Il Portogallo visto dalla Grecia

Il Portogallo visto dalla Grecia

La nascita di un governo socialista appoggiato dall’esterno dal Blocco di sinistra e dal Partito comunista in Portogallo rischia di tradursi in una replica della capitolazione di Syriza?

di Stathis Kouvelakis

Legislative elections: Communist Party (PCP) political campaign
[Il testo di Koulevakis che qui pubblichiamo cerca di rispondere a molti dubbi e interrogativi sorti in seguito all’evoluzione politica in Portogallo: la nascita di un governo socialista appoggiato dall’esterno dal Blocco di sinistra e dal Partito comunista portoghese rischia di tradursi in una replica della capitolazione di Syriza? Sia pure con prudenza, esprimendo le proprie critiche con uno stile che dovremmo adottare tutti nei nostri dibattiti, Koulevakis lo ritiene molto probabile. Abbiamo già pubblicato un’intervista a uno storico militante del Blocco, Francisco Louçã, nella quale questa evenienza viene invece implicitamente scartata. Nei prossimi giorni forniremo altri materiali perché questa discussione non avvenga in termini troppo generali e generici: per esempio, stralci del programma concordato fra PS, Bloco, PCP e Verdi e una cronologia del come si è arrivati a questo accordo, il primo in Portogallo da almeno quattro decenni a questa parte. Lo sviluppo della situazione portoghese e la svolta verificatasi in Spagna con la dichiarazione, per ora virtuale, di indipendenza della Catalogna, fanno della penisola iberica un’area in ebollizione alla quale è necessario prestare la dovuta attenzione. CD]

È solo dopo notevoli esitazioni che mi sono deciso a commentare i recenti sviluppi della situazione in Portogallo. Prima ho ascoltato con molta attenzione gli argomenti della compagna Mariana Mortagua [deputata del Bloco de Esquerda] nella seduta plenaria della conferenza Historical Materialism a Londra, il 9 novembre. Ho egualmente letto l’intervista che Francisco Louçã, dirigente storico del Blocco di sinistra, ha rilasciato a Ugo Palheta per il sito Contretemps [Una nuova situazione politica in Portogallo? ]

Tuttavia, sulla base dell’esperienza greca, le cui lezioni cominciano solo ora a essere pienamente comprese dalla sinistra radicale europea, penso di avere qualche responsabilità nel rivolgere un fraterno avvertimento ai compagni della sinistra radicale portoghese (Blocco di sinistra e Partito comunista portoghese). Capisco benissimo come la situazione non sia semplice per loro. C’è un’enorme pressione da parte dell’elettorato perché sia «data una possibilità» ai socialisti di formare un governo impedendo così alla destra di costituire quel governo di minoranza che [il presidente della Repubblica] Cavaco Silva e [il primo ministro] Passos Coelho si sono ostinati a tentare di mettere in piedi con il sostegno incondizionato dell’Unione europea. È chiaro che un governo socialista dipendente dall’appoggio della sinistra radicale e, almeno ufficialmente, impegnato ad annullare certe misure d’austerità, si troverà subito sotto il fuoco di sbarramento dell’Unione europea e della classe dominante portoghese. In questo contesto, si potrebbe forse comprendere la tattica di un sostegno «esterno» a un governo socialista sulla base di un accordo comune, sostegno che cessa se gli accordi non vengono rispettati dai socialisti.

Tuttavia, i rischi sono immensi, e mi sembrano ben superiori ai vantaggi sperati. Ciò si può riassumere in tre punti.

1. L’idea che un partito come il PS portoghese sarebbe pronto scontrarsi con la UE e la borghesia nazionale per avviare delle sia pure modeste misure anti-austerità mi sembra una totale illusione. Anche un partito della sinistra radicale come Syriza, in un Paese che ha sperimentato movimenti sociali d’un’ampiezza sconosciuta al Portogallo, sì è poi dimostrato incapace di proseguire nello scontro necessario per ottenere anche le benché minime «concessioni».

Per dirla semplicemente: sembra del tutto impossibile pensare di poter avviare anche una sola «attenuazione» dell’austerità senza affrontare di petto il problema del debito e della camicia di forza imposta dalla zona euro, ed è proprio una follia immaginare sia pure per un solo secondo che il PS portoghese sia incline e/o pronto a farlo (e in effetti anche il Blocco e il PC portoghese sono prudenti su questi due aspetti). A questo proposito, non si può che registrare che nell’accordo tripartito PS-Bloco-PCP il problema del debito è del tutto evitato, mentre d’altro canto i dirigenti del PS non cessano di dichiarare che tale accordo non rimette per niente in discussione gli «impegni europei» del Portogallo.

2. L’esperienza greca ha egualmente dimostrato che fra uno scontro su grande scala e la capitolazione non vi sono vie di mezzo. E questo a proposito non di un insieme di rivendicazioni anticapitalistiche radicali, ma di un programma molto moderato come il «programma di Tessalonica», sulla base del quale Syriza aveva vinto le elezioni nel gennaio 2015. Anche l’attuale governo di Syriza, che ha accettato un terrificante Memorandum e s’è impegnato alla sua applicazione, è del tutto incapace d’ottenere la più infima concessione da parte della UE su una rivendicazione minima come la protezione (condizionale e incompleta) contro il sequestro da parte delle banche della residenza principale. Le istituzioni della UE saranno ancora meno inclini a dar prova d’indulgenza nei confronti di un governo PS dipendente dal sostegno della sinistra radicale, e orchestreranno sicuramente un ricatto simile a quello cui fu sottoposto il primo governo Syriza.

3. Del tutto evidentemente, sostenere un governo senza prendervi parte è meno rischioso di una partecipazione diretta. Si può ritirare l’appoggio se il governo oltrepassa certe “linee rosse”. Ma l’esperienza dimostra che definire queste “linee rosse” è lungi dall’essere semplice: lo si è visto in Grecia fra l’aprile e il giugno, quando il governo non cessava di arretrare su tutti i fronti. In ogni caso, è più che probabile che la direzione del PS portoghese userà l’accordo con il Blocco di sinistra e il PCP così come ha fatto Tsipras con la sinistra del proprio partito, quando s’è infilato nell’infernale spirale di concessioni su concessioni sino alla capitolazione. E cioè sottoponendola a un ricatto permanente che consisteva nel dire: «Oserete rovesciare il governo di sinistra, il primo di questo tipo in questo Paese?» (e questo vale anche per il Portogallo). Il suo calcolo s’è rivelato giusto: è riuscito a piegare la sinistra di Syriza sino a quando ormai era – in qualche modo – troppo tardi, e cioè sino a quando il costo dell’uscita dal governo e, eventualmente, dal partito diveniva molto alto per l’opposizione di sinistra e del tutto gestibile per lui.

Per riferirci a un precedente storico dell’Italia degli anni Novanta: l’esperienza dell’appoggio esterno al primo governo di «centro-sinistra» di Romano Prodi (1996-1998) da parte di Rifondazione comunista – appoggio ritirato due anni dopo – ha anch’essa dimostrato che il «partner junior» collocato a sinistra ha ben più da perdere in tali esercizi della forza centrale della coalizione della «sinistra moderata».

Per quanto riguarda più specificatamente il Blocco di sinistra – al quale mi sento molto vicino – io penso che questa decisione sia in contraddizione con la lucidità con la quale questi compagni hanno ricavato le lezioni della tragedia greca, cambiando significativamente la loro posizione sull’euro: un punto accentuato nei due contributi di Mariana e di Francisco menzionati prima. Così, nella sua intervista a Contretemps, Francisco sottolinea come «la crisi greca ha dimostrato come non si può negoziare una ristrutturazione del debito senza essere pronti a rompere con l’euro» e come questa «ha convinto il Bloco a adottare una posizione maggiormente critica di fronte al ricatto e alle minacce delle autorità europee e della Merkel in particolare». Il notevole articolo di Catarina Principe – un’altra personalità del Blocco -, pubblicato nella rivista Jacobin [http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article36300] appena dopo le elezioni, aveva egualmente mostrato una sensibile modificazione dell’orientamento – sino ad allora essenzialmente “europeista” – del partito, sull’onda della capitolazione di Tsipras.

È sempre una faccenda molto delicata formulare dei disaccordi con compagni che conducono la lotta in un altro Paese. Tuttavia, io temo che la sinistra radicale portoghese possa imboccare una via che sfocerà nella dilapidazione del prezioso capitale politico ch’essa ha saputo così difficilente accumulare in questi ultimi anni. Le dimensioni del disastro subito dal popolo greco e dalla sinistra radicale del mio Paese e anche la parte di responsabilità personale che vi ho avuto mi obbligano tuttavia ad assumermi questo rischio.

Sperando, naturalmente, come ho fatto scrivendo di Syriza e della situazione greca in questi ultimi mesi, di sbagliarmi.

«Dixi et salvavi animam meam», come si dice in questi casi. [*]

[*] «L’ho detto, e così mi sono salvato l’anima» è il senso di questo motto latino che conclude la Critica al programma di Gotha di Karl Marx. [NdR]

Traduzione dal francese di Cristiano Dan. http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article36301

Related posts

1 Comment

  1. Avatar
    Delfo

    Mi sembrano entrambe situazioni pilotate dalle strategie militari, e in Grecia ci sono cascati secondo me. (oppure molti dei compagni che conosco erano indovini, peccato non facciano i segretari). Non mi capacito. La destra pratica sempre più strategia dai tempi della p2, e noi si dorme. L’ho letto solo io Sun-Tzu? Ho l’impressione che si resti sempre un passo indietro rispetto al mondo, forse per paura d’esser troppo avanti? …. sono duecento anni che proprio noi di sinistra, abbiamo la soluzione ai casini geopolitici internazionali, mi riferisco all’ipotesi internazionalista, (anche perché quella europeista non ha senso e tornare ai nazionalismi men che mai), la consideriamo noi stessi utopia, ma oggi lo sarebbe davvero? Loro intanto la mettono in pratica da destra, a modo loro ovviamente, e noi ci perdiamo dietro all’Europa quando i giochi geo-politici si fanno all’onu? E magari per reazione dovremmo diventare nazionalisti o separatisti, e pure sperare in un papa-re a capo delle nazioni unite?! Che senso ha perdere il filo logico dell’ideologia proprio nel periodo in cui sarebbe l’ unica e più accettabile risoluzione dei conflitti? Non me la sento di prestarmi al gioco mediatico di revisionismo interno, specialmente ora che tra isis, eurogendarform, e fascismi vari, rischiamo un neonazismo generalizzato. Ma se si parla di strategia, troppi a sinistra fanno orecchie da mercante, e non certo dalla base che continua a proporre la sua partecipazione in mille modi, ma a quanto pare sono accettati solo i vecchi (quelli che fin’ora non hanno funzionato), quindi si vede sbattere le porte in faccia alla base dalle organizzazioni che la base la vogliono solo in periodo elettorale. Non ci siamo. Sarà banale ma vedo troppe cravatte. Perché la sinistra e smembrata tra partiti, centri sociali, sindacati, giornali, senza la minima coesione organizzativa almeno nei punti d’accordo? Vorrei capire perché c’è un sistematico rifiuto. C’è questo atteggiamento generalizzato che fa sentire la base tagliata fuori da chi poi si lamenta che non ha più attivisti? A che gioco stanno giocando? Chi sono gli ingenui, e chi i doppiogiochisti secondo voi, nella sinistra d’europa? ve lo chiedo seriamente visto che l’articolo è interessantemente critico ma non becero, e mi porta a pormi domande insolute da un po. Almeno per me. Ve le espongo e intanto ho l’occasione di sostenervi lasciando un commento. Buona resistenza. Firmato: Un Evoluzionario.

    Reply

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.