore.
Quarta domanda
La tua storia a fumetti preferita?
La mia serie preferite è stata Ultimates, di Mark Millar e disegnata da Bryan Hitch.
Lo è per un motivo semplice. Ho iniziato il mio apprendistato negli anni ‘90 che è stato tecnicamente il periodo peggiore del fumetto americano.  In quegli anni l’esagerazione era lo stile del momento.
Poi…. Nel 2000 esce Ultimates. La serie metteva insieme un tipo di disegno realistico ad un genere supereroistico. Sembrava di leggere un film e questo mi aveva impressionato.
Fumetto americano con la qualità europea. Da lì ho ricominciato a leggere fumetti… tutti i mesi quando doveva uscire non vedevo l’ora.
Quinta domanda
Il tuo fumetto da “cazzeggio” preferito?
Mai letto per cazzeggio direi, sempre per passione o per imparare qualcosa. Se non posso assorbire, imparare, trovare indicazioni, nuovi stimoli leggere non mi appassiona più di tanto.
Più che fumetti mi piace seguire autori, tipo Alan Davis, Adam Hughes, Claudio Villa, Fabio Civitelli, Claudio Castellini, e tanti altri…
I tuoi autori preferiti?
Ndr: vedi sopra
Hai un “fumetto” nel cassetto che sogni di realizzare?
Lavorare per la Marvel, su Spiderman, è un sogno che si è realizzato. Questo mi ha appagato e soddisfatto in una maniera piena.
Per me rimane la voglia di poter lavorare sui super eroi americani divertendo il pubblico. E i super eroi sono l’ambito dove mi trovo meglio. Si può cambiare personaggi, storie, passare da una situazione immaginaria ad un’altra ed è molto divertente per la dinamicità delle storie.

Una curiosità, tu come disegni? Tavoletta grafica?
Non solo. Parto con la tavoletta grafica dove “simulo” una matita. Poi stampo con il tratto a matita leggerissimo e faccio le chine a mano.
A mio avviso il tratto a mano dà ancora una qualità inimitabile. Il computer tende a standardizzare i segni anche se dà più velocità.
E poi, ti dico la verità, avere un passaggio ad un disegno a mano mi dà soddisfazione e poi… dopo tutto quel lavoro mi infastidirebbe che tutto quello che rimane è solo un file.
Come dargli torto?

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