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Nuova teste: Cucchi pestato prima dell’udienza

Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, rivela una lettera giunta dopo il primo grado: «È morto di tortura per le lesioni – ha detto Anselmo – dire che non è morto per lesioni è ipocrita»

di Checchino Antonini

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Stefano fu pestato prima dell’udienza di convalida. O forse “anche” prima di quell’udienza. C’è un avvocata, infatti, che, trovandosi per caso davanti all’aula dove fu convalidato l’arresto di Stefano Cucchi – il geometra romano arrestato dai carabinieri nell’ottobre 2009 e morto una settimana dopo nel reparto detenuti dell’Ospedale Pertini di Roma – vide il giovane in condizioni tali da far pensare a un «pestaggio subito». Per questo il legale della famiglia Cucchi è convinto che «Fu un pestaggio d’impeto».

È la novità emersa nel corso dell’intervento del legale di parte civile, Fabio Anselmo, nel processo d’appello. Il penalista, difensore anche delle famiglie Aldrovandi, Magherini, Ferrulli e Uva, ha chiesto l’acquisizione al fascicolo processuale di una lettera/mail inviata dall’avvocata Maria Tiso (della quale ha chiesto anche l’audizione) dopo la fine del processo di primo grado e che integra, in qualche modo, l’ipotesi del procuratore generale che, il 23 settembre, aveva pronunciato una requisitoria che chiedeva due anni per i secondini per un pestaggio avvenuto “dopo” l’udienza e che non avrebbe avuto, però, una relazione con la morte.

La Tiso vide Stefano arrivare in aula in stato di arresto, scortato. «Di corporatura esile – si legge nella lettera – aveva il volto, ed in particolare gli occhi, estremamente arrossato e gonfio, come recante delle tumefazioni. Era come se sotto gli occhi avesse quelle che in gergo comune sono individuate come borse gonfie e di un colore tendente al violaceo. Aveva un’aria di sicuro molto provata. Mentre si dirigeva abbastanza lentamente verso l’aula di udienza, mostrava difficoltà nel camminare; appariva come irrigidito nella coordinazione della deambulazione e se non ricordo male, non sollevava del tutto i piedi da terra ma sembrava trascinarli in avanti ad ogni passo». I segni, questi, del pestaggio che, secondo la parte civile, sarebbe avvenuto prima dell’udienza di convalida dell’arresto di Stefano Cucchi.

«Stefano Cucchi è morto di dolore perché il suo cuore non ha più retto. Un dolore costante e crescente dovuto a un pestaggio, non premeditato ma d’impeto, avvenuto sei giorni prima in una cella di sicurezza del tribunale poco prima del suo ingresso in aula per la convalida dell’arrestoLa morte di Stefano Cucchi è la conseguenza del pestaggio che ha subito. È morto di tortura per le lesioni che gli sono state inflitte. Dire che non è morto per lesioni è ipocrita», ha detto Fabio Anselmo che si è costituito nel giudizio per conto dei familiari della vittima. Questa costituzione però riguarda solo i tre agenti carcerari che in primo grado furono mandati assolti e che ora, secondo quanto richiede il procuratore generale, rischiano la condanna a due anni di reclusione. La famiglia Cucchi ha ritirato la costituzione di parte civile nei confronti dei medici e degli infermieri dell’ospedale Pertini, accettando l’offerta di risarcimento dei danni.

«Che sia stato vittima di un pestaggio compiuto nelle celle della città giudiziaria è certo e che Stefano non sarebbe morto senza quel pestaggio è aderente alla logica». Per quanto riguarda i tre agenti carcerari e il comportamento tenuto secondo Anselmo «è incredibile come i tre imputati agenti sono sempre stati zitti. Lo hanno visto, lo hanno scortato. Lui, Stefano, ormai non può più dire chi è stato a pestarlo dobbiamo dirlo noi pure. Pare come il gioco dello “schiaffo del soldato” dove l’autore non viene scoperto ma rotea solo il dito».

Secondo Anselmo, se qualche difensore ha ipotizzato la possibilità di un coinvolgimento dei carabinieri nelle botte è stato solo per smontare le accuse mosse al proprio assistito.

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