martedì 29 Settembre 2020

Usa, neri e senza fiato, di tragedia in tragedia

Usa, neri e senza fiato, di tragedia in tragedia

A 50 anni dalla fine della segregazione razziale, la gente afroamericana è ancora marginale come dimostra la lunga scia di giovani uccisi da poliziotti bianchi. La rivolta dopo l’omicidio di Michael Brown

di Checchino Antonini

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In tutti gli Usa si preparano le cerimonie del cinquantenario dei diritti civili, «il volto di Martin Luther King ti guarda da tutti gli schermi tv», annota Enrico Deaglio da Los Angeles.

Cinquant’anni fa Lyndon Johnson, presidente degli Stati Uniti, in carica da meno di un anno dopo l’assassinio di John Kennedy, firmava il Civil Rights Act, la legge che metteva termine alla segregazione in vigore negli Stati del Sud da quasi novant’anni.

Giovedi scorso, Theodore Wafer è stato trovato colpevole di omicidio di secondo grado per aver sparato e ucciso Renisha McBride, diciannovenne afroamericana che aveva bussato alla veranda di Wafer dopo un banalissimo incidente d’auto la notte del 2 novembre 2013.

Le cronache parlarono, allora, di una ragazza un po’ confusa dall’alcol che aveva l’unico torto di trovarsi col cellulare scarico nel quartiere dove la Detroit bianca sfuma nella città dei neri. Wafer sparò da dentro casa contro una persona disarmata che gli chiedeva aiuto.

Il verdetto, secondo quanto scrive su The Nation, Mychal Denzel Smith, è piombato a sorpresa. Avendo visto una giuria assolvere George Zimmerman per l’uccisione di Trayvon Martin (l’omicida è un vigilantes volontario e la vittima un nero colpevole di indossare una felpa con cappuccio), e un’altra giuria fare lo stesso per Michael Dunn a proposito dell’uccisione di Jordan Davis (anche se Dunn è stato condannato per altri reati che lo terranno in prigione), «sembrava una favola – all’articolista del settimanale storico della New left Usa – un concetto che esisteva solo negli angoli più remoti della fantasia» che qualcuno venisse condannato per l’omicidio di una ragazza nera.

Wafer sarà condannato il 20 agosto e potrebbe passare il resto della sua vita in prigione. «Ma che Wafer probabilmente morirà dietro le sbarre offre poco conforto – dice Denzel Smith – sapendo che questo fatto non impedirà nuove Renisha McBrides. Per un momento, però, il suo verdetto di colpevolezza ha offerto un po’ di sollievo».
Ma il suo fu un sollievo di breve durata. Sabato, 9 agosto un diciottenne afroamericano, Michael Brown, è stato ucciso per le strade di Ferguson, Missouri, da un ufficiale di polizia locale la cui identità non è stata ancora resa nota. Brown stava camminando con un amico di 22 anni, Dorian Johnson, dalle parti in cui vive sua nonna. In un’intervista con MSNBC, Johnson ha detto che i due stavano camminando in strada quando una macchina della polizia si avvicinò e l’agente li apostrofò di “salire sul fottuto marciapiede”. Loro gli hanno spiegato che erano quasi arrivati e che si sarebbero tolti dalla strada in pochi istanti. A quel punto l’ufficiale avrebbe premuto il freno e iniziato a “scoattare”: “Che hai detto?” Intanto, la portiera della macchina ha colpito Brown che subito dopo l’agente avrebbe afferrato per il collo, quasi a strozzarlo con la sua stessa camicia, «sembrava un tiro alla fune». In quel momento Johnsonn lo sente dire: “I’m gonna shoot you!”. Adesso ti sparo.

Lui e Brown si misero a correre. Dopo il primo colpo, Johnson riesce a ripararsi dietro una macchina parcheggiata. Lo sbirro ha sparato un secondo colpo, questa volta colpendo Brown alla schiena. Brown si voltò con le mani in alto gridando di smetterla di sparare perché lui non aveva una pistola ma il poliziotto ha continuato a sparare. Dettagli confermati da un altro testimone oculare, Piaget Crenshaw, che ha detto: “Gli hanno sparato, e lui cadde. Mise le braccia in alto per far sapere che era disarmato. E gli hanno sparato due volte, e lui cadde a terra e morì”. Come da copione, il capo della polizia della contea di St. Louis, Jon Belmar, fornisce alla Cnn una versione ufficiale molto diversa: “La genesi di questo è stato uno scontro fisico”, Brown aveva aggredito fisicamente l’ufficiale e avrebbe cercato di impossessarsi dell’arma. E’ quello che negli Usa si chiama The thin blue line, la sottile linea blu, l’emblema dello spirito di corpo, del cameratismo tra poliziotti. Quella linea dietro cui ci si ripara dopo un abuso commesso da una persona in divisa. In Italia ne sappiamo qualcosa: quello spirito di corpo, nei fatti, è omertà (come ebbe a scrivere il pm della sentenza Diaz) oppure rivendicazione a scena aperta come spiegano i comunicati farneticanti del Coisp o gli applausi del congresso del Sap.

Al di là dei dettagli, il fatto è sempre lo stesso: un giovane nero è morto, una famiglia è in lutto e la sua comunità è infuriata.

Il conitato di redazione del St. Louis Post-Dispatch ha scritto: “Michael Brown non ha avuto un giusto processo”. Per The Nation è peggio ancora: «Michael Brown è stato derubato della sua umanità. Il suo futuro è stato rubato. L’orgoglio dei suoi genitori è stato schiacciato. I cuori dei suoi amici sono rotti… Un’intera generazione di giovani neri sono ancora una volta di fronte alla realtà della propria insicurezza. L’America “Black” è lasciata alla ricerca di quel senso sempre sfuggente di giustizia. Ma che cosa è la giustizia? Giustizia per Renisha sarebbe, come pure per Michael Brown, essere in grado di frequentare il college. Giustizia per Trayvon sarebbe, come pure per Renisha McBride, ottenere l’aiuto di cui aveva bisogno la notte del suo incidente. Giustizia per Oscar Grant sarebbe stato, come anche per Trayvon Martin, restare a casa per guardare il basket, Skittles e tè freddo al seguito. E così via, e così via. Giustizia dovrebbe essere l’affermazione della nostra esistenza».

Scrive ancora Denzel Smith: «In assenza di tale giustizia, prendiamo in piazza. Protestiamo, faccoamo veglie e, sì, diamo vita ai RIOT. Quali altre opzioni ci sono concesse? Il riot (quello che alcuni chiamerebbero ribellione) non può fornire risposte o giustizia. Ma cosa fare con la rabbia nel frattempo? Ci viene detto di mantenere la calma, ma la calma non fa giustizia. Dobbiamo aspettare per l’FBI per indagare? Credo, ma cosa fare nel frattempo?», si chiede il blogger di The Nation richamando l’eco dei fatti Watts.

Era l’agosto del 1965. Dopo 6 giorni si contarono 34 morti, 1.032 feriti e 3.952 arresti. I disordini iniziarono l’11 agosto, quando Lee Minikus, un poliziotto della California Highway Patrol, ferma Marquette Frye, un uomo di colore in apparente stato di ebbrezza per via della propria andatura irregolare in automobile. Dopo aver eseguito i controlli standard del test anti-droga e verifiche per accertarne l’ubriachezza, Frye viene portato al distretto di Watts. Il caso si complica quando Ronald Frye, il fratello di Marquette, richiede al distretto di concedere il ritiro dell’auto per riportarla a casa, ma Minikus, incaricato delle indagini, nega il ritiro poiché l’auto è sequestrata dal distretto. Lo stesso giorno dell’arresto, alcune persone di colore contestano la scelta della polizia e mostrano manifesti in favore dell’arrestato. Da poche decine a centinaia di manifestanti afroamericani la situazione inizia a sfuggire dal controllo. Alla manifestazione si aggiungono Ronald e sua madre. Volano sassi e oggetti vari contro il dipartimento di polizia cui è rinchiuso Marquette. Vengono quindi arrestate altre tre persone, due delle quali sono Ronald Frye e la madre, la violenza dilaga senza che la polizia possa fare nulla, e nei sei giorni che seguono il sobborgo viene messo a ferro e fuoco. Vengono distrutti negozi di bianchi e neri, incendiati edifici, risse, aggressioni, missioni punitive a sfondo razziale da entrambe le parti e atti di vandalismo. Pochissima gente non partecipa alla rivolta, preferendo rimanere chiusa in casa lontana dagli scontri. Ad alimentare la tensione razziale vi sono anche le dichiarazioni di William Parker, direttore della LAFD, che in un’intervista descrive gli afroamericani rivoltosi come “scimmie dello zoo”.

Denzel Smith torna a chiedersi cosa fare quando «morti come Michael Brown ci dicono che non apparteniamo a questo posto. Che cosa fare, allora? Contare i morti ci dissangua. Con ogni vita di un nero che perdiamo, finiamo per dire le stesse cose. Noi imploriamo per la nostra umanità, per essere riconosciuti. Preghiamo per la vita dei nostri giovani. Ricordiamo a tutti della nostra storia. E poi un’altra persona di colore muore. Il verdetto di colpevolezza di Theodore Wafer ci ha permesso di respirare per un secondo, ma l’uccisione di Michael Brown ha risucchiato tutto l’ossigeno dalla stanza», scrive il blogger citando anche i casi di Eric Garner (ucciso a Staten Island da un agente che l’aveva strangolato alle spalle con la tecnica proibita dello chokehold) e John Crawford, ucciso forse con un uso eccessivo della forza in Ohio.

«Sembra una caratteristica di ciò che significa essere nero in America – conclude Denzel Smith – passare di tragedia in tragedia, senza mai un momento per fermarsi e riprendere fiato».

Le grandi città statunitensi, mezzo secolo dopio, sono ancora pensate secondo piano regolatore da apartheid per cui l’assenza di neri è la condizione prima per l’apprezzamento del valore dell’immobile. Il valore medio nazionale del patrimonio di una famiglia bianca è di 800 mila dollari; quello di una famiglia afroamericana, 154 mila. I neri americani, 39 milioni di persone, il 12,3 per cento della popolazione ma, dei 2,2 milioni di statunitensi in carcere, il 67 per cento sono afroamericani. Ricorda ancora Deaglio nel recentissimo reportage: «I bianchi consumano molta più cocaina o metanfetamina dei neri, ma i neri in carcere per droga sono dieci volte i bianchi. I neri dominano le classifiche dei condannati a morte, in guerra ne muoiono il triplo dei bianchi. In compenso, se cinquant’anni fa solo un ragazzo nero su quattro terminava la scuola media, oggi a farlo è l’85 per cento; e per l’università si è passati dal 4 al 21 per cento. Si potrebbe continuare, ma il senso è chiaro».

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2 Comments

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    barbara viale

    Suggerisco di guardare su twitter la campagna #iftheygunnedmedown (se mi sparassero), lanciata dalla comunita’ afroamericana per dimostrare come i media tendano a snaturare l’identita’ di chi viene ucciso dalla polizia per darne un’immagine di “persona problematica”.
    Questo viene fatto circolando immagini e video, che peraltro tutti noi abbiamo, di situazioni e contesti (a feste “afro”, in lieve stato di ebbrezza, impugnando armi,etc…) che possano screditare la vittima.
    E’ una strategia che viene usata sistematicamente, ed e’ paradossale vedere dalle foto su twitter (che mettono a confronto le foto “incriminabili” e quelle della vita normale) quanti afroamericani siano nell’esercito.
    Se un poliziotto gli sparasse per strada verrebbero screditati comunque? Probabilmente e tristemente si…

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    Vishal

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