martedì 22 Ottobre 2019

Grecia, cosa imparare dal ricatto?

Grecia, cosa imparare dal ricatto?

Quanto accaduto alla Grecia può accadere a qualsiasi paese in cui arrivasse al potere un governo di sinistra. Ci vuole un piano B per un nuovo percorso della sinistra in Europa

Oskar Lafontaine (ex-presidente Die Linke)

Oskar Lafontaine su ricatto alla Grecia

Molte persone accolsero l’elezione di Alexis Tsipras a primo ministro della Grecia come una notizia di speranza. Quando il presidente di Syriza, dopo settimane di estenuanti negoziati ha firmato l’imposizione dei tagli la delusione fu altrettanto grande. Sarebbe ingiusto e arrogante puntare contro Tsipras e Syriza il dito accusatore della morale. Meglio sarebbe riflettere, all’interno della sinistra europea, a quali condizioni è possibile, in Europa oggi, fare una politica democratica e sociale, ossia di sinistra.

Una cosa l’abbiamo imparata: finché la cosiddetta indipendente e apolitica Banca centrale europea può chiudere i rubinetti a un governo di sinistra, una politica orientata verso principi democratici e sociali sarà impossibile. L’ex banchiere Mario Draghi non è né indipendente né apolitico. Lavorava per Goldman Sachs ai tempi in cui questa banca di Wall Street aiutò la Grecia a falsificare i bilanci della sua contabilità. E’ così che si è resa possibile l’entrata della Grecia nell’euro.

Nei mesi scorsi molti articoli di opinioni si sono chiesti se la dracma dovrebbe essere di nuovo introdotta. Non serve a nulla, ed è un presupposto sbagliato ridurre il dibattito a questa domanda. Non solo in Grecia ma in tutto il sud Europa la disoccupazione giovanile è insopportabile e ognuno dei paesi che forma parte della zona euro si sta deindustrializzando. Una Europa in cui la gioventù non ha futuro, corre il pericolo di degradarsi e di trasformarsi nel bottino delle nuove forze nazionaliste di estrema destra.

Ritorno al sistema monetario europeo

Per tutto questo la domanda per noi non può essere “dracma o euro?”, ma che la sinistra deve decidere se situarsi, nonostante il catastrofico sviluppo sociale, a favore di una permanenza nell’euro o, al contrario, pronunciarsi a favore di una riconversione scaglionata verso un sistema monetario europeo più flessibile. Io sono favorevole al ritorno a un sistema europeo di monete che tenga in considerazione ciò che ci hanno insegnato le esperienze con questo sistema monetario, e che con la sua costruzione beneficino tutti i paesi che fanno parte dello stesso.

Il sistema monetario europeo ha funzionato negli anni non senza difficoltà, ma sempre meglio che la moneta unica. Nonostante le inevitabili tensioni ha reso possibili accordi che hanno aiutato a compensare i differenti sviluppi economici. Ciò perché le banche centrale dei paesi membri eramo obbigati – purtroppo per un breve periodo di tempo – a stabilizzare i corsi di cambio dei partner del sistema monetario europeo. Con l’euro, solo i lavoratori e i pensionati spagnoli, greci o irlandesi si sono caricati il peso della svalutazione interna mediante la riduzione dei salari, i tagli alle pensioni e l’aumento delle tasse.

Il sistema monetario europea richiederebbe, e di questo si tratta, al contrario dell’euro, del progressivo lavoro congiunto dei popoli d’Europa. Attraverso regolari rivalutazioni e svalutazioni regolari di evitò dislivelli troppo forti delle economie europee.

Certo, è vero la dominazione della Banca federale tedesca è stato un gran problema, ma sempre più piccolo rispetto alla tutela attuale degli europei da parte dell’economia tedesca e del governo Merkel, Schäuble e Grabiel. E solo una questione di tempo a che, per esempio, l’Italia riconosca un governo che non può sopportare più la lenta ma definitiva deindustrializzazione del suo paese.

E’ necessario decentrare

In tal senso c’è, soprattutto tra la sinistra tedesca è che è divento palese, un fallimento del pensiero strutturale che sta spostando il dibattito sul futuro d’Europa nella direzione sbagliata. Ogni richiesta di restituzione delle competenza d’Europa alla sfera nazionale è oggetto di diffamazione e additate come nazionaliste e ostili all’Europa.

I conglomerati mediatici, che stanno difendendo gli interessi delle grandi imprese tedesche, insieme alle banche, suonano la musica di accompagnamento corrispondente. E buona parte della sinistra cade nella trappola.

Che il trasferimento di competenze alla sfera internazionale apre il cammino al neoliberismo è qualcosa già definito in un articolo del 1976, firmato da uno degli stilisti di questa ideologia, Friederich August von Hayek. Da qui è chiaro che l’Europa del libero mercato e del traffico incontrollato di capitali non sarà mai un progetto di sinistra.

Dal momento che diventa evidente in che misura la Commissione europea e il Parlamento europeo si sono trasformati in stampelle esecutrici della lobby finanziaria, trasferire più competenze a livello europeo è equivalente a smontare la democrazia e lo stato sociale di diritto. A queste conclusioni saremmo dovuti arrivare prima, e lo dico facendo autocritica, perché anch’io, come convinto europeista, ha difeso per molto tempo la politica di trasmissione di attività e compiti a livello europeo.

Ed è un peccato che l’autorevole filosofo tedesco Jürgen Habermas e molti politici ed economisti, che prendono parte a questa discussione, continuino a restare aggrappati a quel percorso, nonostante risulti sempre più evidente che porta all’errore e i popoli europei uno contro l’altro. Il desiderio di Thomas Mann di una Germania europea si è trasformato nel contrario. Abbiamo una Europa tedesca.

Democrazia e decentramento si richiedono reciprocamente. Maggiore sarà l’unione più sarà opaca, più lontana e meno controllabile. Il principio della sussidarietà è e resta la pietra angolare di qualsiasi ordine di società società democratica. Ciò che a livello più basso, a livello di municipio, è possibile regolare, deve essere lì regolato, e a livello regionale o di paesi, o a livello si stato nazionale, a livello di Ue o dell’Onu, deve funzionale con lo stesso principio. A livello più alto si deve trasmettere soltanto ciò che veramente può essere regolato lì nel migliore dei modi.

Ci sono esempi a bizzeffe trasferimenti erronei. Non abbiamo bisogno di casinò che funzionano a livello globale, ma di casse di risparmio che possano essere controllate. Per necessità finanziarie maggiori bastano lunghi anni di banche nazionali che siano strettamente controllare dalla loro nascita. Non abbiamo bisogno di giganti dell’energia che agiscano in tutta Europa con grandi centrali e reti elettriche, ma di centrali municipali che funzionino con energia rinnovabili e con capacità locali di stoccaggio.

Le banche nazionali si sono ritrovate a subire una pressione tale che aprirono le porte ai flussi di capitali senza controlli e alla speculazione mondiale. Le banche dovrebbero fare di nuovo ciò per cui furono fondate a suo tempo: finanziare gli stati.

Il passaggio ad un sistema monetario europeo rinnovato deve essere effettuato gradualmente.
Per reintrodurre la dracma, per esempio – e sarebbe il primo passo in questa direzione – la Bce dovrebbe sostenere il corso di tale valuta.
Forse il governo greco avrebbe dovuto chiedere a Schäuble di rendere concreta l’uscita temporanea della Grecia dall’Eurozona. Invece gli ha promesso una ristrutturazione del debito e un sostengo umano, tecnico che favorisca la crescita.

Sviluppare il piano B

Se tale offerta fosse seria e l’appoggio monetario della Bce fosse garantita, allora qualsiasi scenario terrificante, di quelli che i difensori dell’euro hanno offerto contro della reintroduzione della dracma, sarebbe privo di fondamenta. La Grecia avrebbe allora, come la Danimarca con la corona, l’opportunità di partecipare al meccanismo di cambio del corso monetario. E sorprendente in che misura economisti di fama internazionale, ed esperti in valuta dello spektrum conservatore e liberale, difendano l’uscita della Grecia dal sistema euro.

Il coraggioso ministro delle finanze greoco, Yanis Varoufakis ha avuto grosse difficoltà con i suoi colleghi ministri delle finanze europei proprio perché, comprendendo qualcosa di economia politica, aveva prospettato uno scenario per la introduzione della dracma. Varoufakis voleva avere un B nel caso in cui Draghi chiudesse i rubinetti, quella che nel mondo finanziario è definita la “opzione nucleare”. Ed effettivamente l’ex banchiere ha fatto uso di quest’arma. Insieme a Schäuble, è lui il vero “bad boy” dell’Eurozona. Appena Syriza è arrivato al governo di Atene, la Banca centrale europea ha messo in campo i meccanismi di tortura per mettere in ginocchio Tsipras.

La sinistra europea devo ora sviluppare un piano B nel caso in cui un partito, in uno dei paesi membri Ue, si trovino in una simile situazione. Il codice europeo deve essere ricostruito in forma tale che si tolga il potere alla Banca centrale (democraticamente illegittima) di annichilire la democrazia a colpi di pulsanti. L’introduzione scaglionata del nuovo sistema monetario spianerebbe il tal senso il cammino. Anche la sinistra tedesca deve smascherare il mantra di Merke secondo cui “se muore l’euro muore l’Europa”. L’euro è diventato uno strumento di dominazione economica dell’economia tedesca e del governo tedesco in Europa. Una sinistra che vuole un’Europa democratica e sociale, deve ambiare la sua politica europea e scegliere nuovi percorsi.

Fonte: Rivista Sin Permiso. Articolo pubblicato in origine su Junge Welt del 22 agosto 2015
Traduzione: Marina Zenobio

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