venerdì 21 settembre 2018

Tre tocchi all’italiana, i senzatetto di Termini e l’horror con il tricheco

Tre tocchi all’italiana, i senzatetto di Termini e l’horror con il tricheco

Cronache romane di un cinema che fa festa, sesto giorno. Popoff vi racconta il Festival Internazionale del Film di Roma.

di Giorgia Pietropaoli


Il trailer di Tre tocchi

«Mi volto e vedo le mie decisioni e so di non essere diventato quello che volevo. Non sono nemmeno certo di essere diventato io». Il sesto giorno del Festival Internazionale del Film di Roma (martedì 21 ottobre) Popoff lo inaugura con il cinema italiano. Oggi, infatti, è il turno di Marco Risi (Fortapàsc, Il muro di gomma)che concorre nella categoria Gala con il film Tre tocchi, un’opera che più metacinematografica non si può.
«Mi mancava la testa e la grazia». Tre tocchi è costruito sull’intreccio di sei storie (anche se a volte sembrano di più) umane e attoriali. Sei storie che raccontano frustrazioni, delusioni, debolezze, successi e fallimenti di una professione, quella attoriale, che non è sempre luccicante. Alla vita professionale si accosta quella calcistica (da qui il titolo) che rispecchia e, in parte, deforma l’altra. «Che cosa cerchi?/Non lo so./Il tuo padrone. Tu dipendi dal tuo padrone, è per questo che sei un cane».

tretocchi

Risi (al quale non mancano i mezzi artistici e si vede) costruisce un film che perde compattezza fin da subito. La scelta di condensare in circa cento minuti ben sei storie, di sei persone, con i loro sei “contorni” sociali e ambientali, impedisce l’approfondimento delle dinamiche psicologiche di ognuno di loro e il dramma dell’essere attori (più o meno alla deriva) si percepisce appena. S’intuisce la potenzialità della storia ma non la si afferra mai davvero, non la si vede esplodere sullo schermo e lanciare provocazioni. Non si riesce a capire fino in fondo una problematica reale, che c’è ed esiste nel mondo dello spettacolo e forse la colpa è della decisione di rimanere in superficie, di voler indugiare su ghirigori artistici e onirici, perdendo così la possibilità di afferrare quello che il surrealismo avrebbe potuto, in fin dei conti, raccontare egregiamente.
«Siamo vivi, noi, lo capisci?». Qualcosa d’indimenticabile c’è: il trio Luca Argentero/Marco Giallini/Claudio Santamaria fatalmente femminile e truccatamente orgiastico in bagno di certo non te lo scordi più. «Sei pronto? Tre tocchi».


Il trailer di Roma Termini

Altra storia e altra Italia è quella raccontata da Bartolomeo Pampaloni nel documentario Roma Termini, in concorso nella sezione Prospettive Italia. Pampaloni compie un vero e proprio viaggio nella stazione romana per raccontare la vita degli uomini (le donne pare siano inavvicinabili e intrattabili) che vivono, mangiano, lavorano e dormono all’interno dell’edificio ferroviario.
«Uno, quando ha avuto problemi, rimane fuori da tutto, no?». Pampaloni non utilizza mai uno sguardo critico, non indaga le ragioni sociali, politiche e strutturali di un’esistenza ai confini del mondo. D’altronde non è questo il suo intento. «Io voglio dimenticare, se ce la faccio ». Il regista si mette al servizio delle storie per raccontare le persone, le loro giornate, i loro pensieri, i loro traumi e la loro visione del senso della vita, dell’amore, della morte. «L’amore perfetto è un’utopia. Non esiste. Una persona che scende a compromessi non è più se stessa».

Roma-Termini

È in parte reportage e in parte documentario, questa pellicola, un miscuglio di generi che però tiene lontana (volutamente) l’inchiesta. In questo modo, forse, si perde un po’ d’impatto emotivo e di sana indignazione, necessari quando al cinema si parla di certi argomenti. «Voglio dormire per strada, voglio morire così». Pampaloni si limita, con umiltà e coraggio, a diventare una sorta di custode delle memorie di queste persone inascoltate e ignorate. Per questo il suo film, più che un documento, è una testimonianza diretta, la narrazione di una stazione che non è quello che ostenta, quello che vorrebbe sembrare. A differenza del film di Oren Moverman con Richard Gere (Time Out of Mind), Roma Termini rappresenta un esperimento più riuscito e centrato.


Il trailer di Tusk

«Anche se sono vecchio sono sopravvissuto». Tusk è l’ultima pellicola di questa giornata. In concorso nella sezione Mondo Genere e diretto da Kevin Smith (Clerks, Dogma), è una commedia-horror con qualche spunto splatter e surreale.
Wallace (Justin Long – occhio ai baffoni!-) campa di podcast che registra in uno studio self-made insieme all’amico Teddy (Haley Joel Osment, che qui non vede la gente morta). Un giorno decide di andare in Canada per intervistare Kill Bill Kid, un ragazzo che si è tagliato una gamba con una spada nel bel mezzo di un video finito sulla rete. «Mai dire Hitler in aeroporto». Arrivato a destinazione, Wallace scopre che Kill Bill Kid si è suicidato. Che fare, tornare a casa a mani vuote o chiamare il numero trovato in una lettera lasciata nel bagno di un bar? La lettera promette di trasmettere, a chi vorrà ascoltare un vecchio marinaio, il “ricordo vivido” di tante avventure. Il richiamo è troppo forte e Wallace non può resistere. Dopo aver ricevuto le indicazioni (occhio, una delle due biondine è la figlia di Johnny Depp) necessarie a raggiungere l’indirizzo del marinaio, Wallace arriva, a Pippy Hill, destinazione finale (in tutti i sensi). Howard Howe (Michael Parks) è lì ad attenderlo con un potente sonnifero e il “ricordo vivido”, che è un’ossessione omicida, di Mr. Tusk, un tricheco che gli aveva salvato la vita.
Da quel momento, Wallace si calerà in un incubo e la sua vita dipenderà dal tempismo di Teddy e della sua fidanzata Ally (Genesis Rodriguez), i quali, nel frattempo, hanno conosciuto il detective (un irriconoscibile e rinato Johnny Depp) che è sulle tracce del serial killer noto come “la prima moglie”.

tusk

«Non ti fa parlare, non ti fa andare da nessuna parte e non ti scopa». Smith confeziona una pellicola dissacrante, in grado di innestare una discesa negli inferi che è una presa in giro delle convenzioni/definizioni e dei mezzi che usa lui stesso. Con una sceneggiatura pop-vintage che non sbaglia un colpo («L’uomo è un animale selvaggio. Meglio essere un tricheco») e che fa dello scontro/incontro Canada-Usa un punto di forza («Non voglio morire in Canada!», «Non vuoi la pistola? Che razza di americano sei?»), la godibilità di un horror che non è proprio horror è assicurata dall’inizio alla fine.
«Piangere è giusto. Ci differenzia dagli animali. Dimostra che abbiamo un’anima». Filosofia spiccia e messa in scena dell’intento omicida servono a Smith come pretesto per raccontare, non una storia, ma la sua assurdità e la sua visione inverosimilmente artistica. Inoltre, grazie a lui, Depp ritrova il suo innato istrionismo (combinato all’arte del camuffamento). Ci sarebbe da esser grati a Kevin Smith anche solo per questo.
«È l’uomo, in verità, un tricheco dentro di sé?

TRE TOCCHI
Regia di Marco Risi
Con Massimiliano Benvenuto, Leandro Amato, Emiliano Ragno, Vincenzo De Michele, Antonio Folletto, Valentina Lodovini, Luca Argentero, Marco Giallini, Claudio Santamaria e Paolo Sorrentino
Drammatico, 100 min
Uscita giovedì 13 novembre 2014
Italia, 2014
Voto Popoff: 1/5

ROMA TERMINI
Regia di Bartolomeo Pampaloni
Con Antonio Allegra, Gianluca Masala, Stefano Pili e Angelo Scarpa
Documentario, 77 min
Italia/Francia, 2014
Voto Popoff: 2,5/5

TUSK
Regia di Kevin Smith
Con Haley Joel Osment, Genesis Rodriguez, Justin Long, Michael Parks, Johnny Depp
Horror, 102 min
USA, 2014
Voto Popoff: 4/5

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