mercoledì 13 Novembre 2019

Parigi è sempre Parigi. E ora Brassaï la porta a Genova

Parigi è sempre Parigi. E ora Brassaï la porta a Genova

Palazzo Ducale continua ad ospitare i più grandi fotografi come Brassaï fino al 24 gennaio nella mostra  “Pour l’amour de Paris”

da Genova, Claudio Marradi

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Parigi è sempre Parigi, si sa. Con i suoi scorci e i suoi panorami sbirciati dall’abbaino di una mansarda, con la Rive Gauche e col Quartiere Latino, con le sue chiese e suoi negozi, con i suoi bistrò e col suo Moulin Rouge, con i suoi intellettuali e le sue donnine di strada. E i suoi innamorati allacciati nell’ombra complice dell’angolo di una piazza… In breve, un’autentica icona dell’immaginario globale.

Eppure cosa sarebbe di questa icona senza i tanti grandi fotografi che l’hanno ritratta, ancora e ancora in ogni sua angolazione, come in una dichiarazione d’amore ripetuta all’infinito? Da Doisneau a Cartier-Bresson, da Capa a Riboud, da Depardon a Par, quanto deve l’immagine sfavillante della Ville Lumiére a tutti loro? A Gyula Halász, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Brassaï, deve senz’altro molto. Ungherese come Capa, nato a Brasso in Transilvania e naturalizzato francese nel 1929, Brassaï è stato uno dei più ispirati interpreti di una città diventata mito contemporaneo. Tutte sue le fotografie approdate a Genova con “Pour l’amour de Paris”, mostra allestita fino al 24 gennaio prossimo nel Sottoporticato di Palazzo Ducale. Un’istituzione che continua così, dopo le recenti esposizioni di Robert Capa e Steve McCurry, Stanley Kubrick fotografo e Auguste Sander, Nickolas Muray e una selezioni di scatti del National Geographic, la sua attività di approfondimento sui maestri della fotografia.

La mostra, organizzata da Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia e curata da Agnès de Gouvion Saint-Cyr in collaborazione con l’Estate Brassaï, conta ben 250 fotografie vintage e una proiezione per raccontare la storia eccezionale di una passione, quella che ha unito per oltre cinquant’anni lo scrittore, il fotografo e cineasta Brassaï, alla capitale francese. A tutti quegli artisti, come l’amico Picasso, ma anche clochard e mascalzoni che hanno contribuito alla leggenda parigina.

Tantissime le immagini in notturna, scattate nelle sue lunghe passeggiate da solo o in compagnia di Henry Miller, Blaise Cendrars e Jacques Prévert. Ecco allora la Tour Eiffel illuminata a festa per l’esposizione universale del 1937, i boulevard e i parchi addormentati nella neve, la teoria di lampioni della scalinata di Montmarte che sfuma nella foschia. O un vespasiano illuminato, che diventa imponente e solenne come un obelisco al centro di una piazza deserta. E uno splendido gatto nero di cui si scorgono solo gli occhi scintillanti nel buio, con quell’aria da creatura soprannaturale che solo i felini riescono ad assumere. Proprio la notte è il terreno di caccia prediletto di un perdigiorno impenitente, alla ricerca di quella soglia crepuscolare in cui mondi lontanissimi possono incrociare le ellissi delle loro orbite, sfiorandosi anche senza vedersi, come nel disegno di una danza cosmica il cui senso sfugge anche a loro stessi. Come il mondo di mezzo di balordi e prostitute accostato a quello dei personaggi del bel mondo parigino tra le due guerre: Antoine, re dei coiffeurs nel suo studio che sembra una cattedrale con tanto di organo, o gli elegantissimi nottambuli che escono dal cabaret delle Folies Bergère alla stessa ora in cui facchini del mercato di Les Halles iniziano il lavoro. E poi la fascinazione per il circo e i luna-park, con i loro acrobati e saltimbanchi, chiromanti e freaks, fachiri, donne barbute oppure senza testa. E, ancora, tanti bambini che giocano sempre, sempre rapiti dalla meraviglia delle cose, anche se sono sfollati durante la Seconda guerra mondiale, in tempi in cui fotografare minori per strada non era ancora un’attività sospetta che può condurre a un contenzioso legale. Immancabili le coppie, mercenarie o di innamorati veri, come quelle effimere che si formano nell’anticamera di una casa chiusa o come quella di due fidanzati fermati per sempre nello slancio di un giro sull’altalena, come sul punto di spiccare il volo assieme. E’ stata, la sua, una ricerca guidata da una filosofia di lavoro che diventa esercizio quasi ascetico di uno sguardo che si predispone ad accogliere una bellezza dispersa ovunque, come granelli di pulviscolo illuminati dal sole. Dato che, con le sue stesse parole, “ogni cosa può diventare banale, ma ogni cosa può tornare a essere meravigliosa. Perché cos’altro è il banale se non il meraviglioso decaduto nell’abitudine?” E’ il manifesto poetico di un mondo in bianco e nero, abitato dall’incanto di un desiderio inestinguibile e che non si limita solo al regno degli umani. Come testimonia la proiezione del filmato che chiude il percorso espositivo, girato allo Zoo di Parigi e che riproduce, con il solo commento musicale, le immagini di effusioni e tenerezze di bisonti e cammelli, leoni, scimmie e pavoni…

Parigi per lui non è stata, in fondo, che il fondale migliore per catturare lo splendore di questa luce eterna dietro le cose. E che balena solo per un attimo all’angolo degli occhi.

 

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