giovedì 20 settembre 2018

Alessandria: prima li hanno schiavizzati, poi licenziati con un cartello

Alessandria: prima li hanno schiavizzati, poi licenziati con un cartello

Lavoravano come schiavi, tutti i giorni tredici ore al giorno. Poi una mattina appeso a un albero davanti l’azienda hanno trovato un cartello con la scritta: «Tutti i dipendenti marocchini di questa azienda da oggi sono licenziati». L’incredibile storia di una ditta di Alessandria.

 

di Monica Amendola

I quaranta lavoratori marocchini sono stati licenziati con questo foglio di carta attaccato con lo scotch a un albero.
I quaranta lavoratori marocchini sono stati licenziati con questo foglio di carta attaccato con lo scotch a un albero.

Una giornata lavorativa di oltre tredici ore, uno stipendio orario inferiore a qualunque minimo sindacale, senza contratto regolare e spesso con la condizione di dover pagare il proprio datore per poter lavorare. Un quadro che sembra raccontare una storia d’altri tempi, che invece si adatta perfettamente alla situazione di quaranta braccianti marocchini dipendenti dell’azienda agricola Bruno e Mauro Lazzaro di Castelnuovo Scrivia, nell’alessandrino, produttrice di prodotti orticoli e fornitrice della catena di supermercati Bennet. Sulla loro condizione lavorativa all’interno della Lazzaro sta ora indagando la Procura di Alessandria.

 

L’avventura dei braccianti è iniziata nell’estate 2012, quando, dopo essere entrati nei campi dell’azienda Lazzaro per svolgere come ogni giorno il loro lavoro, hanno trovato appeso a un albero un cartello recante la scritta: «Tutti i dipendenti marocchini di questa azienda da oggi sono licenziati». Solo i marocchini, però, che rappresentano appena una parte dell’intera forza lavoro della Lazzaro. Antonio Olivieri, pensionato ex dipendente della Cgil alessandrina, racconta come, in conseguenza di questo cartello sia stato contattato da alcuni braccianti con la richiesta di aiuto per risolvere la situazione: «Quando ho constatato di persona cosa volesse dire lavorare nella ditta Lazzaro, ho capito che la situazione era grave. Per questo, con i braccianti ho dato inizio a una mobilitazione e abbiamo girato un documentario intitolato “Schiavi mai”, in cui è descritta la loro situazione; in seguito, abbiamo denunciato la Lazzaro per schiavismo. Accusa che poi è stata ridefinita come “grave sfruttamento” dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello, che ha aperto un’inchiesta».

 

«I braccianti lavoravano, per lo più in nero, almeno dodici o tredici ore ogni giorno, con qualunque condizione climatica, perennemente chini sui campi e senza acqua», ha raccontato il sindacalista. «Il loro stipendio non superava i cinque euro l’ora, poi diventati due per presunte difficoltà economiche dell’azienda; negli ultimi mesi, anzi, quasi tutti e quaranta si sono visti dare solo occasionali acconti da duecentocinquanta o trecento euro, con la promessa, mai mantenuta, che la paga mensile sarebbe stata saldata a breve. Fino al giorno in cui hanno trovato appeso a uno degli alberi del campo il cartello che annunciava il loro licenziamento di massa», ha aggiunto ancora. Una situazione che sembra essere sfuggita ad ogni tipo di controllo delle autorità incaricate.

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Le indagini sono ancora in corso, e ora sono nelle mani del procuratore di Alessandria Bruno Rapetti. Di conseguenza, comunque, quasi tutti i quaranta braccianti hanno ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari, e alcuni di loro ora hanno un altro impiego. Tra la Lazzaro e i lavoratori, inoltre, sono ancora in corso vertenze sindacali riguardanti la restituzione degli stipendi arretrati: si parla di quasi quarantamila euro da restituire ad ogni lavoratore; solo in un caso la vertenza si è chiusa in favore del bracciante, ma la somma non sembra essere stata ancora restituita.

 

Ma c’è un altro dato sorprendente. Il presidio sembra aver stimolato le richieste di aiuto di altri connazionali dei quaranta marocchini della Lazzaro. Come ha spiegato ancora Olivieri: «Situazioni analoghe a questa sono venute alla luce nell’intera Bassa Valle Scrivia, una zona con alta percentuale di immigrati marocchini, quasi tutti impiegati nel lavoro bracciantile, molto diffuso nel tortonese. Una zona che, prima che questa situazione venisse alla luce, era la terza per produzione agricola in tutta Italia. In diverse aziende sono emerse condizioni lavorative da sfruttamento, situazioni di caporalato, di minacce, di dipendenti fatti nascondere il giorno del controllo, di traffici di permessi di soggiorno e via dicendo».

 

Il sindacalista ha aggiunto poi: «Come risposta i due proprietari della Lazzaro hanno ipotecato i loro terreni per migliaia di euro e trasformato la loro azienda nella Castelfresco srl, di proprietà di Paolo Viarenghi, sindacalista della Cia-Confederazione agricoltori italiani che li aveva rappresentati quando la rivolta dei loro braccianti era iniziata. In loro difesa, dicono di non poter pagare i loro dipendenti e di essere andati in rovina a causa della cattiva pubblicità e il boicottaggio del presidio permanente, denunciandolo per lesa dignità». Queste azioni hanno portato, il 29 agosto 2014, alla notifica di due avvisi di garanzia ai danni di Olivieri e Daniela Cauli, i due attivisti che sostengono l’azione del presidio.

 

Al momento entrambi i fronti attendono i risultati delle indagini. Il loro interrogativo, però, resta: come è possibile che ancora oggi, nel 2014, in Italia, si possa lavorare in condizioni del genere, senza che nessuno se ne preoccupi? La diffusione del video “Schiavi mai” ha proprio questo scopo: stimolare la presa di coscienza delle persone.

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