Tav: carcere e recovery fund contro la valle che resiste

Tav: carcere e recovery fund contro la valle che resiste

Appena il Tav entra nella lista della spesa del Recovery Fund, la digos incarcera due militanti per vecchie storie 

Sembra quasi il suggello all’annuncio di Conte, sull’inserimento del Tav nella lista della spesa del Recovery Fund, l’arresto di due militanti No Tav della Val Susa per fatti ormai di molti anni addietro.

Dana Lauriola, 38enne, portavoce del movimento No Tav e attivista del centro sociale Askatasuna è stata prelevata da agenti Digos dalla sua abitazione di Bussoleno, in Val Susa, di fronte alla quale il movimento aveva dato vita a un presidio permanente – che stamani non è servito a bloccare l’operazione di polizia che, con una carica a freddo, ha anche ferito alla testa uno dei presidianti – contro la decisione del tribunale di Torino di respingere la richiesta di misure alternative per la compagna, condannata in via definitiva a due anni per un episodio del 3 marzo 2012, quando circa 300 persone bloccarono il casello di Avigliana della Torino-Bardonecchia permettendo alle vetture di passare senza pagare il pedaggio.

In parallelo, i “cugini” carabinieri hanno arrestato in una casa tra i boschi di Bussoleno il 63enne Stefano Milanesi, ex militante di Prima Linea (ci tengono a sottolineare le veline riferendosi a un’appartenenza di quasi quarant’anni fa) e attivista No Tav da decenni. Ormai ai domiciliari, Milanesi deve scontare una pena di 5 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, reato commesso il 17 settembre 2015 durante una protesta al cantiere della Torino-Lione: un gruppo di circa 30 attivisti eseguì un attacco in orario serale al cantiere Tav di Chiomonte, lanciando sassi nei pressi del cancello Nord 2 all’indirizzo del personale delle forze dell’ordine addette al presidio.

In un ultimo post fb prima dell’arresto, Dana ringrazia tutte e tutti: «l’affetto che mi state dimostrando riempie il cuore. Grazie davvero! Se stiamo insieme non ci sconfiggeranno mai». Nel post Dana condivide alcune immagini di striscioni come ‘le donne ribelli sono ovunque Dana libera No Tav’, ‘la valle non si arresta Dana libera tutt* liber* No Tav’ e ‘fermarci è impossibile ora come allora la resistenza continua Dana libera ora e sempre No Tav’. Questa mattina all’alba erano in tanti con le bandiere col treno crociato a salutare la militante portata via da casa per essere condotta in carcere. «Ciao, ciao a tutti», ha risposto Dana prima di un lungo abbraccio con un’amica. Uno dei saluti più struggenti, quello di Nicoletta Dosio che su fb scrive: «Ancora una volta il tribunale e la Procura di Torino, più che mai parte delle lobby del malaffare, mettono in atto l’ingiustizia e la vendetta di sempre ai danni di un movimento che da decenni lotta non solo contro un treno ad alta velocità, ma contro un modello di vita che crea devastazione sociale culturale e ambientale, malattia, morte. Penso a Dana rinchiusa in quei cubicoli che per qualche tempo ho provato. Forse si affaccerà alla finestrella oscurata da sbarre e fitte reti, per vedere se il cielo esiste ancora, per cominciare ad orientarsi nel labirinto che l’ha inghiottita.

Conosco la sua tranquilla determinazione, ma so anche il tuffo al cuore che si prova quando, dietro di te, vengono chiusi i cancelli e sei scortato lungo i corridoi, tra due file di celle, verso quello che sarà il non luogo della tua prossima non vita. Mi aggrappo alla certezza che lei saprà cogliere la presenza delle tante vite umiliate e offese, l’umanità di chi, prigioniera come te, ti regala il suo niente, che è il vero antidoto all’orrore del carcere. E poi ci saranno le lettere, l’affetto della famiglia di vita e di lotta e soprattutto la consapevolezza di star pagando per una causa bella e giusta».

Proprio stamani è ripreso al Palazzo di giustizia di Torino l’appello bis del maxi processo ai No Tav per gli scontri con le forze dell’ordine avvenuti in Valle di Susa nell’estate del 2011. Gli imputati sono 36, hanno chiesto di poter leggere un comunicato collettivo in solidarietà a Dana ma il giudice non ha permesso di leggere il comunicato in aula, quindi i notav presenti hanno deciso di lasciare l’aula di tribunale mentre fuori dal Palazzo prendeva vita un presidio e, stasera dopo il tramonto, una fiaccolata ha attraversato Bussoleno. In un’altra aula del Palagiustizia è invece cominciato un processo ai No Tav per la manifestazione del 27 luglio 2019 durante la quale gli attivisti, dopo avere sfondato un cancello di sbarramento di un sentiero, si portarono a ridosso delle recinzioni del cantiere. Qui ad essere chiamate in causa sono 14 persone.

Quella che viene definita dai movimenti come la “procura con l’elmetto” ha tutta l’aria di una macchina da guerra sincronizzata con la macchina della guerra all’ambiente. Ma è una macchina strabica e feroce. Le centinaia di incriminazioni e condanne comminate agli attivisti sono inversamente proporzionali alla benevolenza della procura nei confronti di abusi commessi da agenti, soldati e carabinieri nelle violentissime operazioni legate alla repressione e all’occupazione del territorio. Dalle prime 21 querele del dicembre 2005 per le violenze durante lo sgombero notturno di un presidio No Tav a Venaus, è iniziata una serie ininterrotta di archiviazioni, quasi sempre per l’impossibilità di identificare gli autori delle condotte delittuose. In quel caso il gip parlò di «frequenti ed estesi» episodi di violenza da parte di operatori in ordine pubblico e definì «almeno in parte false» le versioni dei 18 funzionari che furono ascoltati. Perché non ci fu alcun procedimento? Perché nessun giudice s’è ricordato che anche chi assiste a reati di colleghi dovrebbe intervenire o, almeno, denunciare? Non esiste una responsabilità per chi comanda le operazioni? Perché nessuna inchiesta è stata aperta anche quando la gravità delle lesioni avrebbe richiesto l’apertura d’ufficio? Domande inevase allora e in tutti gli altri casi di abusi, violenze contro donne e uomini di ogni età, danneggiamenti gravi, uso di armi improprie e uso improprio di armi legittime, ingiurie sessiste e torture sugli arrestati. Decine e decine di archiviazioni e, in parallelo, processi rapidissimi e condanne pesanti contro i manifestanti.

Il dubbio è che alla Procura di Torino interessi più colpire piccoli reati simbolici, come il taglio delle reti del cantiere, piuttosto che reati per lesioni gravissime e violazioni dell’articolo 3 della Convenzione di Strasburgo.

L’unica divisa indagata in Valle è quella di un Cacciatore di Sardegna, reparto di carabinieri che fa la spola con i teatri di guerra. Il 3 luglio 2011, a Venaus, il militare pestò un ragazzo arrestato mentre era sotto il controllo totale dei pubblici ufficiali. Un reato molto grave, come riconobbe la Corte europea di giustizia nella sentenza su Bolzaneto. Fu indagato ma se la cavò con la messa alla prova, non una condanna ma una misura che estingue la pena, e 1.500 euro di risarcimento al manifestante. Tuttavia il legale del manifestante, Claudio Novaro, venne denunciato per una memoria difensiva considerata irriguardosa nei confronti della Corte ma alla fine fu archiviata anche quella denuncia. Insieme alla collega Valentina Colletta ha curato Archiviato (2016), documentario che si trova in rete che denuncia come gli illeciti commessi da agenti e funzionari di pubblica sicurezza ai danni di manifestanti o fermati non determinino, specialmente a Torino, i medesimi esiti giudiziari di quelli commessi dai manifestanti. Non è mai stato possibile presentarlo in un tribunale, o in luoghi istituzionali, nemmeno alla Biennale Democrazia (manifestazione promossa dalla Città di Torino e realizzata dalla Fondazione per la Cultura Torino). Fu proiettato in Senato grazie all’impegno di Luigi Manconi, all’epoca presidente della Commissione sui diritti umani scatenando lo sdegno dei sindacati di polizia.

«Mentre una pandemia sta sconvolgendo il pianeta, le priorità che vengono portate avanti sono chiare, continuare a finanziare il sistema delle grandi opere inutili e perseguitare, arrestare, colpire chi vi si oppone», scrive il movimento No Tav, commentando gli arresti di Dana e Milanesi in un lungo comunicato apparso su notav.info. «Questa mattinata ha sancito che la Val Susa è fuori dallo Stato di Diritto, è un territorio occupato come diciamo da anni, dove le forze dell’ordine possono fare il buono e il cattivo tempo al servizio dei potenti senza che nessuno dagli scranni istituzionali faccia domande», aggiungono i No Tav, che parlano di «vergognosa prepotenza contro una donna, una compagna e contro un intero territorio».

«Che dire di questo governo supino allo strapotere delle lobbies del cemento e del mattone? Che dire di quella parte di maggioranza che per anni si è professata No Tav? Quelli che si professavano vicini alle esigenze dei cittadini adesso tacciono di fronte allo Stato d’eccezione che viene applicato in tutta la sua violenza in Val Susa. In valle però si continua a resistere da trent’anni con determinazione e senza paura, e noi continueremo a farlo, perché sappiamo che questa grande opera è mortifera, sappiamo che non vogliamo un futuro di devastazione, inquinamento, tumori e desolazione sociale per il territorio in cui viviamo».

E, a proposito della lista dei progetti per il Recovery Fund: «Sul carro del ‘Sistema Tav’ la storia ci ha insegnato che c’è sempre posto a sedere, Conte e i M5S però, scegliendo tra la salute pubblica e il magna magna delle grandi opere, stanno davvero cercando di guadagnarsi un posto in prima classe». «Nella lista della spesa inviata all’Ue, tra le opere urgenti da finanziare, il governo giallo-rosa ha pensato bene di inserire niente di meno che… il Tav Torino-Lione – sottolinea il Movimento – mentre sotto i riflettori si fa un gran parlare di transizione ecologica, dietro le quinte il governo Pd-M5S domanda 1 miliardo e 79 milioni per realizzare la più devastante delle grandi opere nell’arco alpino» «Se durante la pandemia non si è fatto altro che ripetere che ‘niente sarà più come primà, tutto sembra procedere business as usual col beneplacito del principale partito di governo, il movimento 5 stelle».

questo articolo è disponibile anche sul sito anticapitalista.org

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