domenica 18 novembre 2018

Il reddito di cittadinanza non è a cinque stelle

Il reddito di cittadinanza non è a cinque stelle

Reddito di cittadinanza, il dibattito italiano è tossico a partire dalle definizioni. Compresa la proposta del M5S*

Se è possibile ricavare una lezione dai recentissimi risultati elettorali è quella della centralità della battaglia sul reddito ma l’Italia c’entra male. Un tema che non è mai stato così alla ribalta del dibattito pubblico. «E’ una delle chiavi di lettura per il III millennio, un tema dibattuto in tutto il mondo nelle sue diverse accezioni e al centro di sperimentazioni in decine di paesi da parte di governi nazionali, amministrazioni locali, imprese delle nuove tecnologie, da parte dell’Unicef o da parte di sindacati come l’indiano Sewa, Self Employed Women Association, il più grande sindacato di donne al mondo con 5 milioni di iscritte. Ma qui da noi c’è una narrazione tossica sul reddito». Sandro Gobetti, ricercatore sociale indipendente, spiega come il tema del reddito sia dibattuto, «nelle sue diverse accezioni, in tutto il mondo: dall’India al Canada, dalle “bolsa familia” del Brasile (soldi alle donne in cambio di sottoporsi alle cure o all’obbligo scolastico dei figli) alla flexsecurity danese, continuità diretta tra un lavoro e l’altro; dalle riserve Cherokee dove si redistribuiscono gli utili dei casino all’Alaska che prevede un sussidio di 2060 dollari l’anno per ciascun residente, presi dalle royalties petrolifere. In Olanda si inizia a parlare di “società del relax economico” sperimentando, come a Utrecht, forme di reddito di base incondizionato fra i percettori di reddito minimo garantito condizionato, per capire gli effetti rispetto alla produttività delle persone».

Gobetti, romano, 52 anni, coordinatore di Bin Italia, Basic Income Network, è autore, con Luca Santini, di “Reddito di base, tutto il mondo ne parla. Esperienze, proposte e sperimentazioni” appena uscito per GoWare edizioni. E’ una storia lunghissima quella del reddito, parte dal 1500, e trasversale agli approcci culturali e politici. Gobetti cita come caso limite Milton Friedman, guru dell’iperliberismo, che ne ha escogitato una versione, il “reddito di povertà” (ripreso da Nixon e ora da Berlusconi), funzionale allo scardinamento definitivo del welfare. Un po’ di soldi in cambio della cancellazione dello stato sociale.

«Non tutti i redditi sono uguali – avverte – le reti mondiali per il diritto al reddito (Bin fa parte del BIEN Basic Income Earth Network, la rete per il reddito mondiale che rappresenta oltre 35 paesi al mondo ed alla quale fanno parte economisti, ricercatori, accademici e attivisti) lo prevedono, invece, come misura aggiuntiva, come diritto di base non sostitutivo di altri diritti. In Italia questo dibattito è tossico a partire dalle definizioni». La tassonomia suggerita dal Bin distingue la famiglia del reddito minimo garantito (finanziato dalla fiscalità generale) da quella del reddito di base. La prima è uno dei punti centrali del modello sociale europeo secondo il quale nessuno dovrebbe scivolare al di sotto di una certa soglia di reddito. A quel punto dovrebbe intervenire una misura statale, locale o federale, come in Germania. «In Italia – riprende Gobetti – impropriamente, si usa la formula reddito di cittadinanza, utilizzata da M5s, per indicare invece il reddito minimo garantito condizionato, ad esempio, all’accettazione di proposte di lavoro. In realtà quel termine apparterrebbe all’altra famiglia, quella del reddito di base universale e incondizionato che si basa su un’idea diversa, quella per cui il reddito è un diritto umano, come la libertà di parola, prima che un diritto economico».

I cinquestelle si richiamano, dunque, ai modelli europei – «tutt’altro che assistenzialisti», avverte il coordinatore di Bin – ed esistono ben tre risoluzioni (l’ultima nel 2017) dell’Europarlamento che invitano gli stati membri a introdurre un reddito minimo, pari almeno al 60% del reddito mediano nazionale, come contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Nel 2017 è stato varato il social pillar, il pilastro sociale europeo, venti punti ratificati da tutti i membri che, al numero 14 prevede l’adozione di un reddito minimo adeguato. Il Rei di Gentiloni, reddito di inclusione non risponde nemmeno a quella sollecitazione ed è modo ancora più fiacco di contrastare una campagna elettorale di Di Maio giocata sulla promessa di un reddito di cittadinanza come prima misura, più workfare che welfare. La tossicità del dibattito italiano è sempre più evidente e ingarbugliata visto che lo stesso leader a 5 stelle, a urne appena chiuse, ospite di Vespa, già frenava: «Ci vorranno alcuni anni…».

«Bisogna entrare nel merito – propone Gobetti – perché i limiti delle varie proposte di questa campagna elettorale prevedono forme di condizionalità che ribaltano lo sguardo sulla povertà, in sostanza attribuiscono ai poveri la colpa della povertà. E’ questo che viene fuori se all’accusa di assistenzialismo (“volete dare dei soldi a chi non ha voglia di fare nulla”) si ribatte dicendo che quel reddito verrebbe elargito a fronte di un impegno a fare qualunque cosa venga ordinato di fare. Sparisce l’idea che la povertà possa essere frutto di determinate politiche economiche, di trasformazioni del tessuto produttivo, di un mercato del lavoro frammentato, di politiche sbagliate. Questa è la tossicità del dibattito italiano, figlia anche della contrapposizione lavoro/reddito e per questo riguarda anche la sinistra. Tutto il welfare italiano è “lavorista”, si concentra sul capofamiglia maschio al lavoro e non ha mai ragionato su forme di universalismo e oggi se ne pagano le conseguenze con milioni di poveri prodotti dalle trasformazioni del lavoro. La bomba sociale esploderà quando la prima generazione di precari non avrà uno straccio di pensione e non potrà più fare i “lavoretti” con cui ha tirato avanti da giovane».

Le politiche di austerità, inoltre, hanno modificato il welfare in tutta Europa dirottando molte risorse verso forme di incentivi alle imprese che, tra l’altro, nemmeno hanno funzionato. «L’Italia sta dentro questi elementi regressivi invece di rilanciare gli elementi fondativi di questo strumento. Ognuna delle proposte prevede una serie di condizionamenti e di obblighi che sono quasi vessazioni: rischiamo di essere dei Daniel Blake, ostaggi delle amministrazioni burocratiche. Il reddito come governance dei poveri piuttosto che forma di contrasto alla povertà».

I modelli europei, le indicazioni sovranazionali, le sperimentazioni e il dibattito internazionale raccontanto storie e criteri molto diversi. «Ad esempio – continua Gobetti – il principio dell’individualità del beneficio (al contrario del Rei) per donne, uomini, anziani o bambini. In Danimarca esiste lo ” Starthjaelp”, l’aiuto alla partenza, un sussidio che consenta agli under 25 di rendersi indipendenti dalla famiglia d’origine, si chiama reddito per la vita autonoma. Un altro principio è quello della residenza e non della cittadinanza. In Olanda c’è la Wik, 500 euro al mese agli artisti come un riconoscimento del “tempo di lavoro creativo” senza dover essere costretti a fare un altro lavoro per sopravvivere. L’Irlanda finanzia chi vuole completare gli studi. Poi c’è la questione del legame fra reddito e lavoro: nei Paesi Bassi si sviluppò un dibattito importante su come l’obbligatorietà del lavoro, a fronte di un reddito, possa erodere le competenze dell’individuo e dequalificare l’intera società. Questo ha portato a elaborare il concetto di congruità che prova a valorizzare la storia di ciascuno, anche quella professionale. E’ necessario che esistano istituti pubblici (i centri per l’impiego, non certo le agenzie interinali) che riconoscano il bilancio delle competenze formali, informali, esperienziali. Pensa a chi magari non ha un titolo di studio elevato ma ha lavorato negli ultimi 25 anni tra la Germania e l’Inghilterra e parla un ottimo tedesco e un inglese fluente, non puoi colpevolizzarlo in quanto povero con la terza media. Il reddito minimo ha senso solo se potenzia gli individui, se crea un circuito virtuoso di tipo economico, se è finalizzato all’uscita dalla condizione di povertà ossia se non ha limiti temporali astratti».

In Italia due campagne sociali hanno prodotto già due proposte di legge più avanzate di quelle dei partiti e in linea con le esperienze sovranazionali. «L’elemento della congruità (che la proposta grillina non contempla, ndr) nasce dall’incontro con le persone in carne e ossa. La loro storia è molto più ricca di una definizione sociologica», spiega Gobetti con riferimento alle oltre 50mila firme in calce a una legge di iniziativa popolare promossa da 170 associazioni depositata nel 2013 e ai 10 criteri per il reddito di dignità elaborati da Libera e dalla Rete dei Numeri Pari due anni dopo. Quella legge è chiusa da allora in un cassetto del Senato e insabbiata come tutto il dibattito sul nuovo welfare a cui allude. Il Bin chiede un riconoscimento politico delle persone travolte dalla precarizzazione del lavoro e una ripresa delle politiche redistributive: «O nuovi diritti o guerra tra i poveri – prosegue il nostro interlocutore – la fake sull’assalto ai centri per l’impiego ci riferisce dell’esistenza di una bomba sociale ma anche di una regressione che spinge alla colpevolizzazione della povertà piuttosto che alla messa in discussione delle politiche economiche che l’hanno prodotta».

Eppure anche qui ci sono stati tentativi avanzati e rapidamente abbandonati in nome del dogma dell’austerità come la legge 4/2009 della Regione Lazio che sperimentò su 10mila persone (a fronte di 135mila domande) una forma di reddito minimo garantito – 600 euro mensili – per un anno per uno dei soggetti più colpiti dalla precarietà, le donne tra i 35/40 anni sotto gli 8mila euro di reddito. Un anno dopo cambiò la Giunta e non venne nemmeno compiuto un monitoraggio per capire se la sperimentazione avesse avuto un senso. Polverini prima e Zingaretti poi si sono guardati bene dal rifinanziarla. Il Rei di Gentiloni somiglia più alle poor law vittoriane, il sussidio per i poveri, soprattutto bambini, internati nelle work house e costretti ai lavori più umilianti. Un salto di due secoli all’indietro. Oltre a prevedere un finanziamento insufficiente (1,7 miliardi a fronte dei 12 stanziati in Francia) prevede che i percettori vadano inseriti in progetti del III settore. «Il tema è la gestione dei poveri – segnala Gobetti – come avviene già per i migranti. La governance dei poveri rischia di diventare un grande business. La nostra battaglia per il reddito, al contrario, è la lotta per il potenziamento delle persone. Essere poveri è una fatica infinita, mica una fortuna!».

La robotica e l’intelligenza artificiale stanno per produrre nuove modificazioni sociali nell’epoca delle grandi crisi (economica, ambientale, politica e del lavoro) e anche le imprese della Silicon Valley sono interessate a forme di reddito: in Kenya hanno promosso un crowdfunding da 30 milioni di dollari ed Elon Musk, il padrone di Tesla, gira il mondo propugnando il reddito di cittadinanza. Perché lo fanno? «Perché i robot produrranno un crollo dei consumi e loro lo sanno, perché il valore dei “big data” è più alto di quello del lavoro vivo – risponde Gobetti – e perché la tecnologia senza users non cammina, gli users sono, contemporaneamente, produttori e consumatori, producono loro stessi delle innovazioni. Perché altrimenti Zuckerberg avrebbe pagato 18 miliardi di dollari per acquisire WhatsApp con tutte le informazioni che quella app contiene?».

Nell’era del modello unico sarà possibile anche in Italia l’idea di un reddito incondizionato come uno dei principali diritti umani per un welfare del III millennio?

*una versione di questo articolo è uscita sul numero 11 del settimanale Left, il 16 marzo 2018

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