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Che Guevara e la rivoluzione russa

Non ci sono grandi “scoperte” da fare sul pensiero del Che, ma ci vorrebbe un impegno collettivo a seguirne la riflessione, ad esempio ricostruendo le sue letture

di Antonio Moscato*

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Molti compagni nel corso degli anni hanno scritto su Guevara con rispetto e impegno, ma hanno tuttavia sottovalutato il forte legame del Che con la rivoluzione russa, che egli aveva cominciato a capire solo negli ultimi anni sia grazie allo studio sistematico del primo decennio dell’esperienza sovietica, sia grazie al suo rigore critico nei confronti della sua stessa esperienza di dirigente politico di primo piano, a contatto diretto con i leader di quello che si proclamerà “il socialismo reale”, cioè l’unico esistente, l’unico possibile.

Non ci sono grandi “scoperte” da fare sul pensiero del Che, ma ci vorrebbe un impegno collettivo a seguirne la riflessione, comprendendo il modo in cui poteva esprimere le sue intuizioni in quel contesto, ricostruendo le sue letture, comprese quelle che aveva selezionato per proseguire lo studio anche durante l’ultima impresa, tra cui la  stupenda, ma voluminosa, Storia della rivoluzione russa di Trotskij, che aveva portato nel suo zaino di guerrigliero…

Ma è soprattutto il processo di formazione delle decisioni che lo portarono in Bolivia, senza una rete di sostegno minimamente paragonabile a quella che sostenne la spedizione nel Congo, che dovrebbe essere sottratta alla mitologia. L’impresa di Bolivia è stata tanto calunniata, ancor più di quella congolese che il Che non aveva preparato personalmente e a cui si era dovuto aggiungere all’ultimo momento per evitare ritorsioni su Cuba da parte dell’URSS per il suo splendido e finalmente esplicito discorso di Algeri.

Calunniata per nascondere che era stata lasciata sola, nonostante fosse stata decisa a livello di Stato, e ad essa partecipassero diversi membri del comitato centrale del partito comunista cubano, mentre il suo fallimento diventava incomprensibile facendo sparire e “dimenticando” le accuse fatte a caldo ai partiti comunisti latinoamericani da Fidel Castro nell’introduzione al Diario di Bolivia.

Calunniata in nome di un “realismo” (cioè l’accettazione passiva di tutto l’esistente, rifiutandosi di concepire un’alternativa) che è costato assai caro al movimento operaio e a tutta l’umanità.

Oggi Ernesto Che Guevara non rappresenta più nulla per i vertici dello Stato cubano che si illudono di riuscire non si sa come a riprodurre il successo della Cina nel consesso degli Stati capitalisti, e sono intanto esposti al rischio di pagare duramente col nuovo presidente Trump la mal riposta fiducia in un possibile mutamento dell’imperialismo statunitense.

In Sudamerica il Che rappresenta poco più che un simbolo abusivamente utilizzato dalle malridotte sinistre che si mobilitano in nome di Assad e Maduro, e che si sono chiuse gli occhi quando i governi “progressisti” – anche nella loro fase migliore – nascondevano dietro la retorica antimperialista gli accordi interclassisti e l’accettazione delle regole del gioco, corruzione compresa.

L’abbandono fisico e morale del Che nella solitudine di una regione sperduta della Bolivia che non aveva scelto lui, ha segnato una tappa fondamentale della trasformazione dei partiti comunisti, portandoli all’estinzione o a mutamenti genetici che li hanno collocati dalla parte opposta nell’ineliminabile conflitto tra capitale e lavoro.

Recuperare il suo messaggio, insieme a quello della rivoluzione bolscevica che fu la fonte principale della sua maturazione politica, è una necessità assoluta per chi sa che non si può fare a meno di ricominciare a lottare, e che si deve ripartire proprio dal punto in cui si era smarrita la rotta.

*Questo breve testo è stato inviato da Antonio Moscato a un evento promosso a Roma all’inizio della scorsa estate da un circolo di Sinistra Anticapitalista sull’attualità di Guevara

 

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