martedì 20 novembre 2018

Asti come Rosarno, a voi gli schiavi del vino doc

Asti come Rosarno, a voi gli schiavi del vino doc

Ogni anno in Piemonte, una tendopoli di braccianti bulgari. Meno di cinque euro l’ora per la vendemmia del Moscato d’Asti, uno dei vini italiani più pregiati

di Monica Amendola

La tendopoli di Canelli, in provincia di Asti. Ogni anno nasce a settembre e sparisce a fine ottobre.
La tendopoli di Canelli, in provincia di Asti. Ogni anno nasce a inizio settembre e sparisce a fine ottobre.

Tende di fortuna nel pieno centro della cittadina di Canelli, a pochi chilometri da Asti, terra di Moscato. All’interno, un centinaio di braccianti dotati di passaporto bulgaro, senza un posto in cui dormire, né soldi sufficienti a pagarlo. Cercano lavoro per settembre e ottobre, la stagione della vendemmia dell’uva da Moscato d’Asti, il prodotto tipico di Canelli, uno dei vini italiani più pregiati e venduti. Ma il loro stipendio non supera i cinque euro l’ora, e il loro impiego dura spesso un paio di giorni, anche se il contratto ne registra molti di più. Il sindaco, per agevolarli, gli ha messo a disposizione due bagni chimici e una doccia senza acqua calda.

 

È una situazione che si ripete da qualche anno: ogni mattina, poco prima delle sette, arriva un furgone; alcuni di loro vengono chiamati, i nomi letti da una lista salgono sul veicolo e vengono portati nei campi; agli altri non rimane che sperare di avere maggior fortuna nei giorni successivi. Eppure il loro contratto risulta valido per l’intera stagione; ma, a sentirli, molti non vengono impiegati per più di due giorni.

 

La paga è da fame: il minimo sindacale per i lavori agricoli si aggira infatti intorno ai sei euro l’ora, mentre il grosso dei bulgari non ne riceve più di cinque. Ha spiegato Paolo Capra, della Flai (Federazione lavoratori dell’agroindustria) di Asti: «La manodopera agricola è spesso gestita da cooperative, definite “senza terra”, che pattuiscono i costi totali con le stesse aziende agricole: questo abbassa notevolmente i costi della manodopera, in quanto elimina le spese per la sistemazione e spesso anche dei contributi di ogni lavoratore; così, invece dei sei euro l’ora netti che all’incirca un bracciante assunto regolarmente ottiene per il suo mestiere, questi stagionali ricevono molto meno. A questo punto dovrebbe entrare in gioco il Comune, per garantirgli una sistemazione». A Canelli, invece, questo non accade: la Caritas diocesana è riuscita a offrire un posto letto solo a poco meno di una trentina; per via dei bassi costi offerti dalle cooperative, tutti gli altri bulgari dormono sotto una tenda nella piazza di Canelli.

 

E se per Giovanni Prezioso, segretario generale della Cgil astigiana, «questa situazione è una vergogna perché intacca la qualità così alta dei prodotti come il Moscato di Canelli, conosciuti a livello mondiale», il primo cittadino Marco Gabusi è del parere che il Comune più di così non possa fare: «Gli abbiamo dato le condizioni minime per vivere qui, e abbiamo anche circoscritto la zona che questi lavoratori occupavano fino a qualche giorno fa, spostandoli nella zona industriale per non farli dormire nella piazza centrale. Siamo contrari ai centri di accoglienza permanente, perché il loro contratto dura solo per i due mesi della vendemmia. Oltretutto, i numeri che i giornali hanno dato sono esagerati: non si tratta di più di cinquanta o sessanta persone, che sono una percentuale più che minima rispetto ai tremila lavoratori che ogni anno vendemmiano a Canelli. Solo che tutti gli altri sono regolari. Sono solo alcuni tipi di giornali che cavalcano troppo questa situazione».

Un vigneto che produce uva da Moscato.
Un vigneto che produce uva da Moscato.

«Un tale stato di cose macchia il buon nome del Moscato: le altre cooperative, infatti, di fronte a questa concorrenza così sleale delle “senza terra” non riescono a competere e ci rimettono. I controlli delle autorità, inoltre, hanno difficoltà a svolgersi con regolarità per carenza di personale», ha aggiunto Prezioso, rispondendo a distanza al sindaco. Da tutti i fronti, perciò, si chiede collaborazione al Comune e la presa di coscienza nazionale di queste problematiche. In effetti, «è una questione complicata; a Canelli, infatti, si intrecciano due problemi: l’accoglienza che il territorio offre e la questione sindacale. Se risolvere il primo è anche compito della città, sul secondo servirebbero delle leggi più specifiche a livello statale e regionale», ha aggiunto ancora Capra.

 

Tra le proposte avanzate, quella formulata dal direttore della Confagricoltura di Asti, Francesco Giaquinta, consisterebbe nel regolare le assunzioni stagionali a partire dal Paese di origine dei braccianti, in modo che siano muniti di una sorta di precontratto al loro arrivo; cosa che permetterebbe alla città di organizzarsi per tempo con i posti letto. Mentre da Asti, per bocca di Alberto Mossino, responsabile del Piam onlus (Progetto integrazione e accoglienza dei migranti), giunge l’ipotesi di appoggiare la proposta dell’assessore regionale all’agricoltura, Giorgio Ferrero: «Si potrebbe benissimo destinare una parte dei fondi regionali per costruire un centro di accoglienza permanente, ma dal sindaco è giunto il veto: Gabusi, infatti, teme che questo possa spingere i bulgari a restare a Canelli anche oltre la stagione della vendemmia».

 

Intanto, però, la tendopoli rimane, così come è stata negli ultimi anni; mentre il Moscato continua a vendere milioni di bottiglie ogni anno. Una macchia sul vino astigiano o solo una difficoltà di gestione della forza bracciantile stagionale? La domanda rimane. Di certo, da una terra neoeletta patrimonio Unesco, forse ci si aspetterebbe tutt’altro.

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