Anziani, Berlusconi non è l’unico orrore delle case di riposo

Anziani, Berlusconi non è l’unico orrore delle case di riposo

Misteri e orrori delle strutture per la terza età nel paese d’Europa più anziano di tutti. Berlusconi non è l’unico guaio degli anziani ricoverati.

di Enrico Baldin

Anziani, Berlusconi non è l'unico orrore delle case di riposo

Il primo giorno di affidamento di Silvio Berlusconi ai servizi sociali è stato accompagnato da decine e decine di telecamere, giornalisti e fotografi. Immortalati gli istanti in cui l’ex premier si accingeva ad entrare ed uscire dall’istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone, un paese non molto distante da Milano.

In queste settimane si è parlato molto della sentenza che ha condannato Berlusconi a prestare servizio per quattro ore a settimana in una casa di riposo. Nessuno però ha colto l’occasione per parlare della terza età e delle case di riposo che sono un pezzo importante del welfare italiano, ospitando circa 280mila anziani in tutta Italia. E che purtroppo, sono state presenti troppo spesso negli ultimi tempi, solo per dei tristi fatti di cronaca: dalla casa di riposo “lager” scoperta a Caserta a fine 2013 alle violenze su otto ospiti in una struttura di Prato scoperte un paio di mesi fa, passando per molti altri casi accertati e documentati.

Ma a fianco ai casi più raccapriccianti ed eclatanti, vi è un sommerso piuttosto ignoto parzialmente affiorato lo scorso agosto, quando un blitz dei NAS in 100 strutture in tutta Italia, portò alla luce diversi illeciti: tra cibi avariati o mal conservati, farmaci scaduti e diverse altre irregolarità che andarono dalle difformità burocratiche all’abbandono di incapace, furono accertate 18 violazioni penali e 28 amministrative, oltre ad altre decine di denunce e segnalazioni ed al sequestro preventivo di una struttura.

Quello delle case di riposo è un settore che per anni è stato in espansione. Alle lunghe liste d’attesa per trovare un posto infatti, ha in parte sopperito l’apertura di nuove strutture. Oggi il numero di esse è un mistero: se il Ministero dell’Interno ne quantifica 5600, le regioni invece ne contano 3600. Una ricerca condotta dall’Auser invece valuta la presenza nel territorio nazionale di 6700 strutture tra RSA (residenze sanitarie assistenziali) e RA (residenze assistenziali).

Ciò che invece appare certo è che anche in questo settore la crisi si sta facendo sentire, e a pagarla sono gli ospiti. Le riduzioni dei trasferimenti agli enti locali ha fatto aumentare in questi anni le rette, diventate sempre più alte. Si parte infatti da rette minime di 40 euro al giorno per un posto per anziano autosufficiente. Se l’anziano però non è autosufficiente o se è destinato ad un nucleo per malati di Alzheimer, o ha bisogno di assistenza sanitaria continua la retta cresce di molto.

Rette da 1300 euro al mese per gli anziani italiani, dunque. Ma gli anziani italiani, secondo l’Istat, in maggioranza (il 55%) percepiscono una pensione sotto i 1000euro. Addirittura un quarto di essi non arrivano a 500 euro mensili. E allora ecco che dove non arriva l’utente, dovrebbero arrivare i servizi sociali dei comuni, che in tempo di vacche magre però, tirano sempre più la cinghia anche in queste voci di spesa.

L’impalcatura di questo sistema sociale sta dimostrando di traballare, insomma. A maggior ragione visto che pare non esserci alcuna ottica di programmazione futura. L’Italia infatti, il paese con più anziani di tutta Europa, oggi conta il 20% di ultrasessantacinquenni su tutta la popolazione complessiva. Ma si prevede che nel 2025 gli over 65 aumenteranno superando il 25%.

Come fare dunque a salvaguardare la terza età e a dare tenuta al tessuto delle case di riposo sempre più in difficoltà dai tagli che vengono letteralmente scaricati sulla qualità dei servizi e sugli ospiti? Una soluzione sarebbe quello della domiciliarità, secondo l’Auser che da anni si impegna su questo fronte. Oltre a far risparmiare parecchi soldi pubblici, l’invecchiamento nel luogo di tutta una vita sarebbe la prospettiva più gradita dagli anziani stessi, a quanto emerge da una ricerca condotta da un gruppo di geriatri di tutta Italia. Farebbe inoltre invecchiare meglio l’anziano, con meno esigenze sanitarie sia per la salute fisica che per quella mentale.

L’IRES Cgil conta in 4 milioni i cittadini con più di 65 anni che prestano attività di volontariato in forma gratuita. Una mole di volontariato pari a 150milioni di ore all’anno che fa risparmiare alle casse dello Stato un bel po’di soldini. Senza contare l’importanza degli anziani nella fase dell’infanzia: ben 2 bambini italiani su 3 sono stati cresciuti anche dai loro nonni. Cifre che da sole bastano per far capire quanto delle buone politiche per la terza età siano non solo necessarie ma anche dovute.

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