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7 ottobre, perché scendere in piazza

Uno spazio politico necessario quello del corteo del 7 ottobre, con una piattaforma da migliorare decisamente [Attac Italia]

Il prossimo 7 ottobre la Cgil e un vasto numero di associazioni chiamano alla manifestazione nazionale “La Via Maestra” per rivendicare che “(..) i diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione tornino ad essere pienamente riconosciuti e siano concretamente resi esigibili ad ogni latitudine del Paese (..)”

Si tratta di uno spazio politico pubblico fondamentale, soprattutto nei confronti di un governo di destra che quei diritti attacca quotidianamente, sino a tentare una riscrittura della storia del nostro Paese volta ad una legittimazione della parte più oscura di essa, il ventennio fascista.

E si tratta di uno spazio politico pubblico necessario, soprattutto se inserito, come finalmente appare, dentro un percorso che porterà allo sciopero generale contro un governo che si appresta ad approvare una legge di bilancio tutta all’insegna della subalternità ai grandi interessi finanziari e all’approfondimento delle disuguaglianze e del disciplinamento sociale.

Ci interessa tuttavia interloquire con i contenuti dell’appello che convoca la manifestazione nazionale, perché, a nostro avviso, non toccano alcuni nodi fondamentali, imprescindibili affinché l’appello passi dal piano del desiderio astratto a quello della concreta inversione di rotta.

L’appello sembra infatti suggerire un contesto di lotta interamente legato al tema -pur importante- della redistribuzione della ricchezza prodotta, senza aggredire i nodi che la rendono impraticabile. D’altronde, se la differenza fra i governi di centro-sinistra e quelli di centro-destra (o di estrema destra, come l’attuale) non è stata percepita dalle persone, se non nel disvalore aggiunto della cattiveria con la quale vengono trattati le ultime e gli ultimi, qualche domanda bisogna porsela.

Il primo nodo è quello dell’austerità. Siamo alla vigilia del ripristino -gennaio 2024- del patto di stabilità Ue e se le politiche pubbliche continueranno a pensare come propria ragione sociale la facilitazione della penetrazione degli interessi finanziari nella società e sulla natura, le rivendicazioni del diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’ambiente rimarranno petizioni di principio e autoreferenziali.

Senza rimettere in discussione il trattato di Maastricht sarà difficile che si producano passi nella direzione auspicata.

Il secondo nodo è quello della finanza pubblica e sociale. L’urgente e necessaria transizione ecologica delle politiche energetiche e delle politiche di produzione agricola e industriale non può essere fatta senza una finanza pubblica e sociale che la sostenga. In mancanza di questo, assisteremo alla moltiplicazione di chiusure di fabbriche come la Gkn di Campi Bisenzio (Fi) o la Magneti Marelli di Crevalcore (Bo), dove saranno i grandi fondi finanziari a decidere la sorte di lavoratrici e lavoratori e delle loro comunità di riferimento.

Senza l’istituzione di una banca pubblica per gli investimenti nella transizione ecologica sarà impossibile resistere allo stillicidio delle chiusure aziendali dettate dai fondi finanziari.

Il terzo nodo è quello della finanza pubblica locale. Se si vogliono prendere di petto la diseguaglianza sociale e la crisi climatica, occorre che i Comuni e le comunità territoriali siano messi nelle condizioni di autogovernarsi e di avere le risorse per gestire collettivamente e fuori dal mercato i beni comuni, i servizi pubblici locali e il patrimonio pubblico.

Senza l’apertura di un conflitto per riportare Cassa Depositi e Prestiti a mettere a disposizione le ingenti risorse del risparmio per la costruzione di un altro modello sociale, ecologico e relazionale a partire dalle comunità locali, sarà impossibile ottenere cambiamenti significativi in questa direzione.

Sono questi i contenuti e le proposte con le quali attraverseremo la piazza del prossimo 7 ottobre e tutte le prossime mobilitazioni sociali.

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