giovedì 14 Novembre 2019

Addio Valentino Parlato

Addio Valentino Parlato

Questa mattina è morto a 86 anni Valentino Parlato.  Storico fondatore e direttore de Il manifesto, “quasi” sempre dalla parte del torto

di Marina Zenobio

valentino parlato

 

Un uomo gentile e tormentato, come la maggior parte della generazione che ha condiviso la sua storia. Così direi di Valentino Parlato in poche parole. Se ne è andato questa mattina, all’età di 86 anni, uno dei fondatori storici e per lunghi periodi direttore de “Il manifesto”.

Di origini siciliane Valentino Parlato era nato il 7 febbraio 1931 a Tripoli, nella capitale libica dove il padre era stato inviato per motivi di lavoro. Dalla Libia divenuta Protettorato britannico viene espulso nel 1951 per la sua militanza nel partito comunista libico. “L’ho veramente scampata bella – dichiarerà più tardi – all’epoca studiavo legge, se fossi sfuggito a questa prima ondata sarei diventato un avvocato tripolino e quando Gheddafi m’avrebbe cacciato, nel 1979, insieme a tutti gli altri, mi sarei ritrovato in Italia, a quasi cinquant’anni, senz’arte né parte. Sarei finito a fare l’avvocaticchio per una compagnia d’assicurazione ad Agrigento, a Catania. Un incubo.”

Subito dopo il suo arrivo in Italia Valentino Parlato incontra Luciana Castellina, all’Università, si iscrive al Pci da cui fu radiato nel 1969 con altri fondatori della rivista Il manifesto – Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina, Ninetta Zandegiacomi e la direzione affidata a Lucio Magri e Rossana Rossanda. Il 28 aprile 1971 Il manifesto diventa quotidiano e Parlato ne è direttore per lunghi periodi affrontando anche il doloroso trasloco, nel 2007, dalla storica sede romana di via Tomacelli a via Bargoni, dove portò la sua altrettanto storica Olivetti 98.

Lo ricordo così, concentrato e chinato sulla sua Olivetti 98, sigaretta sempre accesa se non in bocca poggiata sul posacenere, l’aria rarefatta dal fumo nella sua stanza. Non accettò mai, neanche in redazione, le limitazioni imposte da Sirchia sul fumo, le considerava un “attentato alla libertà” e, nonostante molti mugugni, nessuno osò mai vietare a Valentino Parlato di fumare, neanche in assemblea. Lui anche ci provava pure a volte a controllarsi macché, proprio non ci riusciva.  Niente cellulare, niente pc, il cartaceo era la sua passione. Il suo pacco di quotidiani era accuratamente selezionato, e li leggeva tutti, sfoglio dopo sfoglio. Gli ultimi anni di lavoro insieme però sembrava affascinato da “questo Internet” e chiese alla segreteria un sostegno ad imparare. Alla fine qualche link lo ha pure aperto ma per quanto riguarda lo scrivere noo, la sua Olivetti era sempre lì, onnipresente, anche quando trovare i nastri per quella macchina da srivere era diventato a dir poco un’impresa. E quando iniziava a picchiettare sui tasti capivamo che un editoriale era in arrivo da trascrivere in digitale. Era un picchiettare continuo, senza particolari pause, nella sua testa Valentino aveva ben chiaro sul cosa scrivere nel momento in cui si sedeva davanti la sua Olivetti.

Sempre gentile nelle sue richieste durante il miei anni di segretaria di redazione al manifesto. E i nostri drink a base di rum cubano, momenti in cui si riusciva addirittura a parlare di banalità, nonostante non sopportasse le banalità. Curioso come pochi, ironico ed autoironico, asciutto e stringato ma potente nei suoi editoriali. Valentino Parlato è stato un comunista di vecchio stampo, come tale a volte anche discutibile ma anche con un forte senso della realtà, del qui e ora, e ha salvato in diverse occasioni il destino del manifesto grazie al suo pragmatismo. Fino al 2012, l’anno di una profonda crisi politica ed economica del quotidiano, l’anno che segna profondamente anche a livello emotivo Valentino Parlato che per ultimo, dopo gli altri fondatori ancora in vita della testata, abbandona Il manifesto.

Oggi, 2 maggio 2017, se ne è andato definitivamente. L’emozione è tanta. Oltre venti anni passati sotto lo stesso “tetto” non sono pochi. Altri e altre scriveranno parole più incisive delle mie, ma lo saluto dal cuore. E abbraccio la sua grande famiglia, sua moglie Delfina Bonada, i suoi figli e figlie Enrico, Matteo e Valentina.

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