lunedì 24 settembre 2018

«Cucchi fu pestato dalle guardie penitenziarie»

«Cucchi fu pestato dalle guardie penitenziarie»

Al via il processo d’Appello. Il Pg chiede due anni di carcere per i secondini. Le loro violenze, tuttavia, non avrebbero relazione con la morte, colpa di medici e infermieri

di Checchino Antonini

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di Checchino Antonini

Nessuna caduta accidentale, Stefano Cucchi fu pestato dopo la convalida dell’arresto. Il procuratore generale di Roma smonta la perizia del processo di primo grado e chiede due anni di reclusione per i tre agenti di polizia penitenziaria assolti nel primo dei processi sull’omicidio del trentunenne romano avvenuto tra il 15 e il 22 ottobre del 2009. Tuttavia, per la requisitoria pronunciata in corte d’assise d’appello, quella violenza, accertata «ogni ragionevole dubbio», non avrebbe relazione con la morte causata dalla macchina infernale del “repartino” del Pertini, dalla trascuratezza ingiustificabile di medici e infermieri (chiesti due anni per i primi e uno per gli altri) e, soprattutto, del loro manager.

E’ iniziato così, con una delegazione di Acad tra il pubblico, con i familiari di Dino Budroni e Riccardo Magherini, altre vittime di malapolizia, il processo di secondo grado per l’omicidio colposo di Stefano Cucchi che proseguirà rapidamente con quattro-cinque udienze per tutto il mese di ottobre.

La requisitoria del Procuratore generale consiste in sei domande alle quali prova a dare risposta prima di iniziare il dibattimento. Alla fine gli addetti ai lavori, in primis Fabio Anselmo, legale dei Cucchi ma anche degli Aldrovandi, delle famiglie di Davide Bifolco e Dino Budroni, di Michele Ferrulli ecc…, noteranno che l’esposizione della pubblica accusa è come una ventata di aria fresca dopo un deludente processo di primo grado durato due anni e mezzo. «Condivido ogni parola di critica espressa dal Pg. Sono rimasto colpito dall’efficacia del suo intervento. Ritengo che ci abbia aperto le porte per il riconoscimento della nostra tesi dell’omicidio preterintenzionale», dirà Anselmo. E anche la famiglia, tramite la figlia Ilaria, prova a «respirare un clima diverso da quello dell’aula bunker di Rebibbia (la location del primo processo, ndr)». « Il procuratore generale in udienza ha esordito descrivendo un vero e proprio pestaggio di Stato e una grave compromissione e negazione dei diritti umani in danno di mio fratello. Dedico queste parole al senatore Giovanardi al signor Capece che mi attaccano sistematicamente ed al ministro della Giustizia che prenda provvedimenti. Affinché si possa avere un sincero momento di riflessione sui terribili fatti che hanno portato a morte Stefano. Penso anche alla tanto auspicata approvazione della legge sulla tortura che il nostro Paese continua a rifiutarsi di adottare a dispetto dei moniti che ci vengono rivolti dall’ONU».

Le lesioni sul corpo di Stefano Cucchi sono accidentali o sono la risultante di un’aggressione volontaria?

La vittima – ha detto il Pg – ha subito un vero e proprio pestaggio e il dubbio sugli aggressori può essere sciolto. Crolla l’ambiguità della perizia di primo grado che considerava il quadro traumatico compatibile sia con il pestaggio che con le cadute accidentali. Si parte da un punto fermo: Stefano non aveva lesioni al momento dell’arresto. Da morto gli verranno riscontrate tutte le varietà di ferite multiple: ecchimosi, escoriazioni, tumefazioni, infiltrazioni emorragiche e i testimoni più qualificati (il medico della Città giudiziaria e quello di Regina Coeli) ricorderanno che stentava a camminare (si appoggiava al muro per scaricare il peso) e aveva un forte rossore nella zona lombare. «Una caduta accidentale non produce tutte quelle lesioni», sembra sbottare la pubblica accusa in un’esposizione che, al contrario, sarà condotta sempre su un livello di sobrietà dei toni. E’ quando esprime tutte le sue perplessità su quella perizia che il Pg descriverà il mix di calci e schiaffoni «alla Bud Spencer» che si è abbattuto su una persona di una magrezza eccezionale: «Il suo esile corpo ha scattato la fotografia dell’aggressione». Azione lesiva, preciserà, volontaria, intenzionale.

Chi è quando ha aggredito Cucchi?

Il Pg è convinto che il ragazzo arrestato per il possesso di pochi grammi di hashish sia stato pestato nell’intervallo di tempo che è intercorso tra la convalida dell’arresto e la traduzione a Regina Coeli dov’era messo così male che il medico di turno lo avrebbe spedito al Fatebenefratelli (probabilmente rimettendoci il posto). Stefano era così magro che si scese i jeans senza nemmeno sbottonarli e quel medico avrebbe testimoniato che non avrebbe nemmeno saputo trovare uno spazio per praticargli un’iniezione. Né la giudice (che forse non s’accorse nemmeno che le carte che accompagnavano il detenuto erano sbagliate: c’era scritto che era albanese, senza fissa dimora e sei anni più anziano, ndr), né il cancelliere, il pm e altri testimoni notarono nulla di strano in quell’arresto. D’altronde, secondo la requisitoria, chi sarebbe stato così sprovveduto da lasciare dei segni addosso a un arrestato prima di un’udienza? In aula, semmai, ciondolava per via di una notte su un tavolaccio d’acciaio in una guardina dei carabinieri (che anche questa volta escono “puliti”, ndr). Dopo l’udienza, casomai, era il momento per dare una lezione a un detenuto irritato e che aveva irritato le guardie per quattr’ore. Stefano aveva le sue ragioni per sentirsi nervoso. A partire dal fatto che l’avvocato che aveva indicato non sarebbe stato avvisato dai carabinieri. La convalida dell’arresto lo sconvolge. In aula sferra anche un calcio al tavolino. «Ora era giunto il momento per carabinieri e agenti di polizia penitenziaria per fargli capire come ci si comporta in un’udienza». La responsabilità dei secondini imputati «sussiste, al di là di ogni ragionevole dubbio», conclude il Pg.

Ci furono misure di rigore non consentite dalla legge?

Il Pg ne è certo, alla luce degli atti del primo processo e ha spiegato che si stratta di un reato plurioffensivo, poiché interessa sia la pubblica amministrazione, sia le libertà residue di una persona detenuta.

E le cure furono adeguate o viziate dalla negligenza?

L’ipotesi dell’abbandono volontario non gli sembra sostenibile vista la numerosità del personale medico e sanitario del repartino del Pertini. Piuttosto si dovrebbe parlare di cure inadeguate, imperite e negligenti considerando che Stefano era alla sua prima esperienza del genere, la più a rischio. Il trauma da carcerazione, è stato spiegato, è maggiore per le “matricole”, la metà dei suicidi avviene nel primo mese di reclusione e il rifiuto delle cure potrebbe essere stato causato dalla percezione del medico come emissario di una struttura repressiva. Ci sarebbe stato bisogno di un approccio consapevole ma la struttura ha offerto una «trascuratezza ingisutificabile», secondo il Pg che, paradossalmente, sembra essere confermata dalla dichiarazione spontanea di uno degli infermieri imputati che, se da un lato pare dimostrare che lui non era presente nelle circostanze indicate dalle accuse, dall’altro restituisce comunque una istantanea di una struttura in cui troppa gente avrebbe visto e sentito cose senza reagire. «Non si trattava di una malattia nascosta». «Questo modo di operare non poteva sfuggire a chi dirigeva (il manager, ndr) responsabile del risultato di gestione». Per la pubblica accusa, che chiede la conferma delle condanne («La sentenza di primo grado è ragionevole»), non ci sono scuse.

La morte è dovuta alle lesioni o alle cure inadeguate?

La seconda, dirà il Pg dopo aver confutato pesantemente la perizia che calcolava il peso di Stefano Cucchi all’ingresso in carcere e poi alla morte. Fu scritto che pesava 52 chili e che in soli sei giorni sarebbe precipitato fino a 37 chili. Ma dopo morto fu pesato con addosso gli stessi vestiti di quando fu arrestato e con le lenzuola e il sacco cadaverico e quando entrò fu misurato con la medesima trascuratezza con la quale sarebbe stato trattato in ogni passaggio del suo calvario. Un mese prima, in palestra, pesava 43 chili. Dunque non è morto per fame come la sentenza di primo grado vorrebbe far credere derubricando un caso di malapolizia a un “banale” episodio di malasanità. Ma il Pg è categorico sulla morte dovuta al comportamento di chi lo avrebbe dovuto curare, medico o infermiere. Non ci sarebbero relazioni con le lesioni e su questo ci sarà battaglia nell’aula della Corte d’assise d’appello a partire dalla prossima udienza del 6 ottobre.

S’è voluta nascondere l’aggressione?

La pubblica accusa nutre un «ragionevole dubbio» sull’esistenza di un «disegno unitario».

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