Buona Scuola e cittadinanza psicologica

Buona Scuola e cittadinanza psicologica

Slitta la cosiddetta Buona Scuola di Renzi e con essa l’attesa di un’educazione alla cittadinanza adeguata alla nuova composizione delle nostre città

di Marialuisa Menegatto e Adriano Zamperini*

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L’atteso decreto La Buona Scuola non si farà, poiché tutto sfocerà in un disegno di legge parlamentare. Speriamo almeno che il dibattito in aula non si trasformi in un’ennesima occasione di uso strumentale delle identità e di chiacchiericcio privo di contenuti. La scuola, quella vera, non quella evocata a parole, da troppo tempo aspetta che il mondo politico sia alla sua altezza.

Uno dei luoghi privilegiati dove si concretizza l’incontro umano è sicuramente il mondo della scuola. E affrontare il tema della scuola oggi significa fare i conti con le vite delle persone coinvolte. Questo ambiente formativo coagula attorno a sé insegnanti, studenti, genitori, personale di vario ruolo, ognuno con particolari scopi e investimenti. Un progetto esistenziale e professionale che risente negativamente di un funzionamento claudicante, alimentato da precarie forme contrattuali, mortificato da un progressivo smantellamento delle risorse pubbliche. Non è infrequente che tutto ciò si consumi dentro una scuola aziendalizzata, che trasforma il piano di offerta formativa in brand così da attirare a sé i genitori e i rispettivi figli come se se fossero clienti sul mercato. Ma la scuola non è un’azienda. La scuola è servizio alla collettività. Un prendersi cura dei cittadini del futuro attraverso compiti educativi, trasmissione d’insegnamenti, pratiche formative. Un servizio mai esaurito dalla partita doppia di un bilancio aziendale.

Competenze di cittadinanza.

Il governo Renzi ha lanciato una nuova riforma all’istruzione nota come ‘La Buona Scuola’, costruita secondo una procedura bottom-up a consultazione pubblica e che dovrebbe portare alla ‘scuola del futuro’. Tra le materie che subiranno dei cambiamenti, volti a edificare un rafforzamento dei programmi, si legge che Educazione civica da ora in avanti assumerà l’etichetta di ‘Competenze di cittadinanza’. La storia di Educazione civica è alquanto travagliata. Introdotta nella scuola statale nel lontano 1958 da Aldo Moro, ha subito negli anni a venire trasformazioni semantiche, concettuali e metodologiche continue, mai divenuta una vera e propria materia con un quadro orario definito. Se ne parla durante le ore di storia alle primarie, o di diritto alle superiori. I testi su cui studiare sono facoltativi, oppure si trovano in appendici e sezioni di approfondimento. Eppure, nata e invocata per essere un momento di formazione privilegiata del cittadino, prevedeva lo studio degli organi istituzionali, l’analisi dell’evoluzione storica dello Stato moderno, con l’obiettivo di favorire e sviluppare negli allievi una riflessione consapevole sul rapporto cittadini/Stato, ai fini di una loro futura partecipazione alla gestione della sfera pubblica. Negli anni duemila per far fronte alle sfide della globalizzazione, della società multiculturale e religiosa, diventa ‘Educazione alla cittadinanza’, e si inizia a parlare di convivenza civile, ampliando il focus all’educazione stradale, ambientale, alimentare, alla salute e all’affettività. Oggi, con La Buona Scuola si parla di ‘Competenze di cittadinanza’.

Di cosa parliamo quando parliamo di cittadinanza?

Affinché i proclami di cambiamento non si riducano a banali slogan a uso e consumo giornalistico, e per evitare che la neonata disciplina si trasformi in una pratica circense per ammaestrare i futuri cittadini, all’etichetta linguistica serve dare sostanza. Una sostanza che non può evitare di affrontare i tanti dilemmi che la cittadinanza porta con sé, da primo una legislazione nazionale ostracizzante e anacronistica. In Italia vige principalmente il principio di acquisizione di cittadinanza per jus sanguinis o ‘diritto di sangue’, imperniato sulla discendenza e sulla filiazione, per cui si diventa cittadini italiani in base alla cittadinanza dei genitori. Nascere in Italia non significa necessariamente ottenere la cittadinanza italiana. Nel caso di figli di immigrati, anche se nati in Italia da genitori non italiani, il percorso giuridico di acquisizione della cittadinanza è tortuoso e complicato. Così le nostre scuole, dove si vuole introdurre la disciplina di ‘Competenze di cittadinanza’, sono frequentate da bambini e ragazzi che si ‘sentono cittadini’ ma non godono dei diritti e doveri dei loro compagni (cittadini italiani). Già oggi, basta entrare in un’aula scolastica per capire che le competenze di cittadinanza dei nostri bambini e ragazzi sono molto più avanzate di quelle che si sentono in un qualsiasi dibattito politico televisivo. Competenze che sanno riconoscere il senso dell’appartenenza e del rispetto senza dover far ricorso a fumose e ormai obsolete categorie giuridiche.

Essere cittadini nella mente.

Sentirsi cittadini senza esserlo giuridicamente rinvia a un primo importante fattore: la cittadinanza non è esaurita dal mero riconoscimento di diritti e di doveri e comprende altre dimensioni come le emozioni e gli atteggiamenti individuali. Ormai non dovrebbe più stupire che gli studiosi di scienze sociali parlino di cittadinanza culturale, societaria e psicologica. Ossia di una realtà socialmente prodotta, con una peculiare storia e un proprio sviluppo, con dimensioni di natura psicologica (senso di appartenenza), culturale (modelli di vita), economica (sistema di scambi e allocazione di risorse), sociale (regole collettive), giuridica (ordinamento di diritti e doveri). Pur non cancellando la presenza di uno Stato, ne risulta enfatizzato il carattere relazionale della convivenza, affrancandola dal dominio del territorio e quindi della Nazione. Ecco perché i figli dei migranti, seppure esclusi dalla dimensione formale di cittadinanza (diritti/doveri), entrano a pieno titolo in quelle della partecipazione (ruolo attivo nella società) e dell’appartenenza (sentirsi italiano e/o cittadino senza documenti). E, certo gli esempi non mancano, per i figli di genitori italiani potrebbe verificarsi il contrario, ossia una volta acquisita per discendenza la cittadinanza non sentirsi cittadini della nostra Nazione.

La cittadinanza come legame

Trasmettere competenze di cittadinanza non può allora ridursi solo a un semplice trasferimento top-down, dall’alto verso basso, dai maestri ai discenti, di un set di informazioni preconfezionate in merito alla Costituzione e ai suoi principi. La complessa articolazione della convivenza umana mostra chiaramente come la cittadinanza non coincida in modo automatico e pienamente sovrapponibile a una precisa nazionalità, ma la trascende mettendo in gioco emozioni, spazi identitari, reti di rapporti sociali. Come a dire che la moltitudine di persone che popolano la scuola hanno già lavorato e continuano a lavorare intorno ai nodi problematici della cittadinanza. Con fatica e impegno quotidiano. E’ a questa realtà esistente che bisogna guardare, e sono i tanti attori sociali impegnati nella scuola che vanno aiutati e sostenuti affinché la convivenza sostenibile tra differenze che abitano uno spazio comune non sia minacciata dall’arma identitaria. Perché la cittadinanza è un concetto che include e contemporaneamente esclude, traccia confini tra “noi” e “loro”. Solamente un’attenta cura prestata al legame sociale mette al riparo da future derive autoritarie e dalla trasformazione dei confini da varchi per praticare lo scambio umano a muri invalicabili.

* Marialuisa Menegatto, Università di Verona, Adriano Zamperini, Università di Padova

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