domenica 18 novembre 2018

Turismo? Roma Capoccia dello sfruttamento

Turismo? Roma Capoccia dello sfruttamento

Turni massacranti, stipendi da schiavo, contratti inesistenti. A Roma come nel resto del Paese. L’altra faccia del business del turismo: il petrolio d’Italia.

 

di Mattia Albani

 

BastaIllegalitàBastaSchiavismo

 

«Ho iniziato a lavorare alle sette di questa mattina e adesso finalmente posso staccare». Sono le otto e un quarto di sera, più o meno. Sono passate tredici ore e quindici minuti. Tredici ore e quindici minuti di lavoro no-stop in uno dei tantissimi alberghi della Capitale. «No, va be’, non sono proprio no-stop: un’oretta di pausa pranzo ce l’ho, di solito». Sono tre anni che S., che preferisce mantenere l’anonimato per non rischiare di essere licenziata, lavora a Roma nel settore alberghiero.

 

Precarietà, povertà e sfruttamento. Sono queste le parole chiave che emergono dalle narrazioni di chi lavora nel settore turistico a Roma e dei relativi sindacati. Nonostante ciò, l’immagine che si usa per promuovere il turismo nel nostro Paese è ancora quella di un settore incontaminato, florido. «Sono anni che qui le cose vanno male; da quando ci si è accorti della forte influenza del turismo nel settore economico», denuncia la Adl Cobas. E, intanto, «cresce la ricchezza degli operatori turistici e diminuisce quella dei lavoratori».

 

Il turismo, per Roma, rappresenta una risorsa economica di non poca importanza: con il sessanta percento dei lavoratori impiegati nel terziario crea un giro d’affari pari al settanta percento del reddito complessivo della Capitale, contro una media nazionale pari al quarantasette percento. Una voce economica da milioni di euro l’anno, che sembra non risentire in maniera drastica degli effetti della crisi. Secondo gli ultimi dati dell’Ebtl, l’Ente bilaterale del turismo del Lazio, infatti, «il turismo internazionale ha continuato a marciare con ritmi positivi. In questo contesto Roma e il suo hinterland hanno registrato tassi di incremento apprezzabili, anche se inferiori a quelli registrati l’anno precedente».

 

Ma quello che, molto spesso, si trova dietro queste realtà è ben diverso da quello che appare. La Fisacat-Cisl spiega che sono sempre di più, a Roma come nel resto d’Italia, i casi, come quello di S., di «lavoratori, in tutti i settori del turismo, con contratti da quattro ore al giorno a seicentocinquanta euro al mese che, in realtà, arrivano a lavorare fino a quindici ore al giorno per mille euro al mese, parte dei quali percepiti in nero». Non scendono di numero neanche, secondo la Cisl, le proteste dei lavoratori italiani nei confronti degli imprenditori turistici, che «assumono manodopera low cost proveniente dall’est Europa,per svolgere dei lavori che sono sempre stati appannaggio delle cooperative di servizi locali». «Per lo stesso numero di ore, un italiano mi costa almeno tre volte tanto», è secondo il sindacato, la giustificazione più in voga tra gli imprenditori del settore turistico e non solo.

 

turistiroma

 

S., però, è italiana. Cresciuta in Sicilia da genitori italiani e nonni italiani. E quindi dovrebbe essere fuori dal cerchio di queste giustificazioni. Eppure: «Ho iniziato come stagionale part-time. Da contratto avrei dovuto lavorare quattro ore al giorno ma, alla fine, dovevo farne sempre quattro o cinque in più. Lo stipendio, però, era sempre un forfettario di cinquecento euro al mese». Più o meno cinque euro l’ora per quattro ore la settimana, senza contare i giorni rossi sul calendario, senza contare il lavoro notturno, senza contare straordinari. Niente. «Adesso sono full time, ma la situazione non è migliorata affatto». Ciononostante, bisogna essere sempre impeccabili dal punto di vista estetico, cordiali, gentili e sorridenti. Troppo spesso bisogna accettare di «lavorare per tre o quattro euro all’ora o per dodici euro al giorno senza riposo» o per cinque o sei euro ad accoglienza, come avviene in molti B&B romani. È la Cisl a riportarlo.

 

Lo stesso sindacato ha inoltre riscontrato più e più volte l’uso della violenza «come strumento di coercizione e gestione volto a inibire qualsiasi forma di rimostranza e a piegare il lavoratore a ritmi e tempi di lavoro altrimenti non sostenibili». E la violenza, come ci racconta S., non è solo ed esclusivamente fisica; ma spesso assume anche altre forme: «A me le mani addosso non le hanno mai messe, per fortuna. Però, a volte, ho subito ricatti e intimidazioni, questo sì». Risultato: crisi di panico, ansia, depressione.

 

Questo tipo di trattamento – questo tipo di sfruttamento – non riguarda solo gli alberghi, bensì buona parte di tutto il settore commerciale-turistico della Capitale: per esempio gli stranieri che vendono le cartine di Roma fuori dalle principali stazioni metropolitane e le bancarelle di via Nazionale e via del Corso, per dirne alcune.

 

«È impensabile – tuonano i sindacati – che in un momento di grave crisi economica ad avere la peggio siano i lavoratori che devono rinunciare a dei diritti faticosamente conquistati attraverso la contrattazione».

 

È impensabile. Eppure…

 

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