mercoledì 25 Novembre 2020

Migranti: la giustizia italiana riconosce la tortura nelle carceri libiche

Migranti: la giustizia italiana riconosce la tortura nelle carceri libiche

Migranti. Per la prima volta un tribunale italiano ha condannato imputati stranieri per atti commessi all’estero su vittime straniere (Cécile Debarge)  

Palermo (Italia). – Sono stati detenuti nell’ex base militare di Zaouia, una città costiera a 45 chilometri a ovest di Tripoli. Un testimone racconta quello che ha vissuto dietro alte mura e un grande cancello blu all’ingresso: “C’erano soldati, eravamo forse più di 300 all’interno di questa prigione, nessuno poteva uscire, ci veniva dato cibo una volta al giorno e l’acqua era razionata, non era nemmeno potabile perché era acqua di rubinetto dei bagni”. Nel mandato di cattura emesso dalla Procura della Repubblica di Palermo lo scorso autunno, ottenuto da Mediapart, cinque uomini e una donna raccontano in dettaglio il loro calvario nell’ex base militare trasformata in carcere per migranti.

Tutti hanno messo piede a Lampedusa all’inizio di luglio 2019. Salvati al largo della Libia dal battello Alex & Co della piattaforma civile Mediterranea Saving Humans, sono stati interrogati qualche settimana dopo dai magistrati della procura di Agrigento. L’indagine mira a scoprire se tra i migranti salvati sono presenti dei trafficanti.
Le testimonianze hanno un punto in comune: un periodo di detenzione nell’ex base militare di Zaouïa dopo essere stata venduti da intermediari o portati dalla polizia libica. Negli archivi fotografici della polizia, i testimoni riconoscono tre uomini. Il primo è arrivato il 27 giugno 2019 a Lampedusa. “Veniva dalla Guinea Conakry, era il vice-capo della prigione […], giovane ma molto cattivo, armato di bastoni con cui ci picchiava senza pietà”, ha descritto un testimone. «A causa dei colpi che mi ha dato, in diverse occasioni, ho ancora delle lesioni visibili sul mio corpo, soprattutto sul lato destro e sulla testa, era lui che aveva le chiavi della prigione».
Un altro testimone racconta: “Era soprannominato Suarez […], si occupava della sorveglianza, aveva una pistola, ci torturava, ci minacciava e decideva chi poteva uscire, perché era incaricato di raccogliere i riscatti”. In un secondo allegato, quello dell’arrivo di quaranta migranti a Lampedusa il 29 giugno 2019, le testimonianze puntano alle foto 39 e 40, quelle di due giovani egiziani. Rivedendo i loro volti, i testimoni descrivono agli investigatori le torture, i pestaggi con cavi elettrici, tubi di plastica, calci e pugni, per ore e ore.

Lo scopo è sempre lo stesso: estorcere loro del denaro in cambio del loro rilascio. “Hanno chiesto 1.000, 1.500 o 2.000 euro; se non li avevamo, si trattava di pestaggi e torture”, dice un camerunense. Diversi testimoni raccontano le morti sotto i colpi, a volte dopo una lunga agonia. “In diverse occasioni durante il giorno, le guardie venivano a prendere le donne per violentarle”, ricorda un altro testimone.

I tre sono stati arrestati a metà settembre in un centro di accoglienza di Messina, dove sono stati trasferiti dopo il loro arrivo. A fine maggio, mentre l’Italia era ancora concentrata sulla crisi sanitaria, il tribunale di Messina, in Sicilia, ha emesso la sentenza. Accusati di “tratta di esseri umani, violenza sessuale, tortura, omicidio, rapimento a scopo di estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, i tre uomini, di età compresa tra i 23 e i 27 anni, sono stati condannati a 20 anni di reclusione.

La decisione del tribunale è passata piuttosto inosservata. Eppure è degno di nota il fatto che i magistrati europei si pronuncino su tali fatti. “È la presenza dell’imputato sul territorio italiano che motiva il tribunale a giudicare questo caso. In questo senso, è storico”, dice Antonio Marchesi, professore di diritto internazionale all’Università di Teramo.

Su richiesta di Mediapart, la Procura della Repubblica di Messina non ha voluto comunicare le ragioni di questa decisione giudiziaria. Se i magistrati hanno deciso di mantenere la giurisdizione universale del paese, è una novità assoluta. “Quel che è certo è che è la prima volta che un tribunale italiano condanna imputati stranieri per atti commessi all’estero contro vittime straniere”, ha detto l’ex presidente della sezione italiana di Amnesty International. “Soprattutto, è una delle prime condanne dei tribunali italiani per atti di tortura, perché è solo dal luglio 2017 che abbiamo una legge (largamente insoddisfacente rispetto alla convenzione firmata dall’Italia, ndt) che qualifica la tortura come reato”.
Nel 1984 l’Italia aveva firmato la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Ci sono voluti più di 30 anni perché l’Italia allineasse la sua legislazione a questa ratifica.

“Il fatto che la magistratura italiana riconosca la tortura in questi centri è un primo passo, potrebbe costituire un precedente”, ha detto il professor Antonio Marchesi. Infatti, l’Italia fornisce assistenza diretta alla Libia per “affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta di esseri umani attraverso l’addestramento dei soldati libici”. Così il Memorandum d’intesa firmato tra i due Paesi definisce la collaborazione, che è stata firmata per la prima volta il 2 febbraio 2017.

A metà estate, la Camera dei deputati ha votato (401 voti a favore, 23 contrari) per rinnovare questi accordi, l’ultimo passo formale per prorogarli per tre anni. Tra qualche giorno la Guardia Costiera libica dovrebbe ricevere nuove motovedette per svolgere le sue missioni. Gli accordi prevedono anche un sostegno finanziario per la gestione dei “centri di accoglienza” per l’accoglienza dei migranti.

Tuttavia, questi accordi sono stati criticati da molte associazioni, ma anche dalle Nazioni Unite, in particolare a causa dei legami tra la criminalità organizzata e alcuni alti funzionari della Guardia Costiera libica.

Un nome già noto emerge dalle testimonianze raccolte dai magistrati siciliani e riportate nel mandato di cattura della Procura della Repubblica di Palermo: “Bija”, il soprannome di Abd al-Rahman Milad. A volte presentato come direttore di un centro per migranti, a volte come capo della guardia costiera di Zaouïa, è oggi considerato uno dei maggiori trafficanti di esseri umani in Libia e investito di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Un testimone ha spiegato che Bija “era incaricato di trasferire i migranti sulla spiaggia, è stato lui a decidere chi doveva salire a bordo della barca”. Un compito svolto per conto di un uomo noto a tutti come “Ossama”, che nel mandato d’arresto viene citato decine di volte come capo del carcere. In un comunicato stampa pubblicato sul sito della sede italiana di Amnesty International, il suo Direttore Generale, Gianni Rufini, ha commentato: “Infine, una sentenza di un tribunale italiano ha confermato che i centri di detenzione libici per migranti, finanziati dall’Italia e dall’Unione Europea, sono luoghi di tortura.Siamo più che convinti che tutta la collaborazione tra Italia e Libia debba essere ripensata”.

 

 

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