La rivoluzione sta nel vino naturale (se la vigna è collettiva)

La rivoluzione sta nel vino naturale (se la vigna è collettiva)

Vignaioli militanti contro il totalitarismo delle multinazionali della chimica. In libreria, per DeriveApprodi, “Insurrezione culturale – Per una nuova ecologia della cultura” di Nossiter e Beuvelet

di Eugenia Foddai

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“Insurrezione culturale – Per una nuova ecologia della cultura” di Jonathan Nossiter e Olivier Beuvelet  è un libro da non perdere; uscito in Italia per DeriveApprodi nel giugno 2016, era già apparso in lingua francese nel 2015. La fotografia di copertina  è intitolata “Vacca marchigiana (a ombrellone)”, sul suo sfondo si scorge un vigneto.

Si parla poco di vacche in questo saggio ma molto di vini. Eppure dal titolo si potrebbe pensare ad altro, ed è tutta qui l’originalità del racconto, in questa sinergia auspicata e coltivata tra il gesto culturale dei contadini e dei vignaioli naturali, fuori dalle leggi imposte dal mercato, e il mondo della cultura alla ricerca anch’esso di un terreno fertile in cui gli artisti si facciano microbi nell’humus civico, svolgendo la stessa funzione dei microbi naturali, indispensabili alla vita. Si parla dunque di cultura del cibo e cibo della cultura contro l’egemonia dell’agricoltura convenzionale e della cultura come valore commerciale.

Ma cos’è il vino naturale? Per i suoi detrattori è un vino che punge, allappa, puzza: i suoi difensori  rispondono accusando il sistema agroalimentare di voler cancellare la memoria di ciò che è buono, educando  il nostro palato ad un prodotto che si dovrebbe chiamare ”bibita alcolica a base di succo d’uva”e non vino! Guy Debord col suo fiuto anticipatore aveva scritto che “a memoria di avvinazzato, nessuno si era mai immaginato di vedere una bevanda sparire dal mondo prima di quelli che la bevono”…

Difatti il vino naturale è quasi sparito, ottomila anni di viticultura sono sul punto di essere annientati, da un lato con l’imposizione di un vino industriale  e dall’altra con un vino di lusso, falsamente artigianale, altrettanto chimico e standardizzato; questo grazie anche a giornalisti subordinati e complici delle aberrazioni agro-vinicole, grazie ai rivenditori e ad un pubblico ogni anno sempre più vittima di questo sistema  globalizzato totalitario dove imperversa il monoteismo agroindustriale.

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Per riportarlo in vita i vignaioli che lo difendono hanno creato una rete internazionale di solidarietà, benché si trovino per la maggior parte in Francia e Italia, dove si è passati, per quanto riguarda la Francia, dai circa 100 viticultori naturali di dieci anni fa ai forse 2000 di oggi, e in Italia dai 20 ai 500. In dieci anni a Parigi si è passati da 2 a quasi 300 locali dove il vino naturale è protagonista, a New York da 1 a 150, il pericolo più grande però è quello dei cacciatori di tendenze che considerano giusto che il consumo vada criticato e al contempo la critica consumata!

Il movimento del vino naturale è polimorfo, eterogeneo e mette in discussione le radici stesse del proprio mestiere, al suo interno c’è un’etica condivisa e da questa etica derivano delle pratiche, si tratta di non usare molecole di sintesi in vigna e fornire un lavoro pulito in cantina, lavorando il terreno nel modo più delicato possibile perché si possa esprimere la sua biodiversità naturale. Cura per  la biodiversità e policoltura per preservare un ecosistema complesso e vitale: queste le proposte concrete dei vignaioli militanti nel quotidiano, agitatori locali, ribelli globali!

L’originalità assoluta di questo scritto sta proprio nel collegamento tra il nuovo totalitarismo extra-statale dei gruppi industriali della chimica, la cui produzione tra il 1930 e il 2010 è passata da un milione a 500 milioni di tonnellate di prodotti e la guerra al vino naturale messa in piedi dai poteri forti che la fanno da padroni a Bruxelles.

Nossiter rinfrescandoci la memoria descrive il fruttuoso passaggio dall’industria militare a quella agroalimentare della ricerca scientifica, il prezzo che paghiamo tutti è la diminuzione della speranza di una vita “felice” che investe le generazioni vissute sotto il bombardamento chimico alimentare grazie a: Syngenta-Bayer-Monsanto, senza dimenticare il gran numero di tumori tra gli agricoltori che hanno lavorato in maniera convenzionale con pesticidi, fungicidi, insetticidi. È notizia fresca quella dell’accordo di fusione di due giganti della chimica: la Bayer e la Monsanto, mostri che si uniscono per essere ancora più forti ed egemoni a livello globale.

Oggi come oggi ci vogliono 100 mele per arrivare al livello di vitamina C di una sola mela del 1950, lo stesso per una pesca del 1950 equivalente a 21 pesche dei giorni nostri. Ci sono legami incestuosi tra ricerca scientifica, agenzie nazionali e industria chimica, per quanto riguarda le università italiane queste sono disinteressate alla ricerca agronomica non chimica; così quello che la natura ci dava gratis ora lo compriamo dalle multinazionali dell’agroalimentare grazie ai derivati dal petrolio, e il sistema alimentare mondiale è attualmente responsabile di circa il 25% delle emissioni globali di gas serra.

La scienza annulla i tempi biologici  e per correggere i vini privi di sostanza, vini che i vignaioli naturali definiscono “morti” su suoli “morti”, negli anni Settanta sono comparsi gli enologi che hanno soppiantato i vignaioli, alchimisti che hanno dato il via alla sostituzione dei lieviti indigeni con lieviti selezionati, un destino segnato perché la fermentazione dei mosti provenienti da suoli bombardati con la chimica si fa sempre più difficoltosa.

E non ci salviamo nemmeno col Bio, perchè il marchio  “Bio” europeo consente l’aggiunta di una quarantina di prodotti alcuni dei quali provengono da molecole sintetiche: lo zolfo ora è un prodotto a base di petrolio e il disciplinare europeo lo tollera anche nei vini biologici, inoltre per lottare contro il vino naturale Bruxelles spinge alla sterilizzazione delle cantine. Molti viticoltori naturali sono usciti anche dalla denominazione Doc, perché la Doc è stata inventata dall’industria negli anni Sessanta e Settanta per valorizzare il modo industriale di pensare il vino. Un vino tecnicamente riproducibile in maniera identica, come nell’era della tecnica lo sono le opere d’arte.

Perciò Nossiter chiama i vignaioli naturali, così come i formaggiai, i pastori, i salumieri, gli allevatori, i coltivatori di cereali e leguminose, gli orticoltori che hanno la loro stessa etica, artigianisti, una nuova figura culturale rivoluzionaria: il connubio tra artigiani e artisti. Produttori che con grande coraggio civile non hanno paura di ridimensionare l’ambizione per un ritorno alla produzione artigianale, ritrovando il senso del luogo e limitando la dimensione della tenuta: produttori che si preoccupano di tenere i prezzi ragionevoli bassi per esprimere un impegno culturale e sociale.

Come vi dicevo all’inizio della recensione questo libro si deve leggere, e non vi ho raccontato tutto ciò di cui parla per lasciarvi il gusto della lettura e della scoperta, ci troverete le storie di questi vignaioli naturali e dei loro vini, così come le storie di alcuni luoghi che li promuovono in Italia e in Francia: informazioni preziose per chi vuole avvicinarsi al vino naturale.

Se dopo questi elogi un appunto posso fare al testo è che respira ancora troppo ottimismo. Non dobbiamo dimenticarci che nel mondo gli attivisti ambientali non vengono solo multati o processati, vengono anche  assassinati a ritmi allarmanti, ben 3 morti a settimana, questi attivisti vengono spesso etichettati come anti-sviluppo nei casi meno gravi, ma si arriva anche alla definizione di terroristi. Spesso sono i portavoce dei popoli indigeni che tentano di proteggere la loro terra dal saccheggio. I paesi più a rischio per gli ambientalisti sono il Brasile, le Filippine, la Colombia, il Perù e il Nicaragua. Si parla di vero e proprio fascismo delle multinazionali che mette a rischio l’ecosistema.

Inoltre Nossiter anche se en passant auspica nuove forme, ma anche nuovi regimi di produzione, di condivisione, di sostenibilità, non ci spiega che il cuore del problema è nella proprietà privata dei mezzi di produzione, nella subordinazione del lavoro salariato nelle campagne: a questo proposito mi chiedo se la sensibilità per la flora, la fauna e l’insieme della vita biologica esterna ai loro vigneti si allarga, per i vignaioli naturali, anche agli esseri umani che ci lavorano.

Un numero di giovani sempre crescente si accosterebbe volentieri a questo stile di vita “umile e mite”, ma le barriere economiche all’entrata e l’impossibilità di accedere al credito rendono quasi impossibile questo progetto, l’alternativa potrebbe essere produrre  in modo condiviso e comunitario per dare un senso alla propria vita e per nutrire una piccola comunità. Se lo spirito dei vignaioli è la condivisione, invece di condividere solo il vino io direi che è il caso di cominciare a condividere anche la vigna, e il resto verrà più facile …

Bisogna promuovere questi modi di vita che emancipano dai bisogni creati storicamente dallo sradicamento degli uomini dal terroir, l’homo æconomicus deve divenire un triste ricordo di un’epoca infelice e nefasta, la nostra.

Non saranno dunque né i poeti né gli ingegneri a salvare il mondo ma, con la catastrofe ecologica incombente, gli artigianisti: secondo Jonathan Nossiter solo loro possono fare questo miracolo!

 

 

 

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