mercoledì 23 maggio 2018

La Svizzera boccia il reddito incondizionato di base

La Svizzera boccia il reddito incondizionato di base

Vince il No al referendum sul reddito incondizionato di base. Forse non è un male visto che, secondo alcuni, sarebbe stato usato come un vera e propria macchina di guerra contro i lavoratori

di Checchino Antonini

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La Svizzera non sarà il primo Paese nel quale sarà messo in campo il reddito incondizionato di base.

Il 5 giugno 2016 per la prima volta al mondo i cittadini svizzeri sono stati chiamati a votare al referendum per l’introduzione di un reddito di base incondizionato. Però i cittadini hanno bocciato il quesito, con una percentuale di circa il 78% di No, proprio come previsto dai sondaggi della vigilia.

La proposta era quella di introdurre il reddito di base incondizionato (Rbi), altrimenti detto «reddito di cittadinanza», dalla nascita fino alla morte, per tutti i cittadini, minori compresi (ma con una soglia più bassa, 625 euro). In Svizzera, 2.500 franchi svizzeri al mese (cifra proposta dai propmotori, pari a circa 2.500 euro), cioè poco più di 30 mila franchi l’anno, è un livello appena sopra la soglia di povertà, che nella ricca Svizzera è di 29.501 franchi all’anno.

Secondo Eurostat, in Svizzera il 13,8% della popolazione è a rischio di povertà. Tecnicamente, spiegano i promotori, «il Rbi si sostituisce alla maggior parte delle prestazioni sociali fino alla quota del suo ammontare (sussidi allo studio e familiari, aiuto sociale, assicurazione disoccupazione, ecc.). Le prestazioni sociali in contanti saranno mantenute per gli aventi diritto, per esempio nel caso della disoccupazione o delle prestazioni complementari».

L’Rbi, stando all’iniziativa, “deve consentire a tutta la popolazione di condurre un’esistenza dignitosa e di partecipare alla vita pubblica”.

Il testo non specifica le modalità di finanziamento, l’importo dell’Rbi e la cerchia dei beneficiari, aspetti da disciplinare in una legge che il parlamento sarà chiamato ad elaborare qualora l’iniziativa dovesse essere accolta da popolazione e cantoni.

Reddito di base incondizionato- 24- favorevoli, 72- contrari

Come funziona. Persona A: con un reddito da attività lucrativa pari o superiore all’Rbi

Se seguita ad esercitare la propria attività lucrativa allo stesso grado d’occupazione, continuerà a realizzare il medesimo reddito anche con l’Rbi. Dal reddito da attività lucrativa viene prelevato l’importo del reddito di base, che confluisce nella cassa destinata al finanziamento dell’Rbi di tutta la popolazione per poi essere ridistribuito (in forma di Rbi) alla medesima persona. Il reddito finale della persona è dunque costituito dall’Rbi e dalla parte rimanente del reddito da attività lucrativa.

Persona B: con un reddito da attività lucrativa inferiore all’Rbi; o persona C: senza alcun reddito

Con l’introduzione dell’Rbi disporranno di un reddito superiore a prima. Dopo aver versato interamente il proprio reddito da attività lucrativa nella cassa del reddito di base, infatti, ricevono in cambio dallo Stato l’ammontare dell’Rbi.

In base alle stime del modello considerato dal Consiglio federale, l’Rbi (costo: 208 miliardi di franchi all’anno) potrebbe essere finanziato così:

a) per il 62% (130 miliardi circa) con i prelievi sui redditi da attività lucrativa;

b) per il 26% (55 miliardi) con trasferimenti dalle prestazioni pecuniarie di sicurezza sociale attual- mente distribuite e che verrebbero sostituite dall’Rbi;

c) per il rimanente 12% (25 miliardi) bisognerebbe trovare altre fonti di finanziamento (tagli alle spese, aumento delle imposte, p. es. dell’Iva; ‘microtassa’ sulle transazioni finanziarie ecc.).

Sul loro sito i promotori del reddito di cittadinanza sostengono che 2.500 franchi mensili permetterebbero di vivere in Svizzera un’esistenza sicura almeno fino al 2050. “Poco importa se con o senza un’attività lucrativa, ricco o povero, sano o ammalato, se solo o in una comunità. Per la maggior parte delle persone, un reddito di base non significa soldi supplementari, ma rimpiazza il reddito esistente. La novità è la mancanza di condizioni (l’incondizionalità)“. Ci si potrebbe attendere una rivoluzione lenta e silenziosa. Resta comunque un mistero, come i meccanismi economici e sociali possano permettere una tale trasformazione sociale.

Nel suo libro “L’allocution universelle. Nouveau label de précarieté” il sociologo belga Mateo Alaluf smonta queste belle promesse. Spiega invece come il reddito di cittadinanza verrà usato come un vera e propria macchina di guerra contro i salariati.

«La pretesa secondo cui il reddito di cittadinanza abbia origine in seno al movimento operaio non corrisponde alla realtà storica – si legge in un’analisi pubblicata sul sito del Movimento per il socialismo del Ticino – I dibattiti nel movimento operaio del XIX secolo hanno portato alla “giusta retribuzione” del lavoro (Pierre-Joseph Proudhon, 1809-1865), all’accaparramento della rendita fondiaria (Joseph Charlier, 1816-1896) e all’abolizione del salariato come forma contemporanea di sfruttamento (Karl Marx, 1818-1883). L’idea di reddito di cittadinanza è dunque molto più recente. È comparsa per la prima volta nel 1984, nel manifesto del Collettivo Charles Fournier, composto da Paul-Marie Boulanger, Philippe Defeyt e Philippe Van Parijs. Il reddito di cittadinanza viene presentato sulla base di tre caratteristiche principali: deve essere individuale, senza controparte di lavoro alcuno ed elargito indipendentemente dalla situazione sociale della persona: “Sopprimete le indennità di disoccupazione, le pensioni legali, i minimi necessari di esistenza, gli assegni familiari, le riduzioni di imposta per persone a carico, le borse di studio, i lavori temporanei per disoccupati, i terzi circuiti del lavoro, l’aiuto statale alle aziende in difficoltà. Ma versate ad ogni cittadino una somma sufficiente per coprire i fabbisogni fondamentali di un individuo che vive da solo. Versategliela sia che lavori o non lavori, sia se è ricco che se è povero, che abiti solo, con la sua famiglia, in concubinato o in comunità, che in passato abbia lavorato oppure no. Adeguate la somma versata solamente in funzione dell’età o del (eventuale) grado di invalidità. E finanziate il tutto con un’imposta progressiva sugli altri redditi di ogni individuo.

Il reddito di cittadinanza viene dunque presentato in opposizione sia alla sicurezza sociale che alla legislazione sul lavoro e sulla scolarità: “Parallelamente, deregolamentate il mercato del lavoro. Abolite ogni legislazione che imponga un salario minimo o una durata massima del lavoro. Eliminate tutti gli ostacoli amministrativi alla possibilità di lavoro a tempo parziale. Abbassate l’età della scuola dell’obbligo. Sopprimete l’obbligo di pensionamento ad una età determinata. Fate tutto questo ed osservate cosa succede. Soprattutto chiedetevi come si trasformerà il lavoro, il suo contenuto e le sue tecniche, e come saranno le relazioni umane.”

Questo concetto radicale è stato progressivamente modificato in uno più moderato in cui il reddito di cittadinanza si presenta come un complemento, e non più un’alternativa allo Stato sociale. Se non altro i suoi fondatori hanno il merito di dimostrare chiaramente come questi due sistemi seguano logiche radicalmente opposte per quanto riguarda l’impiego. Alaluf lo spiega: “se un reddito versato ad ognuno deve facilitare l’accettazione di lavori poco remunerati e di lavori occasionali, temporanei e a tempo parziale, i minimi sociali permettono di rifiutare lavori poco remunerati, e a condizioni di lavoro giudicate inaccettabili”.

Ma, l’universalizzazione dei diritti sociali si concretizza con la creazione di una sicurezza sociale in ambiti come la sanità, gli infortuni, la disoccupazione, l’invalidità, il pensionamento, la scolarità, ecc. Si tratta così di “demonetizzare” la relazione salariale attraverso, da un lato, la ripartizione nella società dei costi di queste prestazioni, e dall’altro diminuire per i lavoratori la necessità di accantonare una parte del loro salario per poter accedere a queste prestazioni in caso di necessità. “Il salario potrebbe quindi socializzarsi, nel senso che il “salario diretto” del salariato non costituirebbe che una parte della remunerazione del suo lavoro, “il salario indiretto” (contributi sociali), finanziando le prestazioni sociali e i beni collettivi assicura la sua sicurezza sociale”.

La presenza dell’idea di reddito di cittadinanza corrisponde a un periodo storico contrassegnato da trasformazioni profonde del capitalismo: tecniche (nascita delle nuove tecnologie e diffusione della conoscenza), sociali (destrutturazione della classe operaia ed abbassamento della conflittualità da parte dei movimenti sociali) ed economiche (sviluppo del settore dei servizi). Tutto ciò farebbe credere alla fine della centralità del lavoro salariato nella società. I rapporti sociali non si baserebbero più sul lavoro degli individui, cioè sull’obbligo di vendere la forza lavoro e ricavarne un salario per una sua riproduzione in quanto classe sociale.

Alaluf richiama questo dibattito confrontando le tesi di André Gorz e Robert Castel sul ruolo della sfera autonoma del lavoro (e cioè al di fuori del lavoro) in un processo di emancipazione sociale. Non derivando più dal lavoro, il valore troverebbe origine al di fuori del sistema produttivo. La conclusione di questo ragionamento consiste nel considerare attuale ogni tipo di riduzione collettiva del tempo di lavoro – rivendicazione storica del movimento operaio con tutte le lotte affini – e che solamente una un’allocazione universale permetta di migliorare le condizioni degli individui in questa società.

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La critica rivolta ai promotori del reddito di cittadinanza è quella di considerare il reddito di cittadinanza “solamente per quello che vale, al di fuori dei rapporti sociali che gli darebbero un senso”. Rompe così con l’idea secondo cui il lavoro rimane centrale nella società, come sorgente di valore nella tradizione dell’economia politica classica.

Di conseguenza, se la concessione di un reddito di cittadinanza sarà possibile solamente derivando dalla ricchezza prodotta dal lavoro stesso, i lavoratori non sarebbero in nessun modo liberati dall’obbligo di vendere la loro forza lavoro per assicurare il mantenimento della loro esistenza. Ogni cosa cambierà con il reddito di cittadinanza. L’obbligo di vendere la forza lavoro avrà sì condizioni nuove, ma sfavorevoli ai lavoratori.

Il reddito di cittadinanza viene presentato oggi come la risposta alla crisi che a partire dagli anni ’70 investe la sicurezza sociale. Le controriforme liberali, iniziate nei paesi europei in quegli anni, continuano ancora oggi; lo dimostrano le misure di austerità imposte dalla destra, ovunque in Europa, fin dalla crisi del 2008. Alaluf ritiene che invece di rimediare allo smantellamento della sicurezza sociale, il reddito di cittadinanza non farà che accelerare questo processo. Con le conseguenze che seguono:

– l’abbandono del diritto sociale (sicurezza sociale conseguente alla partecipazione di tutti al lavoro necessario) a favore del diritto civile (protezione di ciò che uno fa nella sua vita sociale, e quindi della proprietà privata), perché l’accesso all’insieme delle prestazioni della sicurezza sociale potrà essere purtroppo mediato dal reddito di cittadinanza

il sovvenzionamento dei lavori pagati al di sotto del “minimo sociale”, perché agli occhi dei datori di lavoro non sarà più giustificato un salario che permetta di assicurare l’intero mantenimento del lavoratore, poiché oltre al salario disporrà di un reddito di cittadinanza.

l’isolamento di ogni lavoratore a scapito delle solidarietà collettive e la distruzione dei meccanismi di contrattazione collettiva (tra cui i sindacati, il diritto di sciopero, ecc. che hanno un ruolo importante nella mobilitazione dei lavoratori). Ogni salariato sarà portato a negoziare individualmente le condizioni di un lavoro “complementare” al reddito di cittadinanza.

Non sorprende dunque che il reddito di cittadinanza trovi consenso in certi ambiti ultra-liberali. Alaluf dimostra come i meccanismi del reddito di cittadinanza, la cui logica si oppone radicalmente a quella della sicurezza sociale, potranno essere usati come macchina da guerra contro i lavoratori, con lo scopo di aumentare lo smantellamento dello Stato sociale e di deregolare massicciamente il mercato del lavoro. Solamente l’appropriazione del lavoro e il suo controllo attraverso scelte democratiche saranno in grado di garantire ai lavoratori i mezzi per emanciparsi nel rapporto salariale.

 

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