mercoledì 19 dicembre 2018

«Uva fu pestato in caserma e in ospedale»

«Uva fu pestato in caserma e in ospedale»

All’udienza preliminare si aggrava la posizione di agenti (uno è agli arresti per un’altra storia) e carabinieri indagati per l’omicidio di Giuseppe Uva.

di Ercole Olmi

«Uva fu pestato in caserma e in ospedale»

«La notizia bomba – spiega a Popoff Fabio Anselmo – è che viene ritenuta attendibile la nuova testimonianza e che per il nuovo pm il pestaggio sarebbe stato somministrato sia in caserma sia in ospedale. Si accorcia il range di tempo tra le percosse e la morte». Anselmo, con Fabio Ambrosetti, è il legale della famiglia di Pino Uva. Il 9 giugno il Gup Stefano Sala si pronuncerà sull’eventuale rinvio a giudizio dei poliziotti e dei carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, abuso dei mezzi di contenzione, arresto illegale e abbandono d’incapace riguardo alla morte di Giuseppe Uva ucciso a Varese il 13 giugno del 2008.

Il pm è un nome nuovo per questa vicenda di malapolizia, Felice Isnardi, che ha sostituito la controversa figura di Agostino Abate che per sei anni ha provato a impostare, con risultati disastrosi, il caso come una banale storia di malasanità per escludere indagati in divisa per i fatti del 13 e 14 giugno 2008. «Le misure di rigore e di contenzione sono state applicate non solo nella caserma ma anche all’ospedale», ha detto il pm accogliendo la nuova testimonianza emersa a marzo nel corso di una puntata del programma di Raitre «Chi l’ha visto»: «C’erano guardie e carabinieri. Sono rimasti in quattro cinque, o sei. E lui continuava a urlare: “bastardi!”. Allora uno di quelli, carabiniere o poliziotto, questo non so, ha detto: “Basta adesso, finiamola!”.

Poi si è rivolto a dei colleghi così: “Portiamolo di là e gli facciamo una menata di botte”. Loro hanno aperto una porta e poi hanno chiuso. All’uscita ho notato che lo sorreggevano bene. Io in quel momento ho guardato lui, e al naso aveva questa escoriazione. Ho sentito dire: “prendete la barella, che lo mettiamo sulla barella”. Infatti l’hanno messo la barella e poi hanno chiamato il dottore, che gli ha messo la flebo».

Familiari e le difese di alcuni imputati semrano concordare sulla necessità di un giudizio immediato «dopo sei anni di inerzia delle indagini», come ha ricordato Fabio Anselmo, legale della famiglia Uva e protagonista di altre storie di malapolizia, sempre dalla parte delle vittime: Aldrovandi, Cucchi, Magherini, Budroni, Ferrulli.

Nel frattempo uno degli imputati è finito agli arresti quattro giorni prima di questa udienza preliminare per ordine del gip di Busto Arsizio. L’indagine riguarda alcuni controlli fatti dalle forze dell’ordine all’aeroporto di Malpensa. Empirio è accusato di falso, in quanto «ideatore del disegno criminoso» e «concorrente morale e materiale» di quanto avrebbe fatto un suo collega, che avrebbe messo a verbale la perquisizione di una passeggera brasiliana che, secondo gli inquirenti, non sarebbe mai avvenuta.

Si tratta di un poliziotto 39enne e segretario generale del sindacato Siap di Varese, originario di Brindisi ma residente in Lombardia. L’agente è coinvolto in quella che la stampa locale chiama la banda delle mazzette, con altre 17 persone, tra le quali diversi poliziotti e qualche imprenditore. L’accusa più grave del fascicolo è quella di corruzione: due agenti di polizia avrebbero accettato un aspirapolvere e 1.500 euro come «corrispettivo per il sistematico asservimento delle loro funzioni ai fini privati dell’imprenditore». Ovvero, informarlo illecitamente di alcune faccende riguardanti dei suoi clienti russi e la sua fidanzata brasiliana in una vicenda, ancora dai contorni oscuri, che riguarderebbe anche permessi di soggiorno, visti e documenti vari.

Tutto era nato dalle dichiarazioni rese da una dipendente dell’ufficio di recupero crediti che aveva detto: «Il mio capo compra notizie riservate dalla questura». Il Siap, sindacato poco conosciuto ma piuttosto potente, sarebbe nato, secondo fonti autorevoli, su impulso di De Gennaro quand’era capo della polizia. Ultimamente la sigla s’è dissociata pubblicamente dagli applausi del Sap agli autori dell’omicidio Aldrovandi ma meno di dieci anni fa il suo segretario barese fu arrestato perché intercettato mentre forniva alcuni “consigli” agli squadristi di Forza nuova responsabili di un’ondata di aggressioni. Sarebbe poi stato condannato in primo grado a nove mesi per abuso d’ufficio.

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