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Unicef: In Occidente 76 milioni di bimbi poveri

In Italia oltre il 30% dei minori vive nella miseria. Ma la povertà infantile è aumentata perfino in Islanda e in Lussemburgo. Ecco il rapporto Unicef “Figli della recessione”.

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Due milioni e seicentomila bambini poveri in più rispetto al 2008. Settantasei milioni e mezzo di minori vivono nei Paesi più sviluppati al di sotto della linea della povertà in nazioni tra le più ricche e socialmente avanzate. In ventitré Paesi Ocse e dell’Unione europea su quarantuno analizzati dal rapporto Unicef, la povertà infantile è aumentata. In Grecia, Irlanda, Islanda, Croazia e Lettonia è cresciuta addirittura di oltre il cinquanta percento.

 

Secondo il nuovo rapporto Unicef “Figli della recessione: L’impatto della crisi economica sul benessere dei bambini nei Paesi ricchi”, il reddito delle famiglie greche nel 2012 è crollato ai livelli del 1998; quello di Irlanda, Lussemburgo e Spagna, invece, del 2002. Ed in Italia? Nel 2012 il reddito a disposizione delle famiglie risultava pari a quello del 2004. Un precipitoso salto all’indietro di ben otto anni. La stessa drammatica situazione si palesa in Ungheria e Portogallo.

 

Avere un figlio oggi, nel fu ricco Occidente, aumenta le probabilità di «povertà attiva» dal sette all’undici percento. Anche se uno o più membri della famiglia lavorano, con un bimbo in casa il rischio di finire sotto la linea della povertà cresce.

 

In Italia, dove la povertà infantile è salita quasi del sei percento rispetto al 2008 ed oltre il trenta percento dei minori vive nella miseria, il numero delle famiglie con bimbi che non possono permettersi di mangiare carne o pesce ogni due giorni è raddoppiato, così come in Grecia ed Estonia.

 

Privazioni economiche, ansia e stress causati dalla perdita del posto di lavoro di uno o più genitori, precarietà abitativa (sfratti e inadempienze dei mutui in ascesa), deterioramento di diritti fondamentali come quelli alla salute, ad un’alimentazione sana e sufficiente e ad un’istruzione adeguata: ecco le fondamenta di questa temibile, perniciosa «trappola della povertà».

 

Se la recessione ha colpito duramente famiglie e bambini, ancor più violento è stato l’impatto sulle giovani generazioni. Il numero dei Neet, coloro che hanno un’età compresa tra quindici e ventiquattro anni e che non lavorano, non stanno svolgendo corsi di formazione e nemmeno studiano, è in continuo aumento. Solo in Europa parliamo di sette milioni e cinquecentomila giovani a cui la crisi, di fatto, ha tarpato le ali. Anche in questo caso l’Italia è tra i Paesi che hanno avuto la peggio, insieme a Croazia, Cipro e Romania. Il ventidue percento dei nostri ragazzi risulta essere Neet. Oltre un milione.

 

Se l’Europa se la passa male, oltre oceano la situazione non è di certo migliore. Negli Stati Uniti la povertà infantile è salita in trentaquattro Stati su cinquantadue: un milione e settecentomila bambini poveri in più rispetto al 2008, per un totale di ventiquattro milioni e duecentomila individui.

 

Segnali in controtendenza solo in diciotto Paesi in cui invece la povertà è diminuita, in alcuni casi anche in modo considerevole. In Australia, Cile, Norvegia, Polonia e Slovacchia il decremento è stato addirittura del trenta percento. Ma si tratta, appunto, di eccezioni.

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