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Stato spagnolo, le incertezze del governo Sanchez

L’estrema destra invade le piazze ma il nuovo esecutivo riesce a insediarsi [Fabrizio Dogliotti]

 

È ovvio che scrivere sugli avvenimenti politico-istituzionali nello Stato spagnolo in queste settimane può apparire un po’ marginale, se consideriamo altri avvenimenti internazionali ben più drammatici come l’atroce pulizia etnica a Gaza o la cancrena della guerra in Ucraina con centinaia di migliaia di morti, con buona pace dei governi e dell’industria bellica occidentali.

Le vicende spagnole, però, oltre ad avere un significato ed una interpretazione “domestica”, ne hanno anche una di carattere generale e si sommano e interagiscono con dinamiche globali che si stanno srotolando sotto i nostri occhi – abituati ad altri ritmi e ad altri linguaggi – con una rapidità sconcertante, almeno a partire dall’epoca della pandemia. Dico questo perché una delle chiavi di lettura di tutta la recente vicenda spagnola – dal ciclo elettorale agli equilibri parlamentari alla tortuosa nomina del Primo ministro – è la trasformazione e l’affermazione della destra/estrema destra e del suo nuovo linguaggio e narrazione. È un fenomeno assolutamente globale e, dopo la vittoria di Javier Milei in Argentina, ancora una volta di preoccupante attualità.

Quindi incomincio proprio da qui. Dopo una facile quanto travolgente ascesa nelle ultime elezioni amministrative, sembrava che il Partido Popular e Vox, cioè una delle compagini di destre più reazionarie e tradizionaliste d’Europa, uniti nel governo di molte città e regioni della penisola, fossero sulla soglia di una grande vittoria alle elezioni politiche, inaspettatamente e temerariamente anticipate dal socialista Pedro Sanchez al 23 luglio. Invece, queste elezioni hanno rappresentato una battuta d’arresto piuttosto seria per questa destra, che si è vista “sottrarre” una vittoria che credevano a portata di mano e su cui avevano puntato tutto, da un elettorato resiliente e poco disposto a farsi governare dai neofranchisti. E qui entrano in ballo meccanismi politici, ideologici e psicologici che sono comuni all’onda lunga della nuova (estrema) destra internazionale, dagli Stati Uniti al Brasile alla Polonia. C’è innanzitutto la creazione di una narrazione forte, diffusa in tutti i modi, normalmente approfittando sia l’egemonia sui media che il dominio e il controllo dei social o l’uso disinvolto delle fake news. Si tratta di una narrazione tossica, che capovolge paradossalmente i termini del tradizionale scontro politico e delle regole della democrazia borghese, che ha come obiettivo la ricerca di larghi consensi popolari schierandosi apparentemente contro una sorta di establishment (o di “casta”, come in Argentina) democratico/progressista che dominerebbe il mondo e che sarebbe colpevole un po’ di tutto, dal declassamento della middle class all’immigrazione all’inflazione al COVID.

L’estrema destra invade le piazze

Le manifestazioni della destra che in questi giorni percorrono la Spagna (ma soprattutto Madrid, capitale del regno e quindi degli apparati dello Stato, amministrata da una corrente di estrema destra del PP e centro nevralgico della stampa reazionaria) hanno come parola d’ordine centrale il NO all’amnistia degli indipendentisti catalani ma questo NO è sorretto da una serie di argomenti tossici quanto astrusi come il fatto che sarebbero in corso un colpo di stato della sinistra, la rottura territoriale della Spagna e lo smantellamento dello stato di diritto, che l’amnistia annullerebbe l’uguaglianza degli spagnoli e infine che la destra HA VINTO le elezioni ma che la vittoria le è stata negata da un patto antidemocratico. Riecheggiano gli argomenti di Trump o della sua tragicomica caricatura Bolsonaro, espulsi dal potere proprio da processi elettorali che, tutto sommato, interpretavano la chiara volontà delle rispettive maggioranze sociali di disfarsi di due pericolosi farabutti, espressione del capitalismo più marcio, razzista, violento e saccheggiatore. Nel caso della Spagna, bisognerebbe aggiungere l’adesione senza mediazioni a questa narrazione tossica di parti importanti dell’apparato dello Stato e del vero establishment, come settori della magistratura, della polizia e dell’esercito o le gerarchie ecclesiastiche e la Confindustria spagnola. Ce n’è abbastanza, insieme alle minacce di morte a Pedro Sanchez e all’assedio della sede centrale del PSOE che dura da più di 15 giorni, per far temere qualcosa di più di un movimento d’opinione…

Destra golpista o destra fragile: quale delle due?

Pur non possedendo la classica boccia di cristallo, scarterei però, nell’immediato, una sollevazione armata per rovesciare il governo recentemente costituito. Non per mancanza di voglia ma perché semplicemente la destra, anche distribuendo qualche carro armato nelle piazze, avrebbe tutte le probabilità di uscirne con le ossa rotte, tra l’altro accelerando – questa volta sì! -un processo secessionista dei Paesi Baschi e della Catalogna.

Anzi, probabilmente, prima o poi le contraddizioni interne a questa destra esploderanno: il potere logora chi non ce l’ha, come diceva un vecchio esperto in congiure di palazzo e i primi a defilarsi dalla narrazione neo-autoritaria saranno probabilmente i padroni. Ad onore del vero, il governo di Sanchez ha fatto lievitare l’economia spagnola come non mai in questi ultimi due anni e ha garantito pingui profitti alle imprese nonostante l’apparente miglioramento della controriforma del mercato del lavoro, la riduzione dell’orario di lavoro o l’aumento del salario minimo interprofessionale, fiori all’occhiello del governo progressista. Nulla però che richieda prepotentemente un cambiamento di rotta da parte del capitale iberico. Dubito seriamente che in questa congiuntura la Borsa potrebbe esultare dopo un colpo di stato a Madrid… Poi è vero che ad alcuni capitalisti spagnoli piacerebbe di più un governo di destra che permettesse loro libertà assoluta e meno tasse, ma tant’è. Non si può avere tutto, soprattutto col rischio di una tensione sociale più seria e motivata dal fantasma della lotta di classe, per ora chiuso a chiave in un armadio dal cosiddetto progressismo.

Motivi di litigio, la destra spagnola ne ha più di uno. Una parte maggioritaria del PP inizia a rendersi conto che l’alleanza strategica con Vox non gli ha apportato tutti i benefici che sognava: non sono stati sufficienti i suoi voti per avere una maggioranza parlamentare, la loro scomoda presenza ha impedito alleanze con i gruppi nazionalisti e infine la loro violenza fisica e verbale nonché gli espliciti riferimenti all’ancien régime non hanno migliorato l’immagine liberal di una destra moderata e conservatrice che qualcuno, a suo tempo, voleva vendere. E poi, per il momento sono tutti uniti sul No all’amnistia, ma domani, quando la buriana avrà scemato, sarà ora di fare i conti fra le varie anime del gruppo dirigente del PP. E sono storie che si risolvono normalmente con duelli rusticani.

Proprio su questa ipotesi contano i dirigenti del PSOE. Non si spiega altrimenti la calma olimpica di fronte a provocazioni sempre più gravi e addirittura alle minacce di insurrezione in Parlamento. Lo stesso Ministero degli Interni sta reagendo alle violente manifestazioni dei gruppetti neonazisti davanti alla sede del PSOE nella calle Ferraz di Madrid in modo assai soft, soprattutto se paragonato con l’atteggiamento violentissimo di polizia e magistratura nei confronti di baschi e catalani. È vero che anche in Spagna assistiamo ad una “estremizzazione” accelerata delle forze dell’ordine, come accade in Italia e in Francia (obbedirebbero ad un ministro che impone loro di reprimere duramente l’estrema destra in piazza?) ma probabilmente le indicazioni arrivano dall’alto.

Prospettive?

Il governo progressista ripete. Nel lessico volgare lo si potrebbe anche definire come “governo di sinistra” ma ad un’analisi un po’ più accorta, anche senza usare il microscopio, questa qualificazione è decisamente esagerata e inesatta. Non voglio coniare qui nessuna definizione infrangibile, ma direi che si tratta della migliore espressione programmatica della pace sociale possibile oggi in Spagna. Occhio: pace sociale non significa sinistra, così come “concertazione” non significa sindacato. In qualche misura, significano esattamente l’opposto. È il governo di Pedro Sanchez migliore di un governo del PP/Vox? Ovvio, e per moltissime ragioni. È il governo di Pedro Sanchez l’espressione degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, cioè di sinistra? Ovviamente no. E anche qui, le ragioni sono molteplici.

Innanzi tutto, è un governo che rappresenta l’ultimo tentativo dei gruppi dirigenti de paese, formatisi durante la transizione democratica degli anni settanta/ottanta, di gestire tutte le contraddizioni di quel sistema di compromesso, sociale, politico e territoriale, fra le classi e le diverse aspirazioni nazionali, che forgiò l’attuale Costituzione. Quello che i ragazzi e le ragazze “indignados” definivano il regime del ’78. Quel compromesso, quel regime, è andato seriamente in crisi qualche anno fa sia con l’apparizione della nuova e massiccia mobilitazione della gioventù “defraudata” de los indignados nel 2011 sia con il grande movimento indipendentista catalano che è culminato nel 2017 con un referendum di autodeterminazione (considerato illegale dal governo spagnolo). Sono tutte questioni -a cui se ne potrebbero aggiungere molte altre, come la privatizzazione dei servizi, la disastrosa questione degli alloggi, la “España vacia” (cioè, l’abbandono della “periferia” del territorio povero del paese a favore di un “centro” sempre più urbanizzato, postindustriale e autoritario), la precarizzazione del mercato del lavoro, ecc.- che, in assenza di un serio cambiamento di questo sistema e di una “costituente” sociale e territoriale, ha poche possibilità di autoriformarsi dall’interno.

Invece è proprio quello che il governo progressista, con la partecipazione minoritaria della litigiosa sinistra del PSOE, che gli offre comunque un’immagine più affidabile agli occhi di molti lavoratori e lavoratrici, sta cercando di fare, mantenendo gli equilibri sia sociali che nazionali.

Bisogna dire che a questa operazione estetica ci sta lavorando con una certa abilità, nonostante tutto. Gli accordi che il PSOE ha firmato con i partiti nazionalisti catalani e baschi a cambio del voto parlamentare, nei fatti, si possono interpretare come l’inizio di una certa riforma territoriale. L’amnistia agli indipendentisti catalani, per esempio, è una rivendicazione totalmente giusta e democratica, che porrà fine -se approvata- ad un periodo di repressione particolarmente feroce (checché ne dica la destra urlante) e che anzi dovrebbe estendersi alle vittime delle leggi speciali (la “ley mordaza”) di questi ultimi anni. Ma che questo processo vada avanti senza ostacoli e che lo stesso PSOE ne sia così convinto è tutto da vedere. Per il momento, si è trattato solo di delicati equilibrismi per non cadere o addirittura per consolidare la propria situazione sulla corda tesa del circo. La maggioranza dei commentatori politici vede un futuro piuttosto nero per il governo di Sanchez ma c’è da dire che la stessa maggioranza ieri non vedeva proprio nessun futuro e vaticinava la ripetizione elettorale o che l’altro ieri dava per vittoriosa la grande coalizione di destra. La crisi del sistema politico nello Stato spagnolo va quindi avanti e non si risolverà con un miracolo istituzionale di qualche tipo. Anche in questo caso, solo la mobilitazione sociale (per cominciare, in Euzkadi e in Catalogna) potrebbe definire meglio quelli che sono rapporti di forza attualmente incerti e obbligare il governo del vittorioso PSOE a rispettare accordi e iniziare riforme sistemiche realmente progressiste e allo stesso tempo rispondere ai piani autoritari di una destra scatenata.

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