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Armi per il Medio Oriente

Chi fa i soldi alimentando i conflitti e le repressioni in Medio Oriente. L’editoriale di Iriad Review [Maurizio Simoncelli]

Le tensioni in Medio Oriente sono nuovamente all’apice in seguito all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre e della conseguente reazione israeliana: l’Iran ha ripreso a minacciare, mentre Hezbollah dal Libano colpisce il nord d’Israele e anche gli Stati Uniti attaccano basi filoiraniane in Siria.

IL SITO DI IRIAD 

I problemi irrisolti dell’area sono di antica data e i vari conflitti armati non hanno sinora dato la pace desiderata a quei popoli. La domanda che ci si pone è la seguente: cosa ha fatto la comunità internazionale per ridurre le tensioni?

Un dato mette in evidenza una scelta preoccupante. Da anni l’area è il terminale di flussi incessanti di armi e munizioni destinate sia alle guerre in atto, sia a “rafforzare la sicurezza”.

Il SIPRI ci informa che l’83% dei maggiori sistemi d’arma venduti ai paesi MENA (Nord Africa e Medio Oriente) nel quinquennio 2018-22 proviene da Stati Uniti (54%), Francia (12%), Russia (8,6%) e Italia (8,4%). Scorrendo le numerose pagine del database del SIPRI troviamo carri armati, missili antinave, elicotteri, mortai, fregate e tanto altro. Nel Medio Oriente in particolare è andato il 31% del totale mondiale delle esportazioni del quinquennio 2018–22 (maggiori importatori sono Arabia Saudita, Qatar ed Egitto). E questo è un fenomeno di vecchia data tant’è che già nel quinquennio 2013-2017 l’area riceveva il 32% delle importazioni mondiali di armi (maggiori importatori erano Arabia Saudita, Egitto, EAU, Iraq).

In una ricerca IRIA dell’aprile 2021 emergeva che i paesi dell’Unione Europea inviavano una quota significativa delle proprie forniture militari all’area MENA. Da essa emergeva che “la regione del MENA compra prevalentemente armi con calibro inferiore a 20 mm (ML1), munizioni (ML3), bombe, siluri e missili (ML4) veicoli terrestri (ML6), aeromobili (ML10) e veicoli spaziali (ML11)”.

Anche l’Italia nel corso degli anni si è impegnata significativamente nell’esportazione di armamenti nell’area MENA con ben 21 miliardi nel periodo 2014-2022.

Secondo il SIPRI, il nostro Paese ha venduto 4 cannoni navali Super Rapid 76 mm, 12 elicotteri AW 119 Koala e 30 aerei M-346 a Israele per un totale di 261 milioni di $ tra il 2014 e il 2022, altri 10 cannoni navali Super Rapid 76 mm all’Arabia Saudita per un totale di 234 milioni di $, altri 18 all’Egitto insieme ad altre forniture (2 elicotteri AW139, 2 fregate FREMM, 50 missili Aster-15 ecc.) per un totale di 1.205 milioni di $, al Qatar, divenuto importante nostro cliente negli ultimi anni, 75 missili antinave Marte-ER, 4 fregate, 2 corvette, 6 M-346, 86 missili Aster-30, 22 elicotteri (e altro) per un totale di 1.297 milioni di $, all’Algeria 14 elicotteri AW139, 60 siluri MU90 IMPACT, 2 cacciamine per 432 milioni di $.

Non va dimenticato che il database del SIPRI è relativo solo ai maggiori sistemi d’arma (velivoli, mezzi corazzati, artiglieria, navi, sottomarini ecc.) e quindi non comprende la categoria delle cosiddette armi piccole e leggere: pistole, fucili, mitra, mitragliatrici, lanciarazzi, bombe a mano, mine ecc. A ragione, il segretario generale del’ONU Kofi Annan a suo tempo definì le vere armi di distruzione di massa, dato che sono proprio quelle più usate nei tanti conflitti che insanguinano il mondo, MENA compreso.

Sfuggono ai controlli per le loro dimensioni ridotte e sono di facile uso e manutenzione, al punto che per alcune di esse esistono addirittura fabbriche clandestine che le riproducono al di fuori di qualunque licenza o mercato legale. È il caso del fucile d’assalto kalashnikov, di cui non si sa neppure quanti ce ne siano in circolazione: le stime oscillano tra i 75 e i 100 milioni di esemplari. Contemporaneamente, forniture di armi piccole e leggere con relative munizioni nell’area MENA sono soggette anche al fenomeno dei “vasi comunicanti”, per cui per vie informali o addirittura illegali vanno a rifornire le zone più turbolente e a incrementarne l’instabilità.

In questo numero ospitiamo non a caso anche un intervento sulle forniture di armi piccole e leggere italiane all’Egitto dove sono state usate per la repressione del dissenso da parte della giunta militare.

Tutte queste forniture di armi sia dell’Unione Europea sia del nostro Paese sono avvenute e avvengono pur in vigenza di norme internazionali (Arms Trade Treaty) e nazionali (legge 185/90), che vietano le esportazioni di materiale bellico a paesi in guerra o con regimi oppressivi. Purtroppo, l’attuale nostro governo ha espresso la volontà di indebolire ulteriormente il quadro normativo. La Rete Italiana Pace e Disarmo ne rileva “l’intenzione di implementare strutture e procedure di applicazione dei principi e dei criteri della Legge nella direzione di un controllo meno rigoroso soprattutto a livello di autorizzazioni e, di conseguenza, di una maggiore facilitazione delle esportazioni di armamenti militari a livello globale”.

Evidentemente i governi intendono in modo molto elastico questi divieti. Armi e munizioni inondano l’area rendendo sempre più critica la situazione dell’intero quadrante, contribuendo alla tragedia attuale che devasta due popoli e tutta l’area contigua, che invece meriterebbero una vita pacifica.

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