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Eshkol Nevo, la salvezza senza tragedia

La morte della tragedia nei “Tre Piani” di Eshkol Nevo, edito da Neri Pozza e messo in scena da un film di Nanni Moretti [Margherita Marchetti]

Tre piani, di Eshkol Nevo. Un libro che si legge tutto di un fiato, perché scritto bene, perché originale e intrigante è la scala che attraversa i tre piani di una palazzina di Tel Aviv, perché entra in un privato che potremmo essere tutti. O nessuno. C’è introspezione, c’è dichiaratamente Freud nella casa come simbolo di una psiche strutturata su tre livelli, c’è dramma. Ma non c’è tragedia, e questa assenza rende le vite dei personaggi lontani dalla realtà, li lascia nelle pagine di un romanzo senza trasportarli nelle pagine della vita come solo un capolavoro letterario può fare altrimenti. Se è il Dio di Nevo a redimere i peccati dei personaggi del romanzo, forse non ha importanza per il lettore che non si pone come psicanalista o antropologo, ma è forte la tentazione di leggerlo, il suo Dio, come garante di una salvezza delle vite che danno voce al romanzo. Tutti si salvano in Tre piani, nessuno oltrepassa in fondo la linea che li fa vacillare nelle loro azioni e nel loro essere. No, la madre Hani del secondo piano non è la Medea che uccide i propri figli, non cade in preda a fenomeni di isteria, non subisce trattamenti di elettroshock. Né il possibile stupro di una bambina si rivela essere la realtà tragica come ossessivamente immaginata dal padre di quella bambina e inquilino del primo piano, Arnon, che tenterà invano di smascherare il suo vicino innocente, un anziano malato di Alzheimer, di un abuso sessuale non commesso e che invece sarà forse lo stesso Arnon a commettere nei confronti di un’ adolescente minorenne. La punizione a cui andrà incontro Arnon, quella di vestire i panni del carnefice invece che della vittima, non è catartica, ma taglia un giudizio netto su un uomo che proietta le sue fissazioni sessuali su un altro. Né il giudice del terzo piano, donna in pensione, trasforma il proprio dramma di madre che rinuncia al proprio figlio in una tragedia definitiva, perché poi quel figlio la riconosce e il figliol prodigo (o madre prodiga in questo caso) ritorna grazie al miracolo della nascita di un nipote.

Tutto si concilia, tutto si risolve dialetticamente in un finale salvifico che non ammette, appunto, tragedia. E se c’è un Dio che sostiene l’architettura della palazzina, allora questo non può essere femmina. Il ruolo del maschio autoritario echeggia in ogni piano, perché così vuole essere Arnon, maschio che desidera proteggere le figlie e la moglie ma che non riesce a farlo; così lo è Assaf, il marito assente di Hani, donna e madre in preda a desideri frustrati e ad allucinazioni (che probabilmente non si rivelano più tali, come poi ci viene svelato dall’intreccio con la storia del terzo piano), così è il marito defunto del giudice del terzo che riesce a porre in vita alla moglie un aut aut che fa di lei una madre colpevole che si emanciperà solo dopo la morte del marito. Nevo concede ai suoi personaggi una via di guarigione, di salvezza e leggere Tre piani è accogliere la forma apollinea della vita, è per il lettore rassicurante come la credenza in un paradiso promesso, ma non come un romanzo che voglia rappresentare la vita nella sua complessità e dunque anche nella sua componente tragica e dionisiaca.

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