mercoledì 17 ottobre 2018

Romero, 35 anni dopo

Romero, 35 anni dopo

35 anni fa l’arcivescovo di San Salvador veniva assassinato da un sicario degli squadroni della morte. Aveva osato troppo, anche per le gerarchie vaticane

di Marina Zenobio

Monsignor Romero a terra, ormai senza vita, dopo essere stato colpito da un tiratore scelto degli squadroni della morte salvadoregni.
Monsignor Romero a terra, ormai senza vita, dopo essere stato colpito da un tiratore scelto degli squadroni della morte salvadoregni.

Era un monsignore della chiesa cattolica scomodo, troppo scomodo per i suoi discorsi sulla lotta sociale, contro l’oligarchia e la giunta militare che, in quegli anni, annegava nel sangue il popolo salvadoregno. Stiamo parlando di Oscar Arnulfo Romero, vescovo di San Salvador, assassinato mentre celebrava messa il 24 marzo di trentacinque anni fa, da un franco tiratore degli squadroni della morte guidati dal maggiore dell’esercito salvadoregno Roberto D’Aubuisson, fondatore di ARENA (Allenza repubblicana nazionalista di estrema destra). Il giorno prima, durante l’ultima sua omelia nel corso di una partecipatissima celebrazione nella cattedrale di San Salvador, Romero aveva lanciato parole di fuoco contro la giunta militare guidata dal fascista-democristiano Duarte e un appello-ordine ai militari delle forze armate salvadoregne.

“Vorrei fare un appello in maniera speciale agli uomini dell’esercito, e in concreto alle basi della guardia nazionale, della polizia, dei quartieri generali.
Fratelli, voi appartenete come noi al popolo, voi però uccidete i vostri fratelli contadini.
Di fronte all’ordine di uccidere dato da un uomo, è la Legge di Dio che deve prevalere, e quella legge dice: tu non ucciderai. Un soldato non è costretto ad obbedire ad un ordine che va contro la Legge di Dio. Una legge immorale non deve essere rispettata… Ora è tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediscano alle proprie coscienze piuttosto che all’ordine del peccato… La Chiesa che difende i Diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può starsene in silenzio davanti a tanto abominio. Vogliamo che il Governo prenda sul serio che le riforme non serviranno a niente se devono essere imbevute di tanto sangue.
In nome di Dio, in nome del Popolo che soffre, i cui lamenti crescenti salgono al cielo ogni giorno più forti, io vi supplico, io vi chiedo, io vi ordino: fermate la repressione!”. (Monsignor Oscar Romero, San Salvador, 23 marzo 1980)

Mons-RomeroIn quegli anni in Salvador la repressione colpiva quotidianamente attivisti e attiviste sociali, torturando, uccidendo e facendo scempio dei loro corpi. La giunta militare guidata da José Napoleon Duarte, fondate del Partito democristiano salvadoregno, aveva scatenato gli squadroni della morte di D’Aubuisson contro la guerriglia del Farabundo Martì di Liberazione Nazionale (FMLN) e chiunque provasse a sostenerla o fosse sospettato di farlo.

E i sacerdoti non erano esenti, lo slogan dei paramilitari era “Sii un patriota, uccidi un prete”, in risposta alla Teologia della Liberazione a cui molti religiosi si avvicinavano, come reazione all’inaudito terrorismo di Stato e alle terribili condizioni sociali in cui il popolo salvadoregno era costretto a vivere. E anche la gerarchia cattolica guidata dell’allora capo del Vaticano, Karol Wojtyla, prendeva le distanze dai religiosi “politicizzati”, abbandonandoli al proprio destino.

Ricordiamo una delle frasi più note e significative che Romero rilasciò in una intervista: “Se faccio l’elemosina ai poveri dicono che sono un santo, ma se indago sulle cause che generano la povertà e la miseria mi chiamano comunista”.

Per la morte di monsignor Romero, come per quella di migliaia di salvadoregni e salvadoregne, nessuno ha mai pagato. Questo grazie anche ad una amnistia voluta nel 1993 dal presidente Alfredo Cristiani (ARENA). Ma l’assassinio del monsignore “politicizzato” fu il detonatore di una guerra civile che, iniziata nel 1980, si concluse nel gennaio del 1992, con la firma degli accordi di pace e con un saldo di 75.000 morti, 550.000 sfollati e mezzo milione di rifugiati.

Il maggiore D’Aubuisson è morto il 20 febbraio del 1992, dopo atroci sofferenze per un cancro alla lingua. Ci piace pensare che a volte le maledizioni arrivano a destinazione.

Lo scorso febbraio papa Francesco ha decreto la beatificazione dell’arcivescovo di San Salvador assassinato nel 1980, beatificazione mal digerita dai leader e dai militanti del partito ARENA che per 35 anni hanno continuato a considerare apertamente monsignor Romero come una figura “politicizzata” della sinistra salvadoregna, un comunista, collocando a volte il suo ritratto accanto all’icona di Che Guervara, di alcuni leader del FMLN o del rivoluzionario e politico salvadoregno Schafik Handal.

In occasione della beatificazione di monsignor Romero, l’attuale presidente salvadoregno ed ex guerrigliero del FMLN, Salvador Sanchez Cerén, ha dichiarato: “Il nostro governo riconosce la figura e le opere di monsignor Oscar Arnulfo Romero come guida e luce nel cammino verso un paese di benessere per tutte e tutti”.

Per i 35 anni dell’assassinio di Romero in molte capitali latinoamericane, e non solo, si terranno celebrazioni laiche e religiose.
Un incontro si terrà a Roma, il 26 marzo alle 18, presso il circolo Sel “Adriana Cacciamani”, in via Cardinal Sanfelice, 14. A Padova, invece, il 24 marzo alle 21 la basilica di Santa Giustina si trasformerà in un palcoscenico teatrale per ospitare l’opera “Oscar Arnulfo Romero. Morte per un popolo”, regia di Filippo Crispo.

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