Budroni, domani parla la pubblica accusa

Budroni, domani parla la pubblica accusa

Batttute finali per il processo sull’omicidio di Dino Budroni, ucciso da un agente di polizia sul Gra di Roma. Domani la requisitoria del pm. Dai testimoni nessuna risposta a illuminare i lati oscuri di questa vicenda. Acad: «Giustizia non vendetta»

di Checchino Antonini

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«Acad per Dino Budroni, contro il pregiudizio della propaganda di Stato». L’Associazione contro gli abusi in divisa sarà in aula con una delegazione anche domani quando, al Tribunale di Roma, verrà pronunciata la requisitoria del pm sull’omicidio di Dino Budroni avvenuto sul Grande raccordo anulare il 30 luglio del 2011 al termine di un inseguimento quando la macchina dell’uomo era praticamente ferma e lui era disarmato.
«Bernardino Budroni aveva diritto di vivere – scrive l’associazione che ha attivato, dal 17 gennaio scorso, un numero verde [800.588605] che mette in collegamento le vittime degli abusi commessi da cittadini in divisa con una rete di legali diffusa sul teritorio – Ma un colpo di pistola sparato da pochi metri gli ha trapassato il cuore. Solidarietà alla famiglia che sta affrontando un processo difficile e costellato da rinvii per l’assenza del pubblico ministero. I processi contro Dino però sono stati già fatti, da morto».

Infatti, mentre Budroni ha subito un controverso processo da morto, il caso relativo al suo omicidio si trascina da un po’ nelle aule di Piazzale Clodio spesso disertate proprio dalla pubblica accusa. Almeno fino a domani quando finalmente si saprà l’orientamento della pubblica accusa su quello che a molti sembra un nuovo caso Sandri, forse anche peggio.

Una persona uccisa su un’autostrada da un agente di polizia, allora ventottenne, all’alba di un giorno di grande esodo estivo. Nessuno gli ordinò di farlo quella notte, nemmeno di mirare alle ruote. I villeggianti lessero di “Sparatoria sul Gra”, “Inseguimento di uno stalker”, qualcuno paragonò il caso al film Shine. Bernardino Budroni, per tutti Dino fu raggiunto da un proiettile calibro 9 che lo ha trapassato dal fianco sinistro, perforando i polmoni e il cuore. Aveva una quarantina d’anni. E’ successo al km 11, lo svincolo per Mentana. La sua famiglia ha deciso dopo alcuni mesi di affidarsi allo stesso legale protagonista di storie simili: Cucchi, Aldrovandi, Uva, Ferrulli, Magherini.
Chi ha sparato è imputato per omicidio colposo perché sparava a distanza ravvicinata quando ormai «l’utilizzo dell’arma, in quella fase dell’operazione, comportava un rischio non più proporzionato alla residua possibilità di azioni lesive e pericolose». Domani la perizia balistica dovrebbe confermare in aula l’ipotesi dei colpi sparati, prima da 4 poi da due metri e mezzo, contro un’automobile già ferma (fu trovata col freno a mano tirato e la marcia innestata, senza tracce di frenata) dopo che era stata speronata da una delle volanti inseguitrici. Così racconta anche uno dei due supporti audio spuntati solo dopo tre anni di insistenze da parte della parte civile e dei suoi legali, Fabio Anselmo e Alessandra Pisa: «Centrale del Latte, Centrale del latte, si stà allargando sulla destra. vaje addosso, vaje addosso… stà mandando fuori la Radiomobile…», si sente dire dalla radiomobile. «Nel momento in cui lo stavamo fermando ho sentito due colpi», dirà alla sua centrale, via radio, uno dei due carabinieri in un secondo supporto audio ascoltato in aula. Tutto ciò getterebbe un’ombra sulla richiesta al 118 di intervenire per un incidente stradale, tamponamento, con codice giallo. Le telecamere avrebbero potuto dire qualcosa di più preciso ma solo dopo tre anni è stato possibile fare richiesta e non se ne conosce l’esito.

Secondo i familiari, l’acolto dei testimoni non è andato molto oltre le testimonianze confuse e non sovrapponibili rese nell’immediato dai comprimari di Michele Paone, l’agente scelto imputato, quella notte tra Cinecittà e il Gra. E restano in piedi tutte le domande raccolte da Popoff fin dal primo articolo della sua vita sul web, così come presenta molte zone d’ombra anche la ricostruzione dei fatti antecendenti all’inseguimento: perché gli occhiali da vista erano nel cassettino del cruscotto (Budroni di notte ne aveva bisogno)? Perché l’agente scelto era seduto dalla parte sbagliata? Doveva trovarsi alla guida della volante 10 non sull’altro sedile. Quale «emergenza» si verificò per non farlo guidare? Perché quella strana richiesta al 118? Uno scontrino nel portafogli restituito dai carabinieri suggerisce che Budroni aveva ordinato una birra in un bar del quartiere Nomentano alle 4 e 14 minuti. Un bar che sta a soli 4 chilometri dal luogo della morte ma in tutt’altra direzione da quella dell’inseguimento. Qualcuno si è preso la briga di fare indagini per capire se gli orari collimano?

«Chiediamo giustizia, non vendetta», dice ancora il comunicato di Acad schierandosi in totale solidarietà con i familiari di Dino, scaraventati sulla scena pubblica da quel proiettile calibro 9.

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