giovedì 12 20 Dicembre19

Gaza, un anno dopo la ricostruzione che non c’è

Gaza, un anno dopo la ricostruzione che non c’è

A un anno da “Margine Protettivo”, il Commissario Generale di UNRWA Pierre Krähenbühl denuncia la drammatica situazione nella Striscia di Gaza

Di Carlo Perigli


gaza20 anni e 4.500 milioni di dollari, secondo le ong Oxfam  e Shelter Cluster tanto sarebbe servito, in termini di tempo e denaro, per la ricostruzione di Gaza al termine di Margine Protettivo, la campagna militare lanciata da Israele nella Striscia dall’8 luglio al 26 agosto 2014, in flagrante violazione delle più basilari norme di diritto internazionale umanitario e della Carta delle Nazioni Unite. In cinquanta giorni i bombardamenti provocarono la morte, secondo i dati riportati dal Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, di 2251 persone, e il ferimento di oltre 11000, 1000 dei quali, secondo i dati UNRWA, sono bambini che rimarranno disabili a vita. È stato inoltre stimato il danneggiamento o la distruzione di oltre 140000 case, 200 scuole, 15 ospedali, dell’unica centrale elettrica, di 220 fabbriche dislocate nelle zone industriali, e un danno stimabile intorno ai 200 milioni di euro per quanto riguarda il settore agricolo. Ebbene, a circa nove mesi dalla fine degli attacchi, con la tregua siglata a Il Cairo, la situazione a Gaza rimane drammatica, mentre la  ricostruzione procede a tempi ridotti per mancanza di fondi, e in alcuni settori non è stata neanche avviata. A certificare la tragica situazione, le dichiarazioni rese  l’8 luglio scorso dal Commissario Generale dell’UNRWA Pierre Krähenbühl, che riportiamo di seguito per intero.

A un anno dalla devastazione di Gaza che è costata la vita a oltre 1500 civili, compresi 551 bambini, le cause profonde del conflitto rimangono inascoltate. La disperazione, la miseria e la negazione della dignità derivanti dalle ostilità dello scorso anno e dal blocco rappresentano ormai il quotidiano per il popolo di Gaza.

 

Le ferite psicologiche sono visibili ovunque a Gaza. Sono tantissimi i bambini traumatizzati dagli effetti delle ostilità e oltre un migliaio di persone vive in condizioni di permanente disabilità. Questo dovrebbe rappresentare un promemoria del fatto che i conflitti devono essere in prima battuta esaminati in base ai costi in termini umani che infliggono.

 

Oltre a ciò, a 315 giorni dal cessate il fuoco, nessuna casa di quelle distrutte – oltre 12.000 – è stata ricostruita. Questa situazione lascia 120,000 persone senza un’abitazione. A ciò si deve aggiungere l’alto tasso di disoccupazione e la mancanza di prospettive per i giovani di Gaza. Una bomba ad orologeria per l’intera regione.

 

È necessaria un’azione politica concreta su molti fronti per raggiungere il cambio di rotta necessario nella Striscia, che dovrebbe avere inizio con la cessazione del blocco, assicurando diritti e sicurezza a tutti, consentendo di aumentare le esportazioni da Gaza e stimolando la ripresa economica e la libertà di movimento dei civili. Nonostante nelle scorse settimane alcuni passi siano stati compiuti, si è ancora lontani dall’ottenere quanto necessario per apportare cambiamenti significativi nelle vite delle persone.

 

Vi è inoltre la necessità di accertare le responsabilità per la violazione delle leggi internazionali durante le ostilità del 2014. Le indagini devono proseguire in accordo con gli standard internazionali. Le vittime delle violazioni dovrebbero essere prontamente e adeguatamente compensate e ottenere un giusto risarcimento.

 

Tra la disperazione in cui versa Gaza, la speranza è un lusso che comincia a scarseggiare e per questo cruciale. Questa settimana, le prime famiglie rifugiate hanno ricevuto assistenza da UNRWA per la ricostruzione delle loro case totalmente distrutte. Nonostante i numeri siano piccoli, e le operazioni siano in ritardo, questo sviluppo potrebbe essere significativo del fatto che, poco a poco, i fondi disperatamente richiesti potrebbero raggiungere la Striscia.

 

Nel contesto Medio-orientale, sempre più instabile, negare bisogni e diritti al popolo di Gaza è un rischio che il mondo non può correre.

 

 

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