Che vuol dire oggi l’unità dei comunisti?

Che vuol dire oggi l’unità dei comunisti?

Il Pcdi scrive a Ferrero: rilanciamo insieme il progetto dell’unità dei comunisti. Ma ha senso, oggi, praticare questa parola d’ordine? E con chi?

di Giulio AF Buratti

Joseph Vissarionovich Stalin

Il Pcdi rilancia sull’unificazione con il Prc ma non c’è nemmeno una parola, nella lettera del Pcdi a Ferrero, sul fatto che la divisione tra i “comunisti” avvenne – e persiste in gran parte – sui nodi del rapporto con il centrosinistra di governo e dell’appoggio alla guerra contro i civili della ex Jugoslavia che il governo Prodi, poi D’Alema, stava contribuendo a scatenare assieme alla Nato. Cossutta si portò via gran parte del gruppo parlamentare e una piccola parte di militanti: un simboletto che ricordava quello del “glorioso” Pci in cambio della partecipazione alle meno gloriose gesta di D’Alema e poi Amato. Seguirono anni di galleggiamento sulla linea del due per cento e le non brillantissime performance di Diliberto da ministro Guardasigilli sulle orma del suo maestro Togliatti.

Una decina di anni dopo, nel 2008, anche il Prc cominciò a deflagrare per via del suo appoggio alla guerra contro donne, vecchi e bambini afgani, in nome della tenuta di un altro infelicissimo gabinetto Prodi. Tra i due partiti, la fulminante stagione dell’Arcobaleno, non sedimentò granché ed entrambi hanno perso pezzi in transito verso Sel. Venne la breve epoca della Federazione della sinistra, visto che, come notò Diliberto, era venuto meno il peccato originale del voto alle missioni. Ma il nodo del rapporto col Pd restò insolubile. Il Pdci, come si chiamava allora, prendeva le forme e i contenuti del Pd, nei territori che governava con gli altri ex del Pci. Al punto che gli ex cossuttiani chiesero un passaggio sul carro delle primarie che incoronarono Bersani. Poi spuntò la stella di Ingroia e furono proprio alcuni maggiorenti del Pdci a pilotarne l’infelice campagna elettorale. Diliberto ha lasciato al guida del partito che, come i cugini del Prc, è sottoposto a ripetute scissioni, da quella di Marco Rizzo, foraggiata dall’Idv, fino al gruppo di “Comunisti ora” tornato a Rifondazione. Esponenti più o meno di spicco del Pcdi – oltre a non far mai mancare il proprio sostegno ai vertici della Cgil – non hanno disdegnato, di recente, la compagnia di personaggi rossobruni e si sono posti su posizioni “campiste” a scoppio ritardato. Così, tramutatosi da Pdci in Pcdi, il partito rilancia, dopo aver congelato l’idea della Costituente comunista (era stata annunciata per dicembre ma non s’è vista), ai cugini del Prc il progetto dell’unità dei comunisti.

Che in Italia il movimento operaio organizzato non abbia più espressioni politiche è un fatto drammatico sotto gli occhi di tutti ma la parola d’ordine dell'”unità dei comunisti” suona come una campana stonata di fronte alla diaspora di ceti politici in disarmo e senza nulla da vantare se non il passato remoto sopravvalutato del Pci (il partito del compromesso storico, dell’unità nazionale, dell’austerità modello anni 70, della legge Reale…) e un passato prossimo nelle infauste stagioni del centrosinistra. Per non dire dei gruppetti che inneggiano alla funzione antimperialista dell’Isis (Pmli), che esortano Grillo a guidare la rivoluzione proletaria (Carc), che paragonano la Corea del Nord a Cuba e vietano l’accesso ai social dei militanti (Rizzo).

Esiste uno spazio, a sinistra, per chi voglia provare a lavorare per una nuova politicizzazione di massa sottraendosi sia alle torsioni sovraniste e neocampiste (quello che rischia il cartello eurostop) così come alla nostalgia della Grande Sel per il Pds? C’è appena stato un meeting importante, a Madrid, promosso da soggettività antiliberiste e anticapitaliste per costruire un’alternativa, un Plan B, all’Europa dell’austerità e della guerra. La delegazione italiana è tornata con parecchie idee e un’agenda che ha fissato una giornata di mobilitazione per il 28 maggio, ricorrenza dell’ultimo giorno della Comune di Parigi. Certamente, connettere le lotte, riunire quello che il neoliberismo ha diviso, è un’impresa ben più ardua di quella di riappiccicare i pezzi di una sinistra radicale travolta dalla sua ostinazione a partecipare ai governi dove non ha potuto inceppare la lunga marcia del neoliberismo semplicemtente perché i suoi partner di governo – Ds e centristi – erano e sono la filiale italiana di quelle politiche.

Ecco dunque la lettera del Pcdi: Caro compagno Paolo Ferrero, care compagne e cari compagni del Prc, noi constatiamo che, giorno dopo giorno, va costituendosi nel Paese, attorno al cosiddetto partito della nazione, un nuovo ordine liberista, di carattere strategico e subordinato ai disegni antipopolari e antidemocratici dell’Unione europea. Noi constatiamo che, sotto la pressione imperialista degli Usa e della Nato, l’Italia è sempre più vicina alla guerra. Gli interventi militari in Libia e in Siria, da parte del governo Renzi, sono disgraziatamente vicini. Noi assistiamo all’attacco forsennato, da parte del governo, del Pd e delle forze reazionarie, alla Costituzione e agli assetti democratici. Tutto ciò mentre l’imposizione dei dettami di Maastricht sta portando l’economia italiana nella stagnazione, nel crollo dell’esportazione, nell’impoverimento. C’è una continua, incessante distruzione del welfare — dalla sanità, alla scuola, ai servizi alle persone — che si accompagna ad imponenti processi di privatizzazione, mentre il lavoro, attraverso il jobs act, si struttura in una sorta di sott’occupazione di massa, dal carattere precario e socialmente disperato.

È in questo contesto, care compagne e cari compagni, che noi rilanciamo il progetto dell’unità dei comunisti e della ricostruzione di un più forte partito comunista in Italia. E per questo progetto ci rivolgiamo innanzitutto a voi, dirigenti, militanti e iscritti del Prc.

Non credete che sia nel pensiero, nella prassi, nel progetto del partito comunista che si ritrovano, per l’oggi e per il domani, i valori più grandi? Quelli della lotta contro la guerra, l’antimperialismo, l’internazionalismo, l’anticapitalismo, il progetto di socialismo. Non credete che attorno a questi valori, oggi, in Italia, siamo innanzitutto noi, i comunisti/e, che dobbiamo ritrovarci e riorganizzarci? Non credete che, oggi, le questioni che ci hanno diviso siano decantate, superate?

A noi pare di sì, e siamo pronti ad unirci. Noi siamo convinti che la gravità della situazione democratica e sociale superi di gran lunga le nostre scorie e le nostre residue differenze.

In questi giorni sono entrati in lotta gli operai del’Ilva, dell’Alcoa, della Piaggio, di Gela e di tante fabbriche e uffici e servizi. Sono lotte importanti, alcune durano da anni, ma sono di natura difensiva e soprattutto non hanno riferimenti né sbocchi politici: non è ora di offrire al movimento operaio complessivo una sponda più solida e chiara? Un partito comunista?

Il Prc, come il PCdI, persegue la linea, giusta, dell’unità delle forze di tutta la sinistra. Senza tuttavia, sopprimere, in essa, l’autonomia comunista ed anzi, all’interno dell’unità della sinistra, rafforzando il soggetto di classe e rivoluzionario: il partito comunista.

In questi anni, segnati dalla nostra divisione, ci siamo indeboliti. Nel Prc, dalla sua nascita, sono entrati e poi usciti migliaia di compagne e compagni; lo stesso Prc, in misura maggiore, e il PCdI, in misura minore, sino a pochi anni fa hanno continuato ad organizzare molte e molti. Nel Paese, senza tessera e senza organizzazione, stanno oggi in solitudine circa 200 mila comuniste e comunisti. Noi vogliamo, insieme, dare un progetto unitario a questa grande diaspora. Vogliamo, insieme, darle passione, restituirle una nuova “casa comune”, una nuova possibilità di militanza. Vogliamo, assieme, ricostruire un partito comunista ed un fronte unitario della sinistra all’altezza dei tempi e dello scontro di classe. Noi siamo pronti a scioglierci, a rinunciare al nostro partito per ricominciare uniti. Camminiamo insieme, venite anche voi?

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1 Comment

  1. eugenia

    C’è un punto centrale che non hai affrontato in questa ricca disamina delle sfumature di rosso che ci sono proprie ed è la convinzione dei compagni di Ross@ dell’irriformabilità dell’Unione Europea e dei suoi trattati. Nel convegno del 14 marzo 2015, tenutosi a Parma, abbiamo presentato la nostra analisi e proposta politica sull’Europa e sull’Euro.

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