martedì 20 Ottobre 2020

Obey urla ancora. Da Genova

Obey urla ancora. Da Genova

Genova riparte dalla street art. Proprio dove si era fermata a marzo con la mostra di Banksy

Genova riparte dalla street art. Proprio dove si era fermata a marzo con la mostra di Banksy, nel punto esatto in cui l’aveva inchiodata quella frenata globale che ha fermato all’ultimo momento il mondo sull’orlo del precipizio di un’ecatombe collettiva che minaccia(va) di bissare il bilancio della pandemia di Spagnola di un secolo fa. E in questo gigantesco “dove eravamo rimasti” la città gioca la sua carta della mostra Obey fidelty. The art of Shepard Fairey, che Palazzo Ducale ospita fino al prossimo 1°novembre.

E se a molti il suo nome potrebbe, al contrario di quello di Banksy, non dir molto, sarà sufficiente richiamare alla mente il noto ritratto stilizzato di Obama, dal titolo Hope, per capire la portata politica di un artista – nome in codice Obey – che a differenza di Banksy non nasconde il suo volto. E che nel 2008 ha contribuito con quest’icona a decidere i destini delle elezioni presidenziali della prima potenza mondiale. Un debito che lo stesso Presidente emerito ha ammesso scrivendo all’artista, una volta eletto: “Ho il privilegio di essere parte della tua opera d’arte e sono orgoglioso di avere il tuo sostegno”. E che ha riconosciuto in un attestato di ringraziamento che fa bella mostra di sé accanto al ritratto che divenne talmente famoso da entrare a far parte della collezione permanente della National Gallery di Washington  e di venir giudicato da Peter Schjeldah, critico d’arte del New Yorker, “la più efficace illustrazione politica americana dai tempi dello Zio Sam”. E’ il pezzo forte di quest’esposizione a cura di Gianluca Marziani e Stefano Antonelli, prodotta e organizzata da MetaMorfosi in collaborazione con Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, con il sostegno della Camera di Commercio di Genova, promossa da Comune di Genova e Regione Liguria. Una mostra che incrocia quattro punti tematici – Donna, Ambiente, Pace, Cultura – ricreando una conversazione tra messaggi militanti, visioni pacifiste, passioni solidali.

“Obey crea immagini urlanti, semplificate nella palette cromatica, puro equilibrio di pesi tra testo e immagine – spiega Antonelli – I formati tendono al gigantismo quando il contesto prescelto è la strada, diminuiscono nel caso di oggetti funzionali al progetto (cover di album, skateboard, poster, oggetti…), in entrambi i casi traduce nel presente i vecchi stilemi della propaganda muralista. Crea stampe cartacee bollenti, carne viva che brilla sotto il sole della civiltà, trasformando gli sguardi in un valore d’azione. Organismi caldi con una loro implicita respirazione, sembra di sentire l’urlo catartico di Angela Davis o la speranza democratica di Barack Obama, con le loro silhouette che catturano le giuste frequenze e si prendono il palcoscenico mediatico del nuovo millennio”. E ancora: “Obey produce immaginari simbolici ad alto valore emozionale – aggiunge da parte sua Marziani – perché ha capito che le pareti stradali rappresentano la prima pagina della comunicazione virale, una nuova home page da cui non puoi sottrarti e che ti avvolge nei rituali quotidiani E non è un caso se i poster di Obey li noti in un istante, come il lampo che buca il cielo notturno. Un breve flash che resta sulla retina e produce conseguenze, più o meno immediate ma reali, piccole istigazioni alla Bellezza che usano la memoria grafica per una rinata coscienza del Tempo Estetico nelle costanti del Tempo Politico”.

In mostra serigrafie e litografie provenienti da collezioni private che fanno di  Obey il prototipo fluido del nuovo artista politico. Tra queste We the people – defend dignity, una grafica politica in risposta diretta al sentimento xenofobo, razzista e anti-immigrati promosso dall’attuale amministrazione statunitense, che fa parte di una serie di 3 ritratti per la campagna We the People pubblicata da Amplifier Art il 21 gennaio 2017, in concomitanza con la Marcia delle Donne, la più grande protesta di un solo giorno nella storia degli Stati Uniti. La rosa rossa, che rende unico il ritratto della giovane immigrata, rimanda all’estetica della moda Xicana e Mexicana, dai ballerini di danza folcloristica ai fiori che adornano le donne durante il Dia de los Muertos. Ma i riferimenti all’attualità sono continui nelle oper di un aartista figlio di un medico e di una agente immobiliare, cresciuto nella Carolina del Sud, dove ha seguito studi artistici e nel 1988 si è diplomato presso l’Accademia d’Arte. Ultimo tra questi riferimenti è Angel of Hope and Strength  dove un’infermiera con ali celestiali e una fiaccola in mano, evoca gli eroi che hanno combattuto l’epidemia di covid-19. L’opera, realizzata nel maggio 2020, è finalizzata alla stampa su magliette la cui vendita andrà a sostenere le attività della Croce Rossa Italiana.  Ma ad eroine anonime si aggiunngono anche personaggi storici consegnati all’immaginario collettivo. Come Angela Davis, figura fondamentale per il movimento afroamericano degli anni Settanta, che diventa uno dei soggetti preferiti di Shepard Fairey. Accusata di cospirazione, rapimento e omicidio in relazione al fallito tentativo di un gruppo di attivisti delle Black Panthers di liberare il detenuto nero George Jackson in un’aula di tribunale, la Davis fu arrestata e processata, diventando così popolare da mobilitare a suo favore un gran numero di persone che si riunirono in comitati e organizzazioni, non solo negli Stati Uniti ma anche in molti altri paesi. Obey la ritrae più volte e una di queste immagini è in mostra, contribuendo a creare il mito di donna afroamericana, simbolo sia del femminismo che dell’uguaglianza razziale.

L’intento di codificare e diffondere un dichiarato messaggio politico, curando al contempo maggiormente la cifra stilistica e la resa estetica,  rende così il suo percorso artistico più lineare e immediatamente decifrabile – ma forse solo in apparenza – del procedere per corti circuiti ironici del senso che connota la produzione del collega Banksy. Due strategie di attacco, una frontale, l’altra più elusiva e laterale, nella quotidiana guerra asimmetrica di segni che erano diventate ormai da tempo le nostre passeggiate urbane. Prima che la pandemia ce le togliesse. Si spera temporaneamente. 

 

 

 

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