mercoledì 25 Novembre 2020

La crisi e il comune. Visti da sud

La crisi e il comune. Visti da sud

Biopolitica, inchieste, soggettivazioni nella nuova rivista sudcomune prodotta da DeriveApprodi e coordinata da Francesco Pezzulli

di Redazione sudcomune

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La rivista sudcomune si occupa delle recenti trasformazioni del capitalismo. Per descriverne le caratteristiche e le tendenze, certamente, ma soprattutto per interrogarsi sul loro superamento politico. Più precisamente si domanda come si possono costruire istituzioni del comune in grado di soppiantare le istituzioni “pubbliche” della governance e quelle “private” dell’impresa e della finanza. Quali vincoli si presentano ad una simile impresa? Come rimuoverli, con quali strumenti e secondo quali strategie? Questi sono i problemi che intendiamo affrontare, insieme alle singolarità e ai movimenti che li ritengono centrali, sapendo che non partiamo da zero né da un punto di vista teorico che nella sperimentazione di pratiche che più o meno direttamente si ispirano al comune. Eppure, con il nuovo millennio, ci siamo trovati a un “punto zero”, in una situazione storico politica nettamente differente dal passato, in una nuova stagione capitalista che mette a valore l’intera nostra esistenza, che sfrutta il lavoro cognitivo come quello materiale e che mette in crisi, a volte definitivamente altre volte meno, le categorie teoriche ed analitiche con le quali abbiamo letto i diversi passaggi storici. La rivista intende mettere alla prova del presente tali categorie, vuole modificarle per attualizzarle, quando necessario, oppure decretarne la definitiva inutilità.

Otto anni dopo l’inizio dell’ultima grande crisi del capitalismo siamo cambiati non poco. Un ulteriore passaggio capitalistico si è compiuto e questa volta ha riguardato ancor più da vicino le nostre vite singole, fin dentro l’intimità. Dal punto di vista del processo capitalistico, la produzione economica di merci è divenuta sempre più anche produzione di soggettività; anche in questi termini generali parliamo di una produzione “biopolitica”, di una produzione che costruisce i suoi consumatori e addetti, e che potenzialmente riesce a valorizzare ogni aspetto e momento della loro vita.

Lo sfruttamento, superati da decenni i cancelli della fabbrica, si è esteso ovunque. Alla sconfitta di classe, è subentrata per gli operai l’umiliazione, progressivamente sancita da accordi sindacali siglati al ribasso; cosi come si è imposta la precarietà (del corpo, del contratto e del consumo, esistenziale) come regola principale dei rapporti di lavoro, fattore decisivo della composizione tecnica e politica della forza lavoro. Questi cambiamenti ci coinvolgono tutti, come è stato scritto: «la vita è stata venduta al nemico»; dobbiamo quindi capire come riprendercela, con quali modi, quali mezzi, quale organizzazione. La rivista sudcomune si costituisce come ambito di discussione critica sulla messa a valore della vita a partire da esperienze concrete di lotta e di resistenza contro lo sfruttamento fisico e mentale

Nella produzione biopolitica le corporation della comunicazione assumono importanza crescente, si configurano come direttamente produttive, di merci fisiche e soggetti affidabili. Non pochi hanno notato che negli ultimi decenni il cambiamento socioeconomico è stato tutt’uno con quello antropologico, che i processi di informatizzazione dell’economia e del sociale, e i mezzi di comunicazione di massa a disposizione dei capitalisti dell’industria e della finanza, sono stati particolarmente efficaci nel forgiare la colpa degli indebitati, l’alienazione e il conformismo dei mediatizzati, la paura dei securizzati e l’indifferenza dei rappresentati. La rivista vuole favorire processi di soggettivazione che consentano di sovvertire e distruggere queste quattro figure sociali della crisi, imposte e e riprodotte di continuo dal dominio capitalistico e che ritroviamo sovrapposte e miscelate nei singoli. Ci attende un cammino in salita ma non ci sono altre strade, se non quelle di adesione ai valori capitalistici e sottomissione alle sue tecnologie.

Sudcomune non è una rivista meridionalistica e neppure una rivista specialistica sul mezzogiorno d’Italia. Il prefisso sud indica piuttosto un’angolazione, non la sola, dalla quale proveremo ad osservare le trasformazioni capitalistiche e lo sviluppo del comune come base fondamentale dei processi di produzione della ricchezza sociale. Il sud, in tal senso, solo per citare alcuni aspetti, è un’area importante del lavoro cognitivo e affettivo. E’ uno straordinario bacino di formazione e reclutamento di lavoratori immateriali (e operai) per imprese nazionali e multinazionali che operano nei diversi settori. Allo stesso tempo è un’area di immigrazione di lavoratori e lavoratrici occupati nei servizi di cura alla persona ed alle famiglie. E’ un’area dove il comune è presente ed è corrotto, inglobata in trame finanziarie, produttive e politiche sovranazionali che influiscono direttamente sulla vita dei meridionali. Nonostante ciò è un’area nella quale il discorso politico sul comune (e sugli aspetti centrali dell’odierno capitalismo) è per lo più sconosciuto: uno dei compiti della rivista è quello di colmare questo vuoto, di diffondere le tematiche del comune a più livelli, da una dimensione sociale all’ambito della politica locale, dei movimenti sociali e delle singolarità antagoniste.

Nei suoi temi sulla quistione meridionale, Gramsci si sofferma sui fatti della “giovane Sardegna”, la costituzione della quale non ebbe mai luogo. Non ebbe mai luogo perché otto comunisti sardi, il giorno della sua costituzione a Torino, dopo il discorso infiammato e retorico del relatore ufficiale, e dopo i vari interventi in linea con essa, riuscirono a far “penetrare nel cervello dei presenti” un dilemma: stare dalla parte dei signori «che vi hanno rovinato e sono i sorveglianti locali dello sfruttamento capitalistico» oppure dalla parte di un blocco con gli operai rivoluzionari del continente «che vogliono abbattere tutti gli sfruttamenti ed emancipare tutti gli oppressi». Un’ora dopo la giovane sardegna venne rinviata, mentre alla camera del lavoro più di duecento persone costituivano il circolo socialista sardo. Questa storia di Gramsci, evidentemente datata, è letta dalla rivista sudcomune come un messaggio ancora utile, un’indicazione sulle potenzialità sovversive di quella che una volta definivamo “presa di coscienza” (di classe) e che oggi ritroviamo nei “processi di soggettivazione” delle singolarità. Gli otto comunisti sardi di Gramsci ci ricordano che è possibile cambiare la direzione delle cose, trovare i discorsi adeguati in situazioni concrete, socializzare i saperi e le esperienze sui temi che riguardano lo sfruttamento vitale e la sua fine. Favorire con forza ed intelligenza quest’ultima, in ciò risiede lo scopo della rivista.

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