Syriza, non passa il referendum chiesto da Tsipras

Syriza, non passa il referendum chiesto da Tsipras

Congresso straordinario a settembre, solo dopo l’accordo con la Troika, e poi elezioni anticipate con liste bloccate. Il piano di Tsipras per normalizzare Syriza

di Francesco Ruggeri

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Congresso solo a settembre per Syriza ma niente referendum degli iscritti sulle mosse di Tsipras dopo il referendum e sul famigerato accordo del 13 luglio.«Quanti referendum dobbiamo fare allora? – s’è chiesto polemicamente il portavoce della Piattaforma di sinistra  -ne abbiamo fatto già uno e abbiamo preso 62%”».

Il comitato centrale di Syriza, ieri dopo la mezzanotte, ha respinto dunque la proposta del premier di indire un referendum tra i trentamila militanti del partito sulla strategia da seguire con i creditori della Grecia. Tsipras, probabilmente, ha dovuto ritirare la proposta per evitare un pronunciamento sulla sua persona molto pericoloso; evidentemente ha trovato forti opposizioni come già al momento della bocciatura dell’accordo da parte di oltre il 50% del Cc.  Il ritiro della proposta è stato definito all’interno della maggioranza e tra le sue varie componenti. Il referendum avrebbe avuto un carattere plebiscitario, sarebbe stato percepito come una sorta di voto di fiducia di massa su Alexis Tsipras. E nessuno avrebbe potuto scommettere su una vittoria nettissima del premier e sulle ricadute del risultato nel rapporto con le altre istituzioni. Alla fine è stato deciso per il Congresso straordinario da convocare per settembre, come proposto da Tsipras, cioè dopo la firma del nuovo accordo, previsto entro il 20 agosto, con la concessione dei nuovi prestiti.

«Congresso straordinario senza alcun senso”, secondo la piattaforma di sinistra, perché i delegati saranno chiamati a decidere a posteriori e ratificare «un accordo altamente dannoso per il paese». Con un comunicato, la Piattaforma di Sinistra ricorda che si doveva convocare il congresso permanente del partito con i delegati che avevano partecipato al congresso fondativo del partito a luglio del 2013, «l’ogano più competente in grado di garantire la politica anti-memorandum e il percorso radicale e il carattere del partito e la sua unità». Fare invece il Congresso, dopo l’accordo, significa infatti farlo in un altro clima, di ratifica delle cose e di rassegnazione tra il corpo largo degli/delle iscritt*. La proposta passata a maggioranza, ma senza un conteggio formale, è stata sostenuta anche dalla gran parte del cosiddetto “Gruppo dei 53”, cioè la sinistra della maggioranza, mentre i 17 componenti del Comitato Centrale che fanno parte del KOE, organizzazione di derivazione maoista hanno presentato una lettera collettiva di dimissioni: non parteciperanno a un congresso che dovrebbe convalidare la mutazione di Syriza in un «partito dei memorandum».

ALLE ELEZIONI SENZA DISSIDENTI DI SINISTRA

Secondo il segretario di Syriza, Tasos Koronakis, il dibattito congressuale sarà concentrato sui negoziati e la politica del governo, la politica attuale del partito e la questione della sinistra in Europa. In realtà, l’obiettivo di Tsipras e della maggioranza è di arrivare alle elezioni con liste bloccate e depurate dalla presenza di dissidenti di sinistra.

Tsipras ha chiesto a chi mette in dubbio il suo operato e la politica del governo di farsi avanti e dichiararlo apertamente e ha insistito che non c’era altra soluzione migliore del compromesso. «Se qualcuno crede che un altro governo, un altro primo ministro avrebbe ottenuto qualcosa di meglio lo può dirlo e da questa sede. Se qualcuno crede che Syriza ha abbandonato il popolo venga a dirlo. Se qualcuno crede che Syriza deve abbandonare il governo lo dichiari. Se qualcuno crede che l’accordo che abbiamo è peggiore dei tre memorandum che lo spieghi con argomenti». «Non è possibile che alcuni considerano che si possa andare avanti all’infinito con i voti degli altri partiti e una parte del gruppo parlamentare dichiara che l’accordo è una catastrofe per il paese con l’assurdità che sostiene il governo».

Tsipras ha lasciata aperta la questione di elezioni anticipate, considerando che il primo governo di sinistra «o è sostenuto dai deputati di sinistra o cadrà per mano dei deputati di sinistra».

Il premier, come riferisce To Vima online, ha detto al Comitato centrale che Syriza si trova di fronte un importante dilemma e deve scegliere tra una “ritirata strategica” oppure di andare avanti con un compromesso che non è l’ideale e che non era stato programmato. Secondo Tsipras, lasciare la zona euro non è un’opzione, poiché ciò significherebbe un default disordinato, seguito da un grande svalutazione della nuova dracma, che a sua volta richiederebbe una nuova richiesta al FMI per ottenere nuovo sostegno finanziario. Nel suo discorso, Tsipras ha difeso gli sforzi fatti dal suo esecutivo nel corso dei negoziati affermando che «è stato fatto tutto il possibile per tutelare gli interessi del popolo», che l’insostenibilità del debito greco è apparsa evidente e che la questione greca non è solo europea ma è un problema globale.

Per il premier il risultato del referendum del 5 luglio non è stato un mandato per una rottura (con l’Ue) né un’autorizzazione ad andare avanti verso una nuova dracma. Ai commentatori “riformisti” piace sottolineare che, per il leader di Syriza, i discorsi su chi sia più radicale o di sinistra sono inutili e che, proprio come nella vita, anche in politica non si può avere tutto.

ATTACCHI A VAROUFAKIS

Il portavoce di Syriza nel parlamento ed ex direttore dei giornale di partito “Avgi”, Nikos Filis, ha fatto un altro duro attacco, in comitato centrale, contro l’ex ministro delle Finaze Yianis Varoufakis per quando riguarda il supposto piano B del governo. Secondo Filis Syriza aveva solo il “Piano A” deciso dal congresso del partito e riferendosi alle dichiarazioni di Varoufakis “il segreto “ Piano B” vuol dire colpo di stato”. Ma il cosiddetto Piano B altro non è che «nessun sacrificio per l’euro», la linea ribadita da Antonis Ntavanelos, di Dea (Sinistra internazionalista dei lavoratori, componente trockista della Piattaforma).  Le trattative con l’Europa sono state sin dall’inizio «una guerra, una guerra finanziaria», ha ripetuto l’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, intervistato dal settimanale Stern. «Oggi non servono i carri armati per battere qualcuno. Ci sono le loro banche. Da gennaio abbiamo avuto un gabinetto di guerra, cinque, sei persone che si sono occupate dello scenario della Grexit». Il ministro ha dunque spiegato di aver chiaramente considerato l’opzione di un’uscita della Grecia dall’euro: «Abbiamo pensato, analizzato e anche simulato tutti i possibili scenari». Nelle sedute dell’eurogruppo Varoufakis ha detto di aver condotto «una guerra psicologica a tutti i livelli», rimanendo sempre calmo. Ma «in questo gioco – ha concesso il ministro – io ero nudo e Schaeuble un gladiatore corazzato. Si può essere intelligenti quanto si vuole, ma quando il tuo avversario siede in un carro armato e ti tiene davanti al suo cannone, nemmeno gli argomenti migliori aiutano». L’ex ministro ha attaccato duramente il vicecancelliere socialdemocratico Sigmar Gabriel. All’inizio «era come tra fratelli», non c’era «la minima impressione di una differenza di opinione, come se parlassi con un membro di Syriza». Poi «poco dopo ho saputo di come ci fosse passato sopra. Inconcepibile».  Ma c’è chi chiede a gran voce la fine del «cannibalismo tra compagni», come l’’ex portavoce del governo ed uno dei tre portavoce di Syriza nel parlamento, Gavriil Sakelaridis,  scondo il quale l’unità non la si può imporre bollando i dissidenti come  “la banda della dracma” (lui, ad esempio, è assolutamente contrario all’eventualità della nuova moneta) o di minacciare tribunali speciali per Varoufakis con tribunali speciali. Una rottura dentro Syriza, avverte, rispedirebbe a casa molta gente che ci aveva creduto. Il Comitato Centrale sarà convocato di nuovo verso la fine di agosto per decidere l’agenda del congresso del partito.

CREDITORI MAI SAZI

Si complica di nuovo il percorso della crisi greca: il Fondo monetario internazionale torna a puntare i piedi, riferiscono le agenzie, e fa sapere che non parteciperà al nuovo salvataggio senza un accordo sulla ristrutturazione del debito, questione ancora non affrontata con i partner dell’Eurozona che vogliono rinviarla all’autunno. Siederà comunque, in quanto membro della Troika, al tavolo del negoziato in corso con le autorità greche ma deciderà in un secondo momento quanto e come partecipare al terzo pacchetto di aiuti. La cui cifra, fissata dall’Eurosummit tra 82-86 miliardi, è a questo punto tutta da confermare perché comprendeva anche la partecipazione del Fmi. La Troika è già al lavoro ad Atene per negoziare le condizioni del nuovo Memorandum, il board del Fmi riunito a Washington ha valutato il nuovo salvataggio messo a punto dalla zona Euro e ha deciso che «non può appoggiare l’accordo se alcune condizioni non sono rispettate». In particolare, il Fondo non può finanziare la Grecia senza un impegno alla ristrutturazione del debito da parte dei Paesi dell’area euro, e senza ulteriori riforme da parte di Atene. L’istituto quindi non si unirà subito al salvataggio, ma aspetterà che i leader di Eurolandia si decidano a discutere di come “alleggerire” il debito ellenico e che il Governo Tsipras faccia le prime riforme del nuovo Memorandum che la Troika sta definendo.

I Paesi della zona euro se l’aspettavano un rinvio della decisione del Fondo, tanto che il ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schaeuble ha già avvertito i deputati della Camera bassa che l’istituto non parteciperà alla prima tranche di aiuti, che deve arrivare entro il 20 agosto per consentire ad Atene di saldare il pagamento dei 3,4 miliardi di euro in scadenza alla Bce. Il Fmi potrebbe quindi entrare nel piano in autunno, dopo la prima “review” (o valutazione) dell’applicazione del nuovo Memorandum.

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