Ubu, re scatenato fino al 26 ottobre in scena al Teatro della Tosse, a cinquant’anni dalla prima rappresentazione

Dio salvi il Re! Ma solo se si tratta di Re Ubù, perché le recenti manifestazioni del movimento No kings hanno messo bene in chiaro come le figure di aspiranti sovrani assoluti, vecchi e nuovi, godano oggi di scarsissime simpatie politiche.
Anzi no, non salvi neppure lui, invecchiato male in questo mezzo secolo che lo separa dalla sua prima rappresentazione sul palco del neonato Teatro della Tosse, quell’8 ottobre 1975, con la regia di Tonino Conte e le scene di Emanuele Luzzati.

Crudele e grottesco, spregiudicato e ridicolo, senza scrupoli e senza sensi di colpa è sempre lui mentre, assieme alla sua degna consorte Madre Ubù, riavvolge il nastro della sua infame carriera nel talk show di una conduttrice cinica e ignorante, entusiasta delle sue efferatezze per motivi di audience.
Succede fino al 26 ottobre alla sala Trionfo dei Teatri di S.Agostino di Genova con le repliche di UBÙ, RE SCATENATO, nuovo spettacolo in prima nazionale scritto e diretto da Emanuele Conte che ne cura anche le scene, con un cast di attori storici e giovani talenti entrati a far parte della compagnia della Tosse.
Ispirato alla saga ubuesca di Alfred Jarry – padre delle avanguardie del ‘900 – lo spettacolo è un omaggio a un personaggio che rappresenta per il Teatro della Tosse fin dall’inizio, un atto di libertà poetica e politica, un manifesto, un vero e proprio “santo protettore”. Il testo di Ubù re fu pubblicato il 25 aprile del 1896, testimoniando il tramonto del XIX secolo con la sua spinta innovativa. Figura burlesca e ridicola, violenta e malvagia, UBÙ incarna l’eterna grammatica di sopraffazione del potere. Sempre scorretto e amorale, diventa profeta delle detonazioni che avrebbero caratterizzato il ventesimo secolo.

Per questo nuovo allestimento Conte ha riscritto la sua storia, dando vita a un dialogo tra passato e presente e scegliendo di trasportare questo personaggio nel nostro tempo. Anche se neanche lui, gram maestro di Patafisica, ovvero la scienza delle soluzioni assurde e impraticabili, avrebbe osato immaginare l’abisso di un genocidio per realizzare un progetto di speculazione immobliare come è toccato in sorte alla popolazione di Gaza.
Giocando su due livelli narrativi in uno scambio continuo tra loro – che fanno dialogare anche due diverse generazioni di attori – lo spettacolo vuole rinnovare, con il contributo di musica ed elementi visivi, la forza vitale della saga di Jarry. E, soprattutto, l’autenticità senza tempo di questo personaggio nella sua insaziabile avidità. Un monarca feroce e ridicolo che indietreggia, per pura convenienza, solo davanti al nuovo conformismo del politicamente corretto della conduttrice, che ne esalta i crimini ma lo accusa di body shaming. Ma come, proprio lui che – si difende – massacrava indistintamente uomini, donne e bambini, bianchi o neri senza fare nessuna differenza…
Morte a Re Ubù, allora, ma Dio salvi il Teatro della Tosse!



