Siamo donne, mica stereotipi (o forse si?)

Siamo donne, mica stereotipi (o forse si?)

L’emancipazione femminile è un processo lungo che sembra non avere mai fine. La colpa di chi è?

di Micaela Bodeleri

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«Tu sei convinta che le cose importanti mi rompano le scatole. Sì, è vero, io sono uno che si lascia trasportare dalla corrente e a cui interessa di più trafficare con le moto o fare le tende con i rivestimenti dei sedili, ma io faccio del mio meglio. Lo sai. Io ci provo. Insomma, mi piace bere ma non mi riempio di birra tutte le sere. Non vado in giro a scopare e non ti ho mai messo le mani addosso! Mai! O sui bambini…»
«Oddio…»
«Che c’è? Perché quella faccia?»
«Sei un santo allora? È questo che mi stai dicendo? Un maledetto santo! Perché ci tratti alla pari? È come dovrebbe essere! Cristo, Eddie! Per cosa credi che facciamo sciopero, eh? Oh, sì, comunque è vero… tu non bevi molto, non scommetti, stai coi figli, non ci picchi… Oh, come sono fortunata! Per l’amor del cielo Eddie, è come dovrebbe essere! Cerca di rendertene conto! Sono diritti! Non privilegi! È così facile! Porca vacca se lo è!»

Questo dialogo è tratto dal film Made in Dagenham, conosciuto in Italia con il titolo We want sex. Racconta dello sciopero, nel 1968, di centottantasette operaie che lavoravano allo stabilimento della Ford di Dagenham, un sobborgo della periferia londinese. Fu uno sciopero in nome dell’equità salariale e, in generale, contro la discriminazione sessuale (ma anche sociale e culturale). Quello sciopero fu in grado di porre le basi per la riforma legislativa che sancì la parità giuridica e salariale fra uomini e donne. Ma non è dello sciopero che voglio parlare. E nemmeno del film. E nemmeno delle condizioni della donna oggi, nel mondo o in Italia, di cui si è discusso, di cui si discute e di cui si torna a discutere ogni qualvolta un marito sia preso dallo sghiribizzo di uccidere la moglie o vengano pubblicati i dati Istat sulla disoccupazione femminile (gli ultimi tre giorni fa).

we want sex Gli ultimi dati Istat rivelano che la disoccupazione femminile, a maggio 2014, ha toccato il 13,8%, ai massimi dal 2004, quando iniziarono le rilevazioni.

Voglio parlare invece del fatto che nel nostro Bel Paese (manco fosse un formaggino) non esiste ancora quel “è come dovrebbe essere” non perché la donna rinuncia al lavoro/carriera se diventa madre o perché è la vittima perfetta di violenze o per la pubblicità. Ovviamente è anche per questi motivi ma non starò qui a elencare numeri che probabilmente già conoscete. Il motivo maggiore, quello più grande, quello che rende la donna “inferiore” è la cultura maschilista talmente inculcata, pressata per benino nei nostri cervelli da farci ragionare spesso per cliché, uomini ma anche donne. Quei luoghi comuni che anche le menti più illuminate credono di aver superato.

E hai fatto la scoperta dell’acqua calda? Certo che no ma è di questo che voglio parlare: degli stereotipi. Capita sempre più spesso di incappare in strane frasi discriminatorie, pronunciate da maschioni dal pelo lungo (a volte pure intellettualoidi) e da femmine – più o meno – inacidite (anche quelle con una buona cultura), in egual misura, e che tirano in ballo, consapevolmente o no, degli stereotipi raccapriccianti. E mi sembra un gran brutto campanello d’allarme. Eccone qualcuno, così tanto per riconoscerli se vi capitano davanti.

  • «La colpa della maleducazione dei figli ricade sulle donne perché pensiamo alla carriera, a farci la manicure e alle lampade solari». Stereotipo della Giunone Nutrice Ad Ogni Costo.
  • «Io faccio tutto, lavoro, do una mano con i figli ma se mia moglie non cucinasse mi arrabbierei da morire e le farei pure le corna». Stereotipo della Cuoca Perpetua.
  • «Tra la carriera e i figli, una donna deve scegliere i figli altrimenti è una pessima madre. E poi le soddisfazioni che ti danno i figli, la carriera non te le da». Stereotipo della Medea In Carriera.
  • «Io guardo i programmi che mi piacciono di notte, per non disturbarti, mentre tu dormi, perché so che non ti piace guardarli, apprezzalo questo sacrificio». Stereotipo de La Televisione Non È Mai Donna.
  • «L’uomo può puzzare, la donna no». Stereotipo della Venere In Grembiule.
  • «Io pago le bollette, io faccio i giri necessari per questa casa, io cerco di fare tutto il possibile però almeno a fare la spesa vacci tu». Stereotipo della Donna Carrello.
  • «L’emancipazione femminile è una grandissima cavolata». Stereotipo della Donna Fascista.
  • «Io, la lavatrice, mi rifiuto di farla, le camicie bianche diventano tutte blu, tu sai farla meglio, falla tu». Stereotipo della Donna Lavandaia.
  • «È inutile che mi metta a pulire, tanto so che lo faccio male e poi mi rimproveri perché l’ho fatto male. Quindi, fallo direttamente tu che lo sai fare meglio». Stereotipo della Donna Custode Del Focolare Domestico.
  • «Pensi agli affari tuoi tutto il giorno e non ti dico niente, però io non trovo mai i miei calzini e le mie mutande» Stereotipo dell’Alice Nel Paese Delle Meraviglie.
  • «Quello che faccio io tu neanche lo sai, non ho un minuto per me, faccio sacrifici enormi per i nostri figli, per il nostro matrimonio, ho rinunciato a tutto e tu a niente. Sono la tua schiava». Stereotipo della Donna Cenerentola.
  • «Io guardo la partita che finisce alle 20.00, tu vai pure a fare pilates, non fa niente se sei pronta per le 20.45, partiamo verso le 20.15 per andare alla cena che ho organizzato. Ce la fai, lo so che ce la fai». Stereotipo della Wonder Donna.
  • «Per la festa devo assolutamente comprare un vestito nuovo, con una bella scollatura, altrimenti non mi guarderà nessuno». Stereotipo di Jessica Rabbit.
  • «Con me è libera di fare tutto, non sono geloso, non le ho mai vietato nulla e sono contento se ha i suoi spazi». Stereotipo della Diana Emancipata.
  • «È una ragazza, per quale motivo dovrebbe iscriversi a ingegneria aerospaziale? Quella è una facoltà tosta!». Stereotipo dell’Atena Mancata.

Questi sono solo alcuni esempi, naturalmente. In chiave ironica (mica tanto), forse enfatizzati un po’ ma che fotografano una mentalità che, ancora nel 2014, stenta a morire. Come possiamo pretendere che le istituzioni facciano di più se non siamo noi, donne e uomini, a cambiare atteggiamento, a cambiare linguaggio? «Il linguaggio è la madre, non l’ancella del pensiero», scriveva un certo Karl Kraus. E allora, se continueremo, uomini e donne, a parlare in un certo modo, penseremo sempre, uomini e donne, in un certo modo. E agiremo sempre in un certo modo. Uomini ma anche donne. Diventando noi i primi fautori del non cambiamento, in tutti quegli ambiti in cui la donna è ancora discriminata. Riflettiamoci un po’.
Perché non è ancora come dovrebbe essere. Non è mai come dovrebbe essere.

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