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La storia parlata al confine

I fascismi al centro del Festival Internazionale della Storia, giunto alla sua XVIII edizione [da Gorizia, Chiara Nencioni]

Gorizia, città piccola e piacevole, città di confine, simbolo della travagliata storia del Novecento europeo, città transfrontaliera e multiculturale (Italia, Austria, Slovenia si fondono qui), scelta come Capitale europea della Cultura per il 2025. Quale luogo migliore per il Festival Internazionale della Storia, giunto alla sua XVIII edizione?

Il festival è diffuso, fra Gorizia e Nova Gorica, che alla fine del secondo conflitto mondiale vengono divise dal cosiddetto “muro di Gorizia”, eretto nella piazza Transalpina, che diventa uno dei simboli della separazione politico-ideologica tra l’Europa occidentale e quella orientale durante gli anni della guerra fredda.  La rete divisoria è stata abbattuta con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea nel 2004 e oggi il confine è, al contrario, elemento di unità.

E così, insieme alla grande tenda Erodoto montata in piazza Battisti, alla aula magna dell’università e al teatro, gli incontri del Festival si tengono anche al Trgovski Dom, meno noto del Narodni Dom di Trieste, ma che con esso condivide la storia:  entrambi avevano in comune l’ingegno di Fabiani, entrambi erano il centro pulsante della cultura svolgeva, entrambi hanno avuto un destino brutale: essere strappati alla loro comunità in epoca fascista, che li ha incendiati e poi, nel caso del Trgovski, riconvertito nel 1927 in casa del fascio.

Ed in tale scenario che è un piacere vedere le strade di una cittadina “del silenzio” brulicare di persone di ogni età che entra ed esce dalle sale e degli stand dove si alternano i relatori. Persone confluite da tutta Italia per sentir parlare di storia, per godere della “storia parlata “ del Festival.

L’argomento di questo anno è “Fascismi”, in un contesto fra storiografia classica e public history, e si propone un confronto sui fatti legati alla marcia su Roma a cento anni dall’anniversario.

Fascismi è rigorosamente al plurale. Infatti il Festival èStoria è proteso in uno sforzo comparativistico. Il fascismo ha avuto numerose manifestazioni al di fuori dell’Italia, così con Helmut Wohnout e Erwin Schmidl si tratta dell’austrofascismo: il cancelliere Dollfuss e il suo rapporto con Mussolini fino all’Anschluß nel ’38; con Giacomo Demarchi e Xosé Nuñez Seixas della Spagna franchista; con Francesco Guida e Fulvio Salumbeni del fascismo in Romania dalle camicie verdi di Codreanu fino al regime di Antonescu; con Paolo Numero e Anila Tozaj dei fascismi in Albania a partire dallo Zoghismo; con Fernando Rosas e Daniele Serapiglia del fascismo in Portogallo; e con Fabio Ferrarini del fascismo apparentemente periferico in Norvegia. Ma il fascismo è giunto anche in Sudamerica: fra suggestioni populiste, bolivarismo e fascismo per emigranti (di cui parlano Marina Carrozzo e Eugenia Scaramella).

Il Festival risponde a un anelito di conoscenza rigoroso, scevro da orpelli e non inquinato dalla lotta politica e vi intervengono ben 242 storici provenienti da vari paesi europei per un totale di 120 eventi.

Si parte delle premesse politiche-ideologiche del Fascismo (primo evento del festival la mattina del 27, con Marco Revelli e Giovanni Stelli), per passare alla “anatomia dello squadrismo” (lectio di Mimmo Franzinelli), alla marcia su Roma (lectio di Emilio Gentile, al quale va il premio èStoria “per aver intrecciato al più alto livello l’indagine scientifica con l’afflato morale”), poi la “svolta” con il delitto Matteotti (con Mauro Canali e Ernesto Galli della Loggia),  il sistema repressivo dall’OVRA al tribunale speciale (con Paolo Pezzino e Frédéric Le Moral), l’accordo con la Chiesa come strumento di consenso del fascismo (con Alberto Melloni e Lucia Ceci), il sogno imperiale (con Francesco Filippi e Alessandro Volterra) le occupazioni militari di diversi Stati e i parti di Stati (come la Jugoslavia, la Grecia, fra terrorismo, rappresaglie e pugno di ferro: una narrazione che contraddice la falsa e bonaria immagine degli “Italiani brava gente” con Paolo Fonzi, Chiara Fragiacomo Francesco Caccamo e Marco Cuzzi), fino alle leggi razziali del ’38 (lectio di Michele Sarfatti), alla “Repubblica del Duce (con Marcello Flores e Mimmo Franzinelli), per arrivare alle Resistenze, anch’esse giustamente al plurale (con Tommaso Piffer e Paolo Pezzino).

L’esaltazione fascista della nazione e dello stato nazionale viene contrapposta all’antifascismo e alla necessità di costruire una Europa “libera e unita” di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, di questo si discute il venerdì pomeriggio.

Nei tre giorni di festival si discute anche di vari aspetti del regime: la comunicazione e l’informazione, la cultura, l’architettura, lo sport, il cinema, la filosofia (fra Croce e Gentile), l’arte (in relazione anche al futurismo), la formazione della gioventù, il lavoro e il dopolavoro (come strumento di propaganda).

Oltre alla grande storia nazionale, l’interesse va anche alla storia locale (così complessa in questo confine difficile) attraverso la questione dei “fascismo di confine”, la deportazione (dalla stazione di Gorizia sono partiti i treni che hanno portato 3085 prigionieri politici e razziali nei lager), l’eccidio di Porzûs del febbraio 1945, e la storia di quel bordo orientale dell’Adriatico Amarissimo (definizione dannunziana, titolo dell’ultimo saggio di Raoul Pupo).

Ci si avvia verso la contemporaneità con “il nero e il grigio”, cioè l’eredità del fascismo storico, sconfitto militarmente e politicamente nel 1945 che però ritorna, come un calco profondo, come una sorta di impronta che non si è estinta; i postfascismi, il neofascismo italiano che ha segnato sanguinosamente gli anni di piombo, le nuove destre in Italia e in Europa, in una parola, quella che Luciano Canfora ha definito “la resurrezione” attraverso una esegesi della mistica fascista e della pratica autoritaria, risorte nel dopoguerra e camaleonticamente presenti anche nella politica odierna.

E non manca l’attualità, con la lectio di Fabio Mini “Ucraina: la storia, la guerra” e quella di Sergio Romano “la scommessa di Putin”.

C’è spazio anche per la Storia attraverso la Letteratura, italiana e plurilingue come quella di Boris Pahor “scrittore senza frontiere” che si accinge a compiere 109 anni (è mancato proprio la notte tra il 29 e il 30 maggio), con una attenzione per varie forme di divulgazione della storia, ad esempio il fumetto (viene presentato quello su Portella della Ginestra, e “Fiamma nera” sull’incendio del Narodni Dom) e il web.

Si chiude domenica sera con “beffe, sberleffi e dileggi: quando Duce fa rima con truce”, la satira nei confronti del regime, attraverso la lettura (da definizione pirandelliana di umorismo) dei documenti giudiziari relativi alla incriminazione per vilipendio a Mussolini. E si ride, ma poi, se si pensa alle circa 5000 persone punite fra galera e confino, si capisce veramente cosa vuol dire vivere sotto una dittatura.

Buona Storia a tutti!

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