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Malapolizia brasiliana, Amnesty fa rapporto

In un rapporto pubblicato il 3 agosto, Amnesty International ha denunciato i frequenti omicidi commessi dalla polizia brasiliana a Rio de Janeiro

di Carlo Perigli

brasileBrasile, terra di sole, samba, ‘joga bonito’ e malapolizia. Un fenomeno spesso trascurato ma ampiamente diffuso nel paese sudamericano, i cui dati sono stato diffusi ieri all’interno di “You killed my son, homicides by military police in the city of Rio de Janeiro“, il rapporto con cui Amnesty International ha denunciato gli eccessi della polizia militare nella città brasiliana. Secondo gli studi effettuati dalla nota Ong, negli ultimi cinque anni le vittime di malapolizia sono state  1519  nella sola Rio – equivalenti al 16% degli omicidi avvenuti in città – con una netta predominanza di giovani, poveri e neri.

Numeri inquietanti, che indubbiamente gettano ombre sulla città che tra un anno diventerà il centro del mondo grazie alle olimpiadi estive. “Rio de Janeiro è una storia di due città – ha dichiarato Atila Roque, direttore di Amnesty International Brasile – Da una parte lo sfarzo e il fascino progettati per fare colpo sul mondo, e dall’altro una città segnata dagli interventi repressivi della polizia che stanno decimando una parte significativa di una generazione di giovani, neri e poveri. La fallimentare strategia del Brasile nella ‘guerra alla droga’, concepita per risolvere problemi relativi a stupefacenti e sicurezza pubblica, si sta rivelando un boomerang, lasciando dietro di sé una scia di sofferenza e devastazione. Troppe vite sono andate perse in un cocktail di polizia violenta, corrotta e senza risorse, comunità così povere ed emarginate da essere difficilmente visibili, ed un sistema giudiziario penale che sistematicamente non rende giustizia di fronte alle violazioni dei diritti umani”.

Secondo le stime pubblicate da Amnesty International, a Rio de Janeiro la polizia militare ha regolarmente utilizzato la forza in maniera eccessiva e non necessaria durante le operazioni di sicurezza svolte nelle favelas della città. Stando ai dati raccolti tra il 2010 e il 2013, la maggior parte delle vittime erano uomini neri di età compresa tra i 15 e i 23 anni. Si tratta di omicidi che raramente portano all’apertura di un’indagine, venendo molto spesso archiviati come “resistenza seguita da morte”, una categorizzazione che permette di evitare l’apertura di indagini indipendenti, proteggendo i colpevoli anche da eventuali azioni civili.

Casi frequenti, all’interno dei quali è spesso sufficiente collegare la vittima ad una banda criminale per avanzare con successo l’esercizio della legittima difesa, concentrando l’indagine sul contesto sociale e/o sul passato della vittima, piuttosto che sull’omicidio in sé. Una prassi che, tra pseudo-analisi sociologiche sui rioni di Napoli e accuse di presunte quanto irrilevanti tossicodipendenze, dovremmo conoscere piuttosto bene anche senza spingerci al di là dell’Atlantico.

 

 

 

 

Il rapporto

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